Gesti estremi, la lettera: “No a parole di circostanza, ma quanta solitudine”

Riceviamo e pubblichiamo.

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Ancora una volta quanto dolore nella nostra piccola comunità dove, bene o male ci si conosce tutti, in modo particolare tra coloro che appartengono al tessuto storico del paese! Dolore per chi resta, dolore per non aver saputo o potuto aiutare chi decide di volgere definitivamente le spalle alla vita.
Senza voler entrare nello specifico dei tristissimi casi recentemente successi, che cosa si può fare affinché nessuno sia più così solo e disperato da non sapere a chi rivolgersi per avere un una parola di comprensione, l'attenzione affettuosa dell'ascolto? Anche nel nostro piccolo paese quanto isolamento spesso vissuto con discrezione e dignità, ma che inevitabilmente sfocia in gesti disperati quando al morire quotidiano si preferisce quello definitivo!
In certi momenti così drammatici, penso che la persona sia in compagnia con Dio che sa, accoglie, perdona e consola con la Sua Misericordia.
Ma a noi tocca riflettere e cercare di provvedere a ciò che diventa una sconfitta collettiva.
Questo disumano vivere in una solitudine che colpisce gli anziani, coloro che a poco a poco perdono gli affetti, i giovani senza un futuro, è la nostra povertà, per la quale non esiste associazione (almeno credo) a dare conforto e speranza.
Non so come si possa intervenire; certo - a mio parere - bisognerebbe far sì che tutto non restasse circoscritto all'emotività del momento né che si riempisse dell'abitudinarietà delle parole di circostanza.

(Mgc)

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9 Commenti

  1. Quanta ragione ha Mgc! Per motivi di servizio ero presente agli ultimi due episodi e ho tratto le medesime conclusioni. Mentre recitavo una preghiera e svolgevo il mio triste compito e, sotto, passavano delle scolaresche dirette in teatro. Attratte dallo schieramento dei mezzi di soccorso i ragazzi filmavano la scena cercando le posizioni migliori, che erano quello più ricche di particolari, per poi postare il filmato sui social senza che nessuno di coloro che li accompagnava intervenisse.

    Garantista

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  2. Penso che nel corso della vita, e per vari motivi, capiti a non pochi di noi di attraversare momenti difficili, se non di vera e propria “crisi”, momenti che poi riusciamo semmai a superare bene, o meno bene fino a chi fa molta fatica a riprendersi, o non ci riesce affatto.

    Che io ricordi, nel passato un primo e grande aiuto veniva dalla famiglia, quando lo permetteva la sua organizzazione e la “forza psicologica” dei suoi membri, poi ha ritenuto di farlo la società con la rete dei servizi, il che è stato di non piccolo ausilio per le famiglie.

    Oggi tuttavia, nonostante gli sforzi compiuti, ci troviamo a constatare tanta solitudine, che riguarda diverse fasce di età e a cui si fatica a porre rimedio, e per la quale non esiste forse associazione a dare conforto e speranza (per usare le parole di Mgc).

    Non è certo semplice trovare la giusta soluzione, ma dovremmo forse riconsiderare il ruolo della famiglia, per l’autentica solidarietà che può esprimere ai propri congiunti, salvo che le odierne famiglie sono divenute qualcosa di ben diverso rispetto a quelle di un tempo.

    Quelle famiglie esercitavano anche una funzione educativa nei confronti dei propri giovani, secondo i modelli formativi di allora, che vennero poi giudicati troppo vessatori, e anche un po’ ipocriti, ma non ci saremmo trovati con quanto segnala Garantista nel suo commento.

    P.B. 03.05.2019

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  3. E’ tutto da condividere ciò che viene affermato da Mgc.,non necessita di aggiunte, sono tuttavia spunti validi per importanti riflessioni. Condivido in parte quanto sostiene P.B e mi va di sottolineare che la famiglia deve responsabilmente far fronte al proprio ruolo che è certamente gravoso e delicato, ma questo impegno non può sostenerlo da sola: ha bisogno in maniera inderogabile del sostegno della società, specificatamente bisogna ricostruire tutte quelle reti di sostegno relazionale di tipo naturale e spontaneo che, io credo, nel passato sono state tanto utili per il sostegno psicologico per tutti gli individui, ciascuno con le proprie difficoltà, problematiche e drammi della vita.

    Ania

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  4. Secondo me, nella gente ormai non ci sono più quei valori di base che formano una persona. Mancano i valori cristiani, quelli profondi, quelli che ti vengono inculcati da piccolo e che ti rimangono impressi tutta la vita. Quei valori che ogni genitore dovrebbe insegnare e fare apprendere ai propri figli e che stanno alla base della vita di ogni uomo. Quei valori che ti radicano alla vita, ti ci incollano e nonostante mille difficoltà ti fanno andare avanti e combattere.

    G.R.

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  5. Oggi sarà più triste passare in paese senza incontrarti, senza scambiare quelle due parole che avevano sempre un senso, non luoghi comuni ma una sorta di enigmatico dialogo, bello, sincero e in qualche modo rassicurante. Buon viaggio amico .

    Gigi

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  6. Sono vere le considerazioni sull’importanza educativa e formativa della famiglia…Ma quando la famiglia non c’è più perchè si è naturalmente estinta oppure quando della famiglia è rimasto solo un componente di cui doversi prendere cura?
    E’ sempre sostenibile il peso assistenziale che viene scaricato sulle spalle di chi resta? E chi rimane da solo,magari in un’età avanzata e con poca disponibilità economica a fare quotidianamente i conti col proprio passato e con un futuro per il quale subentra solo una visione pessimistica poichè bisogni e risorse diventano inversamente proporzionali?
    Le statistiche si vantano del fatto che l’età media degli anziani si è allungata,ma qual è la qualità della vita?
    Il trauma di un lutto improvviso, la solitudine del rimuginare tra sè e sè, la mancanza di progettualità della persona che pian piano vede chiudersi gli orizzonti del proprio vissuto,possono creare la premessa del non vivere.
    Non è nella mie intenzioni fare della psicologia da strapazzo, sono soltanto riflessioni che vorrei condividere per cercare insieme qualche risposta.

    Mgc.

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  7. Ania mi dà ragione a metà, il che non è in ogni caso poca cosa, tale comunque da indurmi a ritornare su questo importante argomento, collegandomi anche alle considerazioni che troviamo nei commenti di G.R. ed Mgc.

    Va da sé che il peso di situazioni “difficili” non può essere lasciato sulle sole spalle della famiglia, la quale potrebbe a sua volta “crollare” aumentando l’arco dei problemi, ma il punto cardine resta nondimeno se dare o meno centralità alla famiglia.

    Se si puntasse innanzitutto sulla famiglia, occorrerebbe metterle a disposizione agili strumenti per potersi ad esempio avvalere della eventuale collaborazione di conoscenti o vicini di casa, strumenti come potevano essere a suo tempo i voucher.

    Ma sul ruolo da assegnare alla famiglia le opinioni sono state spesso divise, e tra queste non sono mancate quelle che lo Stato, inteso nelle sue varie espressioni, potesse arrivare financo a sostituirla, secondo una logica di tipo “collettivista”.

    Ciò ha probabilmente fatto sì che molte famiglie si siano sentite autorizzate a delegare totalmente alle varie Istituzioni compiti delicati, come “l’assistenza” ai propri congiunti, oppure quella educativa verso i propri giovani, coi risultati che stiamo vedendo.

    Poi ci sono i casi dove “la famiglia non c’è più”, o non si è mai formata, e qui deve giocoforza intervenire la rete dei servizi, ma è altra cosa rispetto al farla intervenire in modo generalizzato (anche quando basterebbe dar sostegno e supporto alla famiglia)

    P.B. 05.05.2019

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  8. Sono riflessioni profonde quelle di P.B e molto giuste. Ma vorrei restare più sul pratico e mi sembra che nel nostro territorio esistano diverse associazioni che -oltre al lavoro importante svolto dai servizi sociali – sono disponibili all’aiuto della persona ciascuna con prerogative specifiche. Forse,senza alcuna spesa, si potrebbe coordinare meglio il tutto, allargare le competenze,costituire un punto di ascolto e d’informazione a cui possa rivolgersi chi si trova in grave difficoltà ed eventualmente fatica a superare il pudore e la riservatezza del proprio dolore.
    Non sempre è facile rivolgersi al vicino, non sempre c’è qualcuno in grado di capire, di aiutare non solo con l’ascolto ma offrendo anche strumenti adatti. Come esiste la Caritas per gli aiuti soprattutto materiali, il 118 per l’emergenza sanitaria, così forse occorrerebbe un numero cui rivolgersi prima di compiere gesti estremi.
    Probabilmente è un’utopia, ma almeno si potrebbe dire di aver cercato di fare qualcosa e penso che questa sorta di “telefono amico” dovrebbe rientrare nell’ambito dei servizi sociali. Non so se esiste già, io non ne sono a conoscenza.

    Mgc

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  9. L’ultimo commento di Mgc evoca a proposito il concetto della “utopia”, della quale per decenni ci siamo imbevuti se non ubriacati – o della quale ci hanno permeato, per dirla in altra maniera, anche con qualche dose di ideologia – tanto da farci applaudire impostazioni organizzative che dovevano essere risolutorie, e che invece tali non si stanno rivelando (se stiamo perlomeno all’indice di soddisfazione dei risultati ottenuti).

    Le idealità sono sicuramente importanti, perché ci danno motivazione e slancio, ma vanno poi rapportate col mondo reale, per rimanere come si dice coi piedi per terra e “restare più sul pratico”, e l’esser pratici significa prendere innanzitutto atto di come vanno le cose, facendo le somme e tirando i dovuti bilanci, nonché vedere col necessario pragmatismo come rimediarvi (se non andassero per l’appunto nel verso giusto od auspicato).

    C’è stata un’epoca in cui, come accennavo nel precedente commento, si pensava che la mano pubblica potesse provvedere a tutte le nostre necessità, poi ci siamo accorti che i relativi costi crescevano in continuazione, così da dover ricorrere alla preziosa opera del volontariato, ed è encomiabile che si pensi ora a forme di coordinamento al fine di ottimizzare la collaborazione fra tutte le “forze” in campo, ma non mi sembra sufficiente.

    Io credo in buona sostanza che se il modello a suo tempo prefigurato non ha corrisposto alle aspettative, come può sempre succedere, occorrerebbe avere la capacità e l’avvedutezza, e forsanche un po’ di saggia “umiltà”, di voltarsi indietro e vedere cosa sarebbe recuperabile del modo in cui una volta si affrontava questa delicata materia – un modo che aveva al centro la famiglia – cercando poi di amalgamare “vecchio” e “nuovo”.

    P.B. 07.05.2019

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