Leonida Togninelli di Monteorsaro, Maestro (e pastore) d’Appennino: le sue memorie in cerca di editore

Il maestro Leonida Togninelli moriva esattamente dieci anni fa, il 5 maggio 2009, a Villa Minozzo. Un anniversario che sta passando in un "fragoroso" silenzio perché Leonida non era una dei tanti maestri che, più o meno volentieri, sono passati per la montagna di Reggio. Era il simbolo di una gente d'alta montagna che aveva la propria terra nel cuore; che dedicava la sua vita a tenerla viva; a farla conoscere; a metterne a frutto le risorse a vantaggio non soltanto proprio, ma dell'intera provincia.

Di razza antica, avrebbero detto gli storici, che aveva nel proprio sangue la lotta millenaria delle generazioni della Val d'Asta e del Crinale intero perché i loro paesi mantenessero inalterato il ruolo di terre di passaggio e di pacifico contatto tra Emilia (anzi: "Lombardia", dicevano) e Toscana.

Se la Val d'Asta, nelle più recenti crisi, non ha chiuso i battenti, ma continua a lottare è grazie all'insegnamento di maestri come Leonida o – per citarne un altro – come il conterraneo Demos Galaverni –. E grazie anche ai loro scritti. In particolare alle poesie di Leonida, specchio particolare dell'uomo del Crinale, significativa nel contenuto e ancor più nella "intonazione" delle sue rime che molti lassù ripetono ancora, quasi esempio di citazione sapienziale.

Leonida Togninelli è nato nel 1915 a Monteorsaro di Villa Minozzo, il paese più alto dell’Appennino reggiano, in una numerosa famiglia di pastori. Pastore egli stesso, insieme al fratello si mette a studiare per corrispondenza alla ricerca di un avvenire diverso. A costo di enormi sacrifici, studiando durante il pascolo e nelle veglie, leggendo di tutto, i due fratelli ottengono il diploma di maestro elementare nei primi anni ‘40.

Mentre il fratello esercita la professione nei dintorni di Parma, Leonida sceglie di insegnare nel paese natìo, dove rimane per vent’anni. Soppressa la sede scolastica per sopravvenuto esiguo numero di alunni, si trasferisce a Villa Minozzo dove porta avanti l’impegno educativo fino al collocamento a riposo per raggiunti limiti di età.

Vari i riconoscimenti. A fine guerra riceve dal Corpo nazionale Volontari della Libertà l’attestato di benemerenza per i servizi resi alla causa della Liberazione. Nel 1950 gli viene assegnato il premio-onorificenza al merito educativo con questa motivazione. «Maestro a Monteorsaro, il paese più alto e più povero dell’Appennino Reggiano, lontanissimo da ogni comunicazione, da quindici anni continua a donare se stesso per l’elevazione morale e civile dei suoi scolari e della popolazione tutta. Cura ammalati, trasporta feriti, assiste moribondi, consiglia e conforta con fraterna carità cristiana. È guida spirituale di tutti, sorretto da un profondo senso religioso e da un elevato concetto della vita».

Medaglia d’oro “per l’opera particolarmente zelante ed efficace a favore dell’Istruzione Elementare e dell’Educazione Infantile”; Cavaliere e poi Commendatore della Repubblica Italiana.

Persona riservata, solo alla sua morte, nel 2009, la figlia trova un “memoriale” nel quale Leonida racconta le sue peripezie di partigiano e di maestro. Uno scritto ancora in cerca di editore, ma testimonianza fondamentale per la storia della montagna. Da questo scritto è tratto il testo che segue.

(GG)

Il mio solitario ventennio nella scuola di Monteorsaro

Proprio qui, a Monteorsaro, nel mio paese nativo, ricevetti il mio primo incarico annuale, nell'anno scolastico 1943-44. E qui, dopo qualche mese d'interruzione per cambio di sede e rastrellamenti, restai definitivamente facendo scuola a una numerosa pluriclasse composta da circa trentacinque alunni e passa, secondo le annate.

All'inizio facevo scuola in una baracca sgangherata residuo del terremoto del 1920 che aveva colpito anche Monteorsaro e poi era servita anche per depositi e bivacchi partigiani.

Nel 1955 il Comune me ne impiantò un'altra, di baracche, anche questa piuttosto malconcia, che era stata utilizzata per diversi anni come alloggio di una famiglia di Villa Minozzo rimasta senza tetto quando i nazifascisti avevano bruciato il paese. Dopo vari aggiustamenti, intonaci, disinfezioni, venne resa agibile per insegnarci dentro.

Cominciai a far scuola ai miei numerosi alunni con questo orario: dalle nove a mezzogiorno alle classi terza, quarta e quinta elementare; dalle quattordici alle sedici a quelli di prima e seconda elementare, tutti i giorni con vacanza al giovedì.

Dal 1946 in poi adottai l'orario unico: dalle otto e trenta del mattino fino alle tredici. Siccome gli scolari erano tutti del paese, questo orario andava bene anche ai loro genitori.

La scuola e l'insegnamento andarono bene finché non incominciò la lotta partigiana. Allora ci fu l'interruzione di un anno e più, cioè dal marzo del '44 all'estate del '45. Durante questa interruzione e quando il fronte era calmo, di mia iniziativa facevo scuola ai miei scolari, anche saltuariamente, affinché non dimenticassero quello che avevano appreso in precedenza.

Poi la lotta si fece più feroce e non fu più possibile proseguire essendo anch’io troppo occupato al servizio dei partigiani in missioni segrete o impegnato sul piano logistico.

Nel giugno del 1945, appena finita la guerra, fui incaricato dal Provveditore agli Studi di far scuola ai miei alunni per un richiamo scolastico per tre mesi: giugno, luglio e agosto. Il profitto risultò scarso, quasi nullo, perché i bambini risentivano ancora troppo delle paure e degli orrori del conflitto appena finito e i genitori, in quel periodo estivo, nonostante variassi gli orari per agevolare la frequenza, preferivano tenerli a casa ed utilizzarli per le loro necessità familiari: accudire le mucche, portare le pecore al pascolo, fare la legna giornaliera e altro.

In quegli anni la scuola si apriva il primo giorno d'ottobre e terminava verso il quindici di giugno, giorno più giorno meno. La sede per gli esami di fine anno delle elementari della nostra Valle era situata a Case Bagatti, località ritenuta al centro della zona. Lì affluivano gli scolari di Cervarolo, Novellano, Governara, Case Bagatti, Riparotonda e poi Monteorsaro, Febbio, Case Stantini, tutte sedi con uno o due insegnanti e abbondanza di alunni.

Allora era così e in quegli anni il Governo Italiano aveva creduto opportuno istituire molte sedi in loco per alleviare le carenze alfabetiche dei fanciulli dell'Alto Appennino, carenze dovute alla mancanza d'insegnamento causata dall' interruzione forzata durante la lotta partigiana.

Gli esami si svolgevano dunque a Case Bagatti dopo il venti di giugno. Questa sede fu sempre per me un incubo per molti anni, finché, dopo molte richieste, ottenni di portare la sede degli esami anche a Febbio.

Quando dovevo portare gli scolari a Case Bagatti, avevo sempre un fossaccio, il Rio Macchia, da passare. Era senza ponte e in giugno sempre abbondantemente fornito di acqua. Spesso mi toccava saltarlo da un sasso all'altro per guadarlo, con qualche scolaro di seconda in spalla, affinché non si bagnasse i piedi o ci cadesse dentro, e sarebbe stato ancor peggio.

In giugno le giornate sono generalmente limpide e calde. Ma un giorno, a metà strada, agli scolari e a me capitò addosso un violento temporalaccio e facemmo appena in tempo a ripararci dentro un provvidenziale vecchio mulino, altrimenti sarebbe stato un vero disastro. Giungemmo a Case Bagatti con un'ora e mezza di ritardo, quando gli altri avevano cominciato da un po'.

Gli esami per le elementari anche allora duravano tre giorni secondo le procedure e le leggi scolastiche vigenti. Ci ritrovavamo sempre in sette od otto insegnanti e tanti alunni da esaminare, ci facevamo da presidente l'uno con l'altro.

A metà giornata, a turno, consumavamo il pasto in una trattoria di case Balocchi, mentre gli esaminandi mangiavano al sacco, davanti alla scuola, sotto lo sguardo vigile di un paio di noi.

Il giorno stabilito dal calendario scolastico partivo sempre presto al mattino da Monteorsaro con una decina o più di scolari per essere nella sede degli esami verso le nove, perché il percorso era lungo, malagevole e abbastanza pericoloso. Ci voleva quasi un'ora e mezza di cammino e sempre a piedi, come si andava tutti a quel tempo.

Gli scolari erano sempre forniti di un'abbondante merenda che sarebbe servita da pranzo a mezzogiorno e da spuntino durante il ritorno.

Erano giornatacce impegnative e stressanti tanto per gli alunni che per gl'insegnanti.

Di direttori ne ho avuti tanti. Molti mi elogiarono perché, oltre all’insegnamento, si erano resi conto in quale ambiente stavo svolgendo la mia missione. Così non posso dire di tre... d’imperitura memoria. Non faccio nomi perché sono ricordi incresciosi e la mia indole ripugna dal farli noti.

Una fu una direttrice di Reggio, piuttosto anziana, la quale alla fine dell'anno scolastico 1945-46 mi classificò con un "discreto".

Mi azzardai a farle qualche osservazione...

Mi rispose risentita dicendo che questa "era la prassi", specialmente per i maestri di prima nomina e che non aveva avuto il tempo per visitarmi durante l'anno scolastico. Obiettai:

– Perché, allora, non è venuta a farmi visita?

Mi guardò con un sorriso di compatimento:

– Perche a Monteorsaro non verrò e non lo vedrò mai, perciò accontentati della classifica che ti ho dato. Forse ti saresti meritato di peggio, se fossi venuta!

Un altro direttore non voleva vedere lo scheletro e le varie parti anatomiche del corpo umano stampate sui cartelloni murali appesi alle pareti dell'aula e che mi servivano per insegnare scienze naturali. Rabbrividendo me li fece tirar via subito. Naturalmente, quando se ne fu andato, li riappesi alle pareti.

Questo direttore aveva anche paura dei germi e del contagio. Non toccava mai nulla e non dava mai la mano e, se lo faceva, correva subito a lavarsele. Non si rendeva conto che agendo in quel modo si rendeva ridicolo.

Il terzo fu il più deleterio. Era di prima nomina, montanaro, quindi ne doveva sapere di montagna. Una mattina, all'apertura della scuola, mi si presentò davanti un uomo piuttosto giovane che si qualificò come il nuovo Direttore. Era serio, di poche parole. Entrammo in classe. Osservò gli scolari, guardò i loro compiti e cominciò ad interrogarli, scrivendo poi le sue impressioni in silenzio ed in disparte in modo che io non potessi leggere le sue note.

Capii subito che avevo a che fare con un caporale prussiano e che lui aveva delle osservazioni da farmi in modo cattivo e superbo. Infatti si alzò accigliato:

– Sa, maestro, che andiamo male? Molto male!? Prima di tutto le faccio notare che i suoi scolari hanno le scarpe sporche...

– Posso testimoniare che la carrozzabile è arrivata a Monteorsaro soltanto nel 1959 ed è ancora sterrata e che dentro l'abitato ed oltre le strade sono ancora soltanto mulattiere, disagevoli e infangate... Come farebbero gli scolari a non sporcarsi le scarpe venendo a scuola? – avvampai. E aggiunsi: – E, in secondo luogo, faccio notare che anche il direttore ha le scarpe infangate! Non ha visto che strade ci sono? A questo punto è inutile proseguire gli interrogatori. Scriva quello che vuole, ma ora faccia il favore di andarsene, altrimenti me ne vado io. E, per finire, se ha qualcosa da dire, me lo comunichi soltanto per iscritto.

Se ne andò arrabbiatissimo minacciando severe sanzioni.

Una decina di giorni dopo mi capitarono in classe due Ispettori Scolastici: Amilcare Colli e Giuseppe Corbelli, uno della prima e l'altro della seconda Circoscrizione Scolastica. Lì per lì restai confuso e imbarazzato temendo chissà che cosa.

Vista la mia sorpresa, Corbelli mi disse sorridendo:

– Sta' pur tranquillo, maestro, che non siamo venuti soltanto per te. Amilcare è venuto per farmi compagnia in questa meravigliosa gita e, nel medesimo tempo, io sono qui per rendermi conto in che condizioni disagiate svolgi la tua opera d'insegnante.

Rivolse agli scolari alcune domande riguardanti la loro frequenza e le loro attitudini, poi:

– Ho già visto e ispezionato abbastanza. Tu non sei soltanto un ottimo maestro, ma sei anche un missionario. Saresti da premiare... altro che scarpe sporche... Ora manda a casa i tuoi scolari e poi accompagnaci alla Peschiera Zamboni a mangiare una buona trota.

Non me lo feci ripetere. Mandai a casa gli scolari, dato che era già ora, passammo a salutare mia moglie e via per l'antica mulattiera, perché ancora si andava a piedi e non solo alla Peschiera. La carrozzabile arrivò qualche anno dopo e gli Ispettori erano arrivati a Monteorsaro con la jeep fin dove si poteva andare, dopo avevano proseguito a piedi.

Alla Peschiera mangiammo le trote ed altro: un vero pranzo. Tornammo felici e contenti.

Ritornando al direttore. Durante l'anno non ricevetti alcuna comunicazione scritta oltre alle normali circolari. Alla fine di giugno, quando gli consegnai il registro di classe e le pagelle da firmare, ci salutammo con un gelido buon giorno. L'anno dopo non c'era più.

D'altra parte occorre far notare che quasi tutti i direttori didattici operanti quassù in quegli anni erano di prima nomina, provenienti dalla bassa o da paesi lontani. Non potevano in breve tempo capire l'ambiente montanaro, ci sarebbe voluto del tempo per ambientarsi, ma, appena potevano, se ne andavano.

Avevano fretta.

Leonida Togninelli

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2 Commenti

  1. Egregio Prof. Giovanelli. Mi fa molto piacere che lei abbia ricordato la figura del maestro Togninelli. La mia amicizia con la figlia mi rende orgogliosa e felice. Le vorrei rammentare però che non tutti lo hanno dimenticato: nel 1° concorso letterario “Raffaele Crovi” del 2017 nella sezione “Terra del Castagno” di Sologno abbiamo dedicato un ricordo e una pergamena al poeta della nostra montagna. E quest’anno, nel concorso dedicato al maestro “Loris Malaguzzi” gli abbiamo addirittura dedicato una sezione. Se avrà la bontà di contattarmi sulla mail le invierò il bando.
    Non è una critica la mia. Apprezzo moltissimo il suo ricordo. Ma mi fa piacere sottolineare il nostro impegno verso il maestro Togninelli e la sua opera.
    Cordiali saluti.
    Anna Giorgini

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    • Gent.ma Signora Giorgini,

      in una nota di poche righe ogni parola può diventare ambigua. E così vedo che è stato del mio richiamo al “silenzio” su Leonida Togninelli, non in assoluto, ma in occasione del decimo anniversario della morte, quando un pur breve ricordo non avrebbe fatto altro che rinverdire i ricordi precedenti. Penso, infatti, che la figlia sia ben contenta e consapevole del ricordo che il suo papà ha avuto nelle occasioni che Lei cita, particolarmente quelle di Sologno, alle quali va aggiunto anche il ricordo su “Un poco di noi” del 2018.
      Il ricordo di maestri come Leonida Togninelli, però, va oltre il merito letterario. Ed è quello di aver fatto una scuola in cui la parola nasceva dal territorio, ne era riflessione, espressione, voce, consapevolezza, proposta; che affrontava problematiche vitali per la montagna e anticipava risposte al modo di personaggi ben più noti quali, ad esempio, un Paulo Freire per i campesinos del Brasile. Quest’esempio non è un “parva componere magnis”. Lo dimostrano, se si vuole, le nove annate (1950-1959) del “Notiziario” della scuola della montagna reggiana dell’Ispettore Giulio Piombi.
      Il risultato era un invito, anziché piangersi addosso e aspettare da altri la “redenzione”, a prepararsi culturalmente, poi a rimboccarsi le maniche e “darsi da fare” in tutti i campi, nel più ampio arco possibile, da quello politico a quello socio-economico.
      A questo soprattutto si riferiva il “silenzio”.
      La ringrazio di avermi richiamato a questo ulteriore chiarimento.
      Giuseppe Giovanelli

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