Alto Crinale: le occasioni perdute e la visione mancante

Riceviamo e pubblichiamo.

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Alto Crinale: le occasioni perdute e la visione mancante

Introduzione
Ogni tornata elettorale diventa un buon motivo per contarsi e, soprattutto, contare i potenziali voti sui quali fare affidamento. Accade così che questo esercizio porta a fare delle riflessioni su nascite e decessi, migrazione giovanile, immigrazione, esodo di intere famiglie da un territorio. Un’Italia liquida che si muove, che cerca lavoro, che vuole costruirsi un futuro, giovani e pensionati che espatriano: gli uni per tentare la fortuna, i secondi stanchi di pagare ancora contributi. Un’Italia stanca di sole promesse.

I numeri dei piccoli comuni
Non voglio annoiare sciorinando numeri e percentuali: già c’è chi lo fa, indagando circoscrizione per circoscrizione, comune per comune, casa per casa.
Mi limito a riportare alcuni macro-numeri nazionali funzionali a questo breve articolo:
a) nel 2011 i comuni con meno di 1.000 abitanti erano 1.936 sul totale di 8.092 (23,92%);
b) nel 2018 i comuni con meno di 1.000 abitanti erano 1.950 sul totale di 7.915 (24,64%);
c) nel 2011 i comuni con meno di 5.000 abitanti erano 5.705 sul totale di 8.092 (70,50%);
d) nel 2018 i comuni con meno di 5.000 abitanti erano 5.560 sul totale di 7.915 (70,25%).
I comuni con meno di 1.000 abitanti sono aumentati in 7 anni dello 0,72%.
I comuni con meno di 5.000 abitanti sono diminuiti in 7 anni dello 0,25%.

La fusione dei comuni
I dati sopra riportati sono falsati dall’effetto ‘fusione dei comuni’ e quindi si limitano a fotografare uno spaccato dei comuni italiani con minore popolazione.
Dal 2009 ad oggi sono state approvate 136 fusioni di comuni, di queste 130 sono già operative, un'altra lo sarà nel corso del 2019 e 5 negli anni successivi.
In totale le fusioni saranno 319, i comuni soppressi ed il numero dei comuni italiani sarà diminuito di 198 unità attestandosi a 7.903.

L’età media della popolazione
A ben vedere però, i comuni con meno di 1.000 abitanti, che verosimilmente non hanno partecipato a fusione, ogni anno continuano a perdere fette di popolazione. Sarà un declino nemmeno tanto lento perché va sommato all’età media degli abitanti.
Prendiamo l’esempio dei due comuni del Crinale, Ventasso e Villa Minozzo, e confrontiamoli con altre realtà territoriali (dati al 1/1/2018):
a) l’età media della popolazione del comune di Ventasso è di 51,6 anni;
b) l’età media della popolazione del comune di Villa Minozzo è di 51,5 anni;
c) l’età media della popolazione del comune di Reggio Emilia è di 43,3 anni;
d) l’età media delle popolazione dell’Emilia Romagna è di 45,5 anni;
e) l’età media della popolazione Italiana è di 44,7 anni.

Le occasioni perdute
(Riporto alcuni brani tratti da: Non lasciare Itaca, Emanuele Zobbi, Diabasis 2005):
a. “Il primo intervento organico per la montagna viene realizzato con la Legge 991 del 1952, ispirata solo a principi assistenzialistici e di sostegno dell’esistente in assenza di progettualità”.
b. “Ebbero inizio lo spopolamento, l’abbandono degli insediamenti marginali, e la forte riduzione dell’attività agricola. Allo stesso tempo la richiesta di scolarizzazione, di servizi sociali, di diversificate possibilità d’occupazione e di una più ricca offerta commerciale si rivolse ai territori di fondovalle”.
c. “Il boom economico si arrestò agli inizi degli anni ’70. (…) Le autorità economiche e politiche furono spinte a riconsiderare i presupposti dei precedenti modelli di sviluppo. (…) Per la montagna tutto questo si concretizza nella Legge 1102 del 1971 con la quale vengono istituite le Comunità montane”.
d. “Per la prima volta si introdusse il concetto di ‘sviluppo integrato’, basato sulla diversificazione e sulla integrazione delle attività produttive e sulla valorizzazione del capitale umano esistente. Il settore agricolo non fu più considerato come quello trainante”.
e. “Questa nuova strategia spesso non ha raggiunto gli obiettivi prefissati. Le finalità erano rivolte alla valorizzazione delle zone montane con la partecipazione delle popolazioni ad una politica di riequilibrio economico e sociale”. Sono stati invece introdotti modelli di sviluppo di tipo urbano senza il coinvolgimento della popolazione. I progetti, finalizzati ad uno sviluppo integrato delle zone, non sono mai stati efficaci.
f. “Il Documento della Commissione della CEE del 1988 evidenzia la priorità di uno sviluppo rurale differenziato nei singoli contesti. (…) Si cercava di invertire la tendenza allo spopolamento con: indennità compensative differenziate; premi per la conservazione dei suoli e dell’ambiente; (…) si concretizzavano interventi per facilitare: lo sviluppo delle attività industriali e artigianali; la cooperazione fra le imprese; l’accesso al credito e la creazione di marchi per valorizzare i ‘prodotti della montagna europea’”.
g. “Con la Legge 97 del 1994, per la prima volta le politiche per la montagna non hanno fini assistenzialistici ma sono rivolte alla valorizzazione degli elementi in grado di creare propri modelli di sviluppo sociale ed economico in cui la conservazione e la protezione dell’ambiente possano giocare un ruolo fondamentale”.

La visione mancante per l’Appennino Reggiano
Tutti questi interventi non sono riusciti, dal 1952 ad oggi, a generare modelli di sviluppo economicamente risolutivi per il territorio; in grado di frenare l’esodizzazione delle popolazioni attraverso la creazione di posti di lavoro; mettendo a frutto la principale risorsa disponibile: l’offerta del territorio a fini turistici.
Mi attirerò le ire di qualcuno scrivendo quanto segue, ma è ciò che penso: a certi politici, che si sono avvicendati al presidio e all’amministrazione del territorio, è mancata una ‘visione’. A buona parte della popolazione è mancato il coraggio e la ‘cultura d’impresa’. Agli imprenditori che hanno investito in Appennino, ad alcuni non è mancata la visione, il coraggio e l’intraprendenza, ad altri non è mancato lo spirito speculativo all’insegna del motto ‘profitto, tutto e subito’.
Sono state scritte pagine su pagine sul tema della viabilità e sulla fondovalle; sono stati organizzati convegni su convegni per il ‘rilancio dell’Appennino’; il confronto fra amministratori e minoranze di opposizione è poco costruttivo e troppo spesso si riduce a mera diatriba.
La principale risorsa, il turismo, che potrebbe risollevare le sorti di un territorio in via d’estinzione e troppo vicino alla ‘linea di non ritorno’, viene trattata in maniera episodica e con una ‘visione complessiva di progettualità’ non esaustiva né organica.
Prossimamente dedicherò un altro articolo alla trattazione del tema: “Turismo in Appennino Reggiano. Vocazione e visione”.

(Augusto Bellesia)

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8 Commenti

  1. Bello l’articolo del sig.Bellesia. Da ligonchiese emigrato concordo riguardo al turismo quale volano per l’economia montana. Pero’ i turisti non viaggiano in elicottero o con il teletrasporto. Senza una degna viabilitá il turismo non é decollato. É mancata la volonta’ politica di chi, da sempre, governa provincia e regione. Esisteva il progetto della Modena-Livorno (anni 80), esisteva il progetto di una nuova strada, tutta a pendenza inferiore al 6% per svalicare Pradarena (anni 70): abbandonati. La fondovalle: abbandonata. Le radici dello spopolamento nascono da questa mancata volontá politica. Ora é troppo tardi.

    Riccardo Bigoi

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  2. Gentile Bigoi, il turismo in Appennino nei decenni passati era forse più sviluppato di adesso, come mai? E faccio riferimento agli anni che precedettero la nuova (si fa per dire) SS63. Le strade sono di certo importanti, ma la strada in questione è stata più utile per portare i montanari a valle di quanto lo sia stata per portare quelli della pianura in montagna. Ha ragione Augusto Bellesia, è mancata la cultura d’impresa e la capacità di innovare, i modelli di sviluppo e di consumo sono cambiati ma la mentalità, in Appennino, è rimasta la stessa, incapace di adeguarsi ai mutamenti. Oggi la discussione politica verte su reparto di maternità sì, reparto di maternità no, si rivendica il diritto di nascere in montagna per poi trascorrere tutta la propria vita lavorativa in pianura, da pendolari, e poi, magari, tornare in montagna per morirvi. Questo è.

    Roberto Sala

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  3. Concordo, siamo alla fiera delle occasioni mancate. Per poca lungimiranza di chi doveva e poteva fare siamo ridotti ad un mero avanposto sperduto composto prevalentemente da anziani. Nel breve volgere di pochi anni, tutti i territori sopra la “capitale” Castelnovo saranno disabitati e da lì a poco anche la capitale stessa.

    Alex

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  4. Se non l’ho frainteso, dalla lettura di questo articolo par di capire che per il futuro della nostra montagna si dovrebbe puntare essenzialmente sul turismo, quale principale risorsa che potrebbe risollevare le sorti di un territorio in via d’estinzione, ma, da quanto mi è capitato di osservare, a me sembra che nelle aree montane che hanno “resistito”, e dove il turismo dà l’idea di essere fiorente, sia stata mantenuta anche la cosiddetta economia primaria, ed attività connesse, né vi sia l’intenzione di cambiare linea.

    P.B. 05.05.2019

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  5. Purtroppo la gente che vive in montagna, fino ad ora, ha sempre votato una politica che ha guardato i propri interessi e non quelli della popolazione.
    Se siamo in questa situazione, la causa è soprattutto quella che ci ha governato non ha fatto progetti validi per i giovani, il turismo, la sanità ecc…
    Abbiamo aziende che vogliono investire nel nostro territorio, dando lavoro e i nostri politici invece che incentivarli gli ostacolano.
    Siamo in un territorio che il turismo potrebbe essere una vera risorsa, peccato che i turisti, quando arrivano, non sanno dove andare.
    La strada per la Pietra di Bismantova non è più percorribile a causa della mancata manutenzione, mentre per mio conto dovrebbe essere tenuta in maniera ottimale.
    Gli impianti sciistici potrebbero attirare turisti ,ma la gente che abita in pianura fa prima andare in Trentino che al Cerreto piuttosto che a Febbio.
    L’ospedale lo stanno pian piano chiudendo, lasciando solo attivo il pronto soccorso e chi ci governa ha il coraggio di dire che lo stanno potenziando.
    Ai giovani che mettono su famiglia gli vengono imposte delle tasse invece di agevolarli.
    Questa è la politica che la gente ha votato e se continuerà a farlo, credo che non ci saranno più speranze e faremo la fine di tutti i paesi dell’altro crinale, che sono morti e non riusciranno più a rinascere.
    Se vogliamo far ripartire la nostra montagna la scelta aspetta alla gente e alle prossime elezioni amministrative si ha la possibilità di cambiare.
    Io amo il posto dove abito e vorrei continuare a vivere qui, però se non ci sono le condizioni per farlo, sarò anche io obbligato ad andare via come la maggior parte dei giovani che hanno abbandonato la nostra montagna.

    AZ

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  6. Mi pare che AZ auspichi un cambio dei nostri governanti locali alle prossime elezioni amministrative di fine mese, e anche a mio avviso questo sarebbe utile e salutare, vuoi perché dopo tanti anni di “egemonia” di una parte politica un avvicendamento sarebbe quasi naturale e fisiologico, vuoi anche per mettere quantomeno alla prova gli attuali oppositori, o comunque coloro che si propongono come alternativa.

    Qualcuno potrebbe essere frenato dal votare gli “altri”, ossia coloro che si propongono come alternativa, perché li vede come un’incognita, tanto da fargli preferire il “non cambiare le cose”, ma quel qualcuno dovrebbe nondimeno tener presente che da un po’ di tempo a questa parte le cose sono andate via via peggiorando, con la prospettiva che possano aggravarsi ulteriormente, se tutto resta come prima.

    Posso ovviamente sbagliarmi, né pretendo di essere nel giusto, ma ho talora l’impressione che l’area politica che ha lungamente amministrato la nostra montagna, nel corso degli ultimi decenni, sia andata via via “depotenziandosi”, fino a non sapere più “che pesci prendere”, quasi che l’incrinarsi di un “potere” che pareva intramontabile l’abbia resa insicura e titubante (condizione che non è certo ottimale per i “governati”).

    P.B. 05.05.2019

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  7. Gentilissimo Roberto Sala. In montagna ci sono sempre stati “eroi” che hanno fatto impresa. Quando si fa impresa si deve generare un reddito ed essere competitivi. Se aprire un microbirrificio artigianale o un laboratorio di lavorazione dei prodotti del sottobosco a Ligonchio ha lo stesso regime impositivo che a Masone, agendo costi di trasporto tripli, mi spiega come si potrebbe essere competitivi? A Fanano, dove hanno la fondovalle, si puo’. Questa é la semplice spiegazione pratica.

    Riccardo Bigoi

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    • Parafrasando una famosa frase: “beato il territorio che non ha bisogno di eroi”.
      Gli eroi, o per meglio dire le eccellenze, non cambiano le sorti di un territorio, a meno di non essere un Brunello Cucinelli che si compra un intero paese e lo trasforma in un gioiello architettonico. Gli “eroi”, magari, sono utili nella misura in cui sono da stimolo e da esempio per gli altri. Ed anche in questo caso preferisco sorvolare sul fatto che l’atteggiamento italico spesso guarda a chi ha avuto successo più con rancorosa invidia che con tenace spirito di emulazione.
      Una eccellenza, come detto, non cambia le sorti del territorio, non basta che ci sia una azienda da 10 se poi le altre sono sotto la sufficienza e tirano solo a campare, è tutto l’ecosistema che deve funzionare. E quando l’ecosistema funziona anche il microbirrificio di Ligonchio la sua birra la distribuisce sul territorio perché sono i turisti che vengono a bersela sul territorio, come parte di quell’esperienza complessa che è il turismo negli anni 2000.

      Roberto Sala

      Rispondi

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