I racconti dell’Elda 15 / “C’era una volta il pallone”

Sì questa volta vi voglio parlare del pallone, perché quando è arrivato a Castelnovo, il calcio e la varie squadre non sapevamo ancora cosa fossero, allora la televisione non esisteva e nelle poche case dove c’era la radio si ascoltavano soltanto i notiziari politici e le canzonette.

Torniamo al pallone, eravamo nel ’45 la guerra era finita da poco, alla Pieve c’era un nuovo cappellano don Ivo Prati, il pallone lo aveva portato lui. Era un prete molto giovane, alto magro, ballava dentro la lunga tonaca nera, il viso incavato il naso sottile aquilino e due occhi neri che luccicavano e le sopracciglia anch’esse nerissime ad arco, portava sempre il cappello da prete calato sulla fronte. Era lui che aveva radunato i ragazzini nel sagrato della Pieve, poi li aveva portati giù a Bagnolo nel prato dei Largadér, dietro la casa che era ancora un mucchio di macerie, anch’essa aveva subito il bombardamento assieme all’ospedale.

I Largadér erano una famiglia alquanto famosa e ricchissima di origine Svizzera, precisamente dei Grigioni, in quel periodo però non c’erano, avevano affittato il palazzo con relativo capannone dove tenevano carrozza e cavalli, ai fratelli Benassi che vi avevano impiantato la loro falegnameria.

Anzi vi dirò che durante il bombardamento Stefano Benassi e la moglie Elia rimasero feriti piuttosto gravemente, nonostante questo riuscirono a imboccare il sentiero della Montadella e sorreggendosi a vicenda arrivarono al cimitero dove furono soccorsi dai miei che li avevano visti arrivare. Ricordo che avevano sangue in viso, nei vestiti nelle mani, erano imbrattati di polvere e nugoli di mosche sopra di loro. La maestra Elia era la più grave, la sdraiarono su un materasso che mamma aveva tolto dal suo letto e appoggiato sotto il pergolato e io bambina vedevo la grossa scheggia che aveva conficcata in fronte, mentre Bertino che era un infermiere le lavava il viso e la mamma la faceva sorseggiare acqua e zucchero, il marito era svenuto gli avevano fasciato una mano con un asciugamano, dicevano che gli mancavano due o tre dita.

Scusate il mio divagare, ma certi ricordi me ne portano altri e io non posso metterli da parte.

Bene, finalmente la guerra era finita ne stavamo uscendo con le ossa rotte, ma la testa portata ben alta e noi torniamo al campo dei Largadér, che era bello pari, in un angolo c’era un grande pozzo, i ragazzi vi avevano piantato quattro pali a dovuta distanza per delimitare le porte, poi col tempo tutto questo è diventato il giardino di casa Marconi. Allora era di nessuno e una masnada di ragazzini rincorrevano un pallone, mentre un prete col fischietto fra le labbra, cercava di insegnare loro qualche regola.

Come sapete in queste partitelle nessuno vuole stare in porta, allora scelsero mio fratello Nilo allora undicenne, con addosso qualche chilo in più e con la gamba lenta. Lui non aveva mai sentito parlare di futbol, ma era ubbidiente e si mise in porta, ricordo che indossava una camicia gialla e i pantaloni al ginocchio marroni. Il primo tiro lo faceva Mariolino Del Rio veloce potente, tanto che mio fratello si riparava la testa con le mani e correva via per evitare l’impatto. Don Ivo lo inseguiva e gli spiegava che il pallone doveva fermarlo altrimenti sarebbe stato gol. Non so dirvi se ne ha mai fermato uno, di solito si aggrappava al palo e lo lasciava passare, poi andava a raccattarlo dentro alla siepe di spine, infine pensava bene che quel gioco non era per lui, noi aspettavamo la neve per sciare, dietro la porta di casa nostra c’era sempre un paio di sci già paraffinati con la candela, che aspettava l’inverno.

Intanto in quel campetto di fortuna cominciavano a disputarsi vere e proprie partitelle “Bagnolo contro Castelnovo”, i primi sfoggiavano i fratelli Barozzi, i Teggi, Meo Saccaggi i Del Rio ecc… I Castelnovini invece avevano i Pedrazzoli, Monelli, Rabotti e via via i migliori, poi c’era anche il Rovina, (i vulpai cuntra i ranai) di Bagnolo, a Rovina poi c’erano i famosi Farinelli, chi non ricorda Romano detto (Mumma) che poi del calcio ne fece la sua professione.

Qualche tempo dopo cominciarono a ricostruire il palazzo degli Svizzeri che era stato acquistato dal professore e prese il nome di palazzo Marconi e il campetto da calcio diventò giardino, coi viali inghiaiati e la vasca per i pesci. Nel frattempo lassù vicino al Sanatorio nella proprietà della chiesa costruirono il campo da calcio vero, a norma, le porte con le traverse e le reti che fermavano il pallone quando entrava, così non dovevi più inseguirlo e raccattarlo tra i rovi, c’erano anche gli spogliatoi, poi il tutto delimitato con strisce fatte con polvere di gesso bianco ben visibile e noi bambini dopo i vespri andavamo a sederci sulla riva dalla parte della Pieve e seguivamo le partite.

Mio fratello non c’era più era andato a studiare in seminario era un periodo che mi mancava tanto, però lassù seduta sulla riva, ho cominciato ad apprezzare questo sport. Allora non c’erano più ragazzini capeggiati da un prete, con la tonaca arrotolata in vita per non inciampare durante la corsa, coi pantaloni alla zuava in bella vista e i calzettoni neri, ma erano diventati veri e propri giocatori con le maglie tutte uguali, i calzoncini e le scarpette coi tacchetti.

La squadra aveva preso il nome di “Bismantova”, la nostra Pietra ha sempre ispirato la nostra gente, anzi vi dirò che in un certo periodo le squadre erano due, i giovanissimi e i senior e facevano a gara fra loro per primeggiare, tutte e due fortissime. Poi si confrontavano con i vari paesi della nostra montagna e con grande onore per la felicità dei loro allenatori e accompagnatori. Anche Giuseppe Mareggini e Piero Cagnoli arbitravano con l’impeccabile divisa nera e il fischietto luccicante fra le dita.

Fu in quel periodo che cominciai a distinguere l’attacco dalla difesa, le ali dai terzini, il corner, il rigore, la punizione ecc… Ancora adesso seguo in televisione le partite più importanti, ma tifo solo per la nazionale.

1955

Nella prima foto Torneo della montagna del 1955 potete vedere da sinistra verso destra in piedi:

Iotti Antonio, Pedrazzoli Romano, Monelli William, Vanicelli Benito (apprezzato portiere), Rubini Francesco e l’allenatore Pellegrini Dante, poi accosciati sempre da sinistra Ruffini Vittorio, Ferrari Eros, Vanicelli Romano (il famoso Mumma), Arlotti Nino, Cagni Luigi e Rabotti Tommaseo.

Nella seconda invece di qualche anno dopo eravamo già nel ‘60, potete vedere da sinistra in piedi:

1960

Nino Arlotti (che non giocava più, ma faceva l’accompagnatore), Rubini Francesco (Bibì), Farinelli Fioravante (Fiore), Battistessa Roberto (Roby), Zannini Erminio (acc.), Ferrari Eros, Ruffini Vittorio, un dirigente e qui non so dirvi chi era, poi il grande meraviglioso Torcianti Ireneo (dirigente e allenatore che dopo ogni partita raccoglieva le maglie e le portava a far lavare a mano alla signora Maria Viappiani), poi di seguito in ginocchio sempre da sinistra, Cagni Luigi, Casali Luigi, Landucci Lino (detto Il cobra), Leonardi Giorgio, Del Rio Francesco (Scassa) e Pellati Lino (altro portiere). Tutti miei coetanei, purtroppo qualcuno è venuto a mancare, ma io credo fermamente che saranno lassù in qualche posto di questo immenso universo, staranno preparando un campo da calcio per giocare soltanto partite amichevoli, perché lassù non esistono né i primi né gli ultimi.

Grazie don Ivo ovunque tu sia, per aver portato il pallone ai ragazzini di Castelnovo in un momento così duro della loro vita.

(Elda Zannini)

 

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6 Commenti

  1. Cara Elda, proprio oggi mi fermavo al supermercato per farti i complimenti su questi tuoi flash di un “Come eravamo”. Così che ho saputo di questa imminente uscita, che ho letto tutto d’un fiato. E ti penserò, giocoforza, quando con la mamma, andremo a passeggio nel giardino della sua giovinezza, proprio lì da quel pozzo che ancora oggi, in questo tuo racconto, per molti versi, continua a placare le nostre seti, di oggi e di allora… Grazie

    Umberto

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  2. Questo racconto è bellissimo. Sono arrivata a Castelnovo 59 anni fa e queste persone le ho conosciute quasi tutte. Rabotti e Monelli colleghi di mio marito Giorgio al Banco. Si perché la banca BPV l’abbiamo sempre chiamata così. Ho imparato che il grande Giuseppe Mareggini faceva l’arbitro. E poi Bertino l’infermiere. Avevo 8-9 anni quando mia mamma mi mandava all’ospedale a fare compagnia alla nonna ricoverata in chirurgia. Era alto e mi sembrava pure un po’ autoritario. Io ero una bambina e mi incuteva severità. Meno male che poi arrivava la Minghina “da Cà di Guera” o la Maria di Pellegrino con le sue battute. Grazie signora Elda

    Paola Bizzarri

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  3. Grazie di cuore per questo bellissimo ricordo… ma soprattutto per avermi raccontato un pezzo della storia del mio papà, oltre a queste due splendide foto: così giovane non avevo mai avuto la gioia di vederlo.

    Maria Chiara Rubini (figlia di “Bibi”)

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  4. Ma che meraviglia! Bellissime Foto! Grazie

    Nicola Tarlanda

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  5. E’ proprio bello che esista una “Signora Elda”che ogni tanto ci scalda il cuore con i suoi racconti! Perchè all’improvviso li ritroviamo tutti, quelli che abbiamo conosciuto e non ci sono più, i nostri cari che se ne sono andati ed insieme a loro un pezzetto di noi, della nostra vita.
    Anch’io ricordo bene quando in casa nostra si radunavano alcuni arbitri con mio fratello Piero, Torcianti che spesso veniva a discutere con lui di calcio e di partite, don Mario Gasperini, e la famosa valigetta verde che Piero prendeva con sè quando andava ad arbitrare, dentro la quale mia mamma metteva ordinatamente la divisa da arbitro dopo averla lavata e stirata a puntino.
    Tante volte avrebbe voluto andare ad assistere alle partite orgogliosa di essere la mamma dell’arbitro. Lui non voleva ma una volta si arrese di fronte all’insistenza di mia mamma la quale partì felice e torno’ sconvolta”: Uhh, ma se sapessi che roba gli urlano, ma proprio della brutta roba! Delle cose che non ti ripeto! Uno poi gli ha anche gridato “Arbitro, ci vediamo fuori che t’accoppo! Ma è un lavoro pericoloso!” Piero rideva ben sapendo che, finita la partita, di solito finivano anche gl’insulti. Però da quella volta mia mamma non volle più andare e, oltre alla divisa lavata e stirata, mise nella valigetta un’immagine della Madonna della Pietra che, nel caso, lo proteggesse, controllando che non mancasse mai. Altri tempi.

    Mariolina Cagnoli

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  6. Meraviglioso!

    Dilva Attolini

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