Caro Francesco per farti giocare felice all’asilo tante cose si stanno muovendo

Tante le reazioni all'articolo che racconta l’esclusione da una scuola materna d’Appennino di un bimbo diabetico.

A seguire alcune.

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La Provincia di Reggio Emilia convocherà a breve Ufficio scolastico (ex Provveditorato agli studi) e Azienda Usl per cercare una soluzione, al di là dello specifico caso, alle problematiche legate alla somministrazione di farmaci in orario e in ambito scolastici. Lo ha annunciato lo stesso presidente della Provincia, Giorgio Zanni, al termine della conferenza stampa nel corso della quale, questa mattina a Palazzo Allende, è stata presentata l’ultima edizione dell’Annuario della scuola reggiana.

All’incontro era infatti presente anche il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale XI di Reggio Emilia Mario Maria Nanni, al quale i giornalisti hanno chiesto di commentare il caso del bambino diabetico respinto da asilo pubblico dell’Appennino, poi accolto da una scuola privata parrocchiale. “La scuola ha fatto quello che doveva fare, dedicando comunque grande attenzione a questo bambino - ha detto Nanni -. Ma il contesto normativo è tale per cui la volontarietà delle persone non può essere coartata”.

Di “legittima preoccupazione della scuola” ha parlato anche la vicepresidente della Provincia con delega all’Istruzione, Ilenia Malavasi, per la quale tuttavia “questa vicenda necessita non solo di una lettura normativa, ma anche politica, legata al diritto alla salute e all’educazione che sono diritti costituenti”. “La scuola è un sistema quindi occorre una riflessione comune, coinvolgendo anche il comparto socio-sanitario, per trovare tutti insieme una soluzione, perché è evidente che non si può accettare che un bambino non possa essere accolto dalla scuola in base a una patologia”, ha aggiunto.

“Occorre una presa di coscienza politica da parte delle istituzioni per trovare una intesa in grado di rispettare il ruolo del personale scolastico e di metterci nelle condizioni di garantire un diritto fondamentale”, ha detto il presidente della Provincia Giorgio Zanni che, d’intesa con il dirigente scolastico, ha quindi annunciato l’apertura di un tavolo di confronto che coinvolga anche l’Azienda Usl. “È un impegno forte che intendiamo assumerci tutti insieme, la problematica è sicuramente complessa e se occorrerà un intervento legislativo, lo richiederemo”, ha concluso Zanni.

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Post sui social del sindaco di Rubiera Cavallato

Caro Francesco (Nome Di Fantasia),
ho letto che non ti hanno preso alla #scuola materna statale perché sei #diabetico ed è complicato gestire l’insulina nelle ore scolastiche.

Questa cosa mi ha fatto un po’ arrabbiare e un po' preoccupare per te. Anche io faccio l’insulina tutti i giorni, ma ho cominciato da grande: pensare a te che hai due anni e mezzo non mi si può un po’ stringere il cuore. Però volevo dirti di stare tranquillo, non vorrei che quello che ti è successo - il fatto che tu abbia dovuto cambiare amichetti a scuola - ti faccia pensare di essere strano o diverso.

Siamo in tantissimi, solo in Italia più di tre milioni. Gli unici mestieri che non possiamo fare sono il gelataio e il pasticcere - per una questione di forza d’animo - e il pilota d’aereo - ma io avrei paura -. Io conosco musicisti rock, avvocati, atleti, metalmeccanici, medici, attori, poliziotti che ogni giorno fanno l’insulina. E conosco anche insegnanti della scuola materna, che la fanno: magari te ne fosse capitato uno così, pratico, non ti sarebbe successo questo “contrattempo”. Ma conosco anche tante insegnanti - brave - che, semplicemente, accettano di prendersi cura dei bambini che vengono loro affidati anche per malattie molto più complicate della nostra. E non hanno paura - anche davanti all’emergenza - ad intervenire e magari a salvare una vita. È successo: magari, fosse accaduto altrove, sarebbe stato ben peggio.

È vero: il diabete un po’ è una rottura. Bisogna sempre badare per bene a se stessi, bisogna essere precisi e ascoltare quello che dice il dottore: ma adesso la tecnologia aiuta tantissimo, anche per i bimbi piccoli. Insomma, dai, si fa anche senza, ma c’è davvero di peggio. È molto meglio essere persone diabetiche che persone insensibili.

(Emanuele Cavallato)

P.S: So che per adesso queste righe non sai leggerle, ma magari un giorno potranno tornarti utili.

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Sono una comune mamma che ha seguito le vicende del bambino escluso dalla scuola. Non ho le competenze e nemmeno i dettagli per entrare nel merito dei contenuti normativi e degli agiti legati alla cura del bambino, ma provo a mettermi nei panni, cosa che tento di fare spesso quando il tema centrale è l’emarginazione.

Quando i bambini vengono esclusi soffrono, dalla compagnia di amici, dalle nostre conversazioni, nella accentuazione delle loro diversità. E penso che a volte facciamo fatica a vederli, anche se diciamo di amarli. Accade a tutti prima o poi, nella stanchezza, nella confusione che si perdano di vista i bambini, anche quando loro sono lì al nostro fianco, mentre siamo assorti dal come far funzionare la giornata in tutte le sue criticità, che sono sempre di più e sempre più complesse. La diversità è un elemento che destabilizza è innegabile. Se neghiamo questa diversità poi il problema però cessa di esistere? Se neghiamo la diversità impariamo o disimpariamo? Un bambino che per la sua diversità non può frequentare mi sembra un messaggio devastante. E se accadesse al mio? E cosa penseranno gli altri bambini di questa vicenda che sentono parlarne a casa o a scuola?

Non credo che stabilire le responsabilità di questo o quello in questa vicenda mi aiuti a capire da persona non coinvolta direttamente, quando nel risultato però credo abbiamo perso tutti e quando il risultato è un bambino che soffre la sua esclusione.

Un tale dibattito avrebbe potuto includere molte persone su livelli decisionali diversi, ovviamente: i cittadini di una comunità, gli educatori, gli amministratori, gli operatori, magari in riunioni corali visto che tutti come compaesani seguivamo o sapevamo di questo percorso tortuoso. Tra mille possibili soluzioni che a ognuno sarebbero venute in mente si sarebbe di certo scartata quella più dannosa, che invece è proprio quella che si è avverata.

Penso che davanti a un bambino che ha un problema di salute (o economico o psicologico o familiare), prima debba essere visto il bambino poi il suo problema. E quello che desideriamo tutti noi genitori quando affidiamo i nostri figli a scuola: che qualcuno veda oltre, che qualcuno li veda. Perché questi genitori dovrebbero essere diversi?

Se vediamo il bambino ogni cosa può essere affrontata, se non risolta. Ma se vediamo solo il problema siamo bloccati dalla paura e lo sarà anche il bambino. Ora che io vedo da fuori il risultato di questa scelta non posso che interrogarmi e sentirmi impotente. Cosa serviva per affrontare questa situazione? E' stato fatto il possibile? E se anche l’altra scuola non lo avesse inserito? Come sta adesso quel bambino? Cosa dirà/penserà di da grande  di quanto accaduto? Questo problema ci riguarda o non ci riguarda? Ma soprattutto, la domanda che più mi ritorna in questi  mesi: perché non parlarne, fa emergere il dibattito?

È auspicabile che se questa vicenda porti almeno qualcosa di buono, questo qualcosa sia l’apertura di un dibattito sul sostegno alle scuole nell’attrezzarsi all’accoglienza e inclusione di qualsiasi bambino. In paese si è parlato tanto, credo che nessuno di noi non ne sia rimasto toccato. Ma ormai purtroppo la frittata è fatta e frequentare una scuola fuori paese per un bambino di montagna significa che i suoi legami tra pari, i suoi punti di riferimento relazionali oltre alla famiglia saranno con ogni probabilità fuori paese e lo resteranno lungo la sua crescita. Specie se il distacco dalla comunità è stato così traumatico. Abbiamo così bisogno dei bambini per far vivere questi luoghi, non posso credere che non sarebbe stata possibile altra soluzione.

Non possiamo essere isole non comunicanti, altrimenti continueremo a far pagare ai bambini un prezzo troppo altro e giustamente nel futuro ce ne chiederanno conto.

(Una mamma del paese)

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2 Commenti

  1. La lettera è molto bella, ma la realtà è molto diversa. Accogliere un bambino con tali esigenze implica da parte della scuola un impegno ad assumere personale adeguato per questo bambino. Un bambino come gli altri certo, ma che comunque ha bisogno di un sostegno. Nel suo caso non per deficit dovuti agli apprendimenti, per una disfunzionalità fisica.
    Gli insegnanti non possono incaricarsi di una responsabilità così grande. L’Amministrazione dovrebbe farsi carico della formazione adeguata delle insegnanri che hanno in carico il bambino, oppure garantirgli durante i 3 anni di frequenza una figura capace di intervenire in caso di bisogno.
    Capisco la famiglia, ma anche gli insegnanti… I bambini sono sempre più particolari, spesso ti trovi a dover gestire bambini non ancora certificati da sola e quando manca il personale nemmeno ti mandano le supplenti. I coordinamenti pedagogici spesso sono assenti e sei SOLA a gestire una classe. Per accogliere un bambino cisì in una scuola dunque è necessario un sostegno, è impensabile pensare di dover gestire l’insulina per la vita di un bimbo e dover lasciare gli altri 20 incustoditi, quando manca l’altra collega. Su queste cose non si scherza, la famiglia dovrebbe pretendere una persona di sostegno per il loro figlio adeguatamente formata.

    Simona Doe

    Rispondi
  2. Gentile Simona,
    condivido pienamente le sue idee.
    Anch’io capisco la posizione dei genitori, ma anche quella delle insegnanti. Proprio come lei ha detto un’insegnante si trova diverse volte nell’arco della giornata da sola con 20 o più bimbi ed è altrettanto facile che diversi di loro abbiano esigenze particolari (purtroppo le difficoltà dei singoli sono sempre più in aumento). Non è per niente semplice prendersi in carico una responsabilità del genere. In questo caso a livello nazionale bisognerebbe prevedere una figura esperta che entri nelle scuole e che supporti la crescita di questi bimbi.
    Saluti

    Una mamma insegnante

    Rispondi

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