I racconti dell’Elda 16 / “I mestieri di una volta: l’ombrellaio”

Parapioggia

Continua a piovere, la mamma diceva: “Maggio ortolano, molta paglia e poco grano”. Questi erano i proverbi contadini di una volta, quando anche se pioveva a dirotto, dovevi recarti nella stalla o nel fienile mettendoti sulle spalla un sacco di iuta raddoppiato, così ti infilavi il cappuccio in testa per ripararti dalla pioggia. Gli ombrelli erano preziosi, allora nelle case ce n’erano pochi, non esisteva l’usa e getta come ora, di solito quando se ne comprava uno era quello e basta doveva durare per molto tempo, per questo noi abbiamo conosciuto l’ombrellaio, cioè colui che aggiustava gli ombrelli.

Io e mio fratello di ombrelli ne avevamo uno in società, era di cotone nero pesante e largo e sotto ci stavamo comodamente in due, ci serviva per andare a scuola. Solitamente lo reggeva lui, perché era più alto, io cercavo più che altro di non far bagnare la cartella di cartone, me l’avevano comprata nuova e mi avevano detto che se si bagnava si scioglieva. Lui invece ce l’aveva di fibra arancione con la tracolla, prima era stata usata dai nostri fratelli più grandi e io la guardavo con invidia, non temeva la pioggia e la potevi sbattere che non si rompeva, figuratevi che quando c’era il ghiaccio la usavano a mo’ di slitta giù per la discesa del cimitero.

Una volta arrivati vicino alla scuola (dove adesso c’è il Polivalente), lui chiudeva l’ombrello e così gocciolante me lo rifilava e correva dai suoi amici. Io quest’ombrello fradicio, grande e pesante, non sapevo mai dove metterlo, infine lo attaccavo all’attaccapanni fuori dall’aula e cercavo di nasconderlo sotto al mio cappotto. Sapete, arrivavano le Castelnovine, con ombrellini piccoli, colorati con un tappo al posto della punta e i manici luccicanti dritti o a forma di testa di cagnolino attraversati da una catenella, perciò il mio lo nascondevo bene e non importava se cercavo di uscire dall’aula per ultima e m’infilavo il cappotto bello umido anche sul rovescio. Ora ho capito perché mi prendevo dei raffreddori terribili che mi facevano respirare a bocca aperta.

Poi la Luisa Mareggini, mia dolce compagna di banco, un giorno mi regalò la sua mantella impermeabile trasparente, color menta, non mi arrivava fino ai piedi, perché ero più alta di lei, ma aveva il cappuccio e finalmente la cartella stava al riparo vicino al mio corpo. A lei ne avevano comprata una di gomma bleu bellissima lunga e larga, cara Luisa, mi aveva fatta felice.

Così l’ombrellone restava di proprietà di Nilo, ma lui molte volte non lo voleva, perché era ingombrante, allora si infilava in testa un berretto e correva fra una goccia e l’altra, almeno così pensava lui.

Come ho già detto, allora non esisteva l’usa e getta, perciò quando gli ombrelli si rompevano, si tenevano da parte che prima o poi sarebbe passato l’ombrellaio che li aggiustava.

Usa e getta

Non ho mai conosciuto il suo vero nome, lo chiamavano Bindöla da Costa. “Bindöla”, cioè gironzolone. Io e mio fratello lo vedevamo arrivare su per la salita del cimitero, passo dopo passo, con una flemma incredibile. La testa piccola sopra un corpo grande, col pancione che saltava fuori dalla cinta che tratteneva i calzoni, aiutata da due bretelle elastiche ormai logore che attraversavano la camicia scozzese. Due occhi piccoli che pisciavano all’ingiù, le palpebre cadenti che lasciavano intravedere due pupille chiare, ora tristi e ora furbette e in quel momento la bocca gli si apriva in un sorriso composto da molte finestrelle simpatiche. I pantaloni e il gilè erano di fustagno come la giacca, il colore forse un tempo era stato marrone, ma ora era sbiadito e tirava al verdastro. In testa un cappello sformato e al collo il famoso fazzolettone di seta brillante e colorata che portavano tutti i mercanti di bestie, ma mi sembra di ricordare che a Costa de Grassi lo portassero indistintamente tutti gli uomini, era un segno di riconoscimento, come una bandiera, ricordo anche che un vecchio aveva alle orecchie le anelle d’oro e mi raccontavano che un tempo erano in molti a portarle. Chissà chi aveva tramandato loro quest’usanza.

Bindöla no, non le aveva, lui arrancava su per la salita col famoso ombrellone da pastore di tela impermeabilizzata verde col manico rosso trattenuto a tracolla da una robusta corda. Con la mano sinistra reggeva una piccola cassetta di legno a forma di valigetta di colore grigio dove conservava gli attrezzi del mestiere: pinze, ago, un rocchetto di refe nero, delle molle minuscole, piccoli pezzi di stoffa ricavati da vecchi ombrelli da buttare e da questi anche le varie stecche per il ricambio. Con la destra invece si appoggiava a una robusta zannetta. Camminava piano guardando dove metteva i piedi, Nilo gli correva incontro e si prestava per portargli la cassetta, era una cosa che lo inorgogliva.

Quel giorno era partito da Costa de Grassi di mattina e sul far del mezzogiorno arrivava a casa nostra “Malpasso”, la mamma gli offriva una scodella di minestra e mezza pagnotta di pane bianco e lui in cambio le aggiustava un ombrello, mettendogli un cappelletto vicino alla punta, dove le stecche a forza di aprirlo e chiuderlo avevano forato la stoffa. Lo smontava completamente e lo allargava sul tavolo, sembrava un grosso pipistrello con le ali aperte, ritagliava il pezzo da mettere di rinforzo e lo imbastiva tutt’intorno, allora la mamma gli diceva: “Datelo a me che ve lo cucio a macchina”. Questa era la famosa Necchi a pedale (che io conservo qui di fianco al computer, il vecchio e il moderno che si confrontano) ma anche se a pedale, era sempre più veloce delle mani di Bindöla che era ben felice di essere aiutato.

A lavoro finito ripartiva e a ora di merenda si fermava a Cà di Bugino dove la Maria gli faceva aggiustare l’ombrello di Venanzio, forse anche quello di Peppo e lì oltre al pane e salame ci scappava anche qualche soldino.

Poi proseguiva per Carnola dove trovava la cena e un mucchio di paglia dentro qualche stalla dove poter dormire al caldo con gli animali. Così, la mattina dopo il suo giro continuava, Bondolo, il Pianello, poi attraversava il Secchia dove l’acqua non era molto alta, bastava togliersi le scarpe e arrotolarsi i pantaloni fino al ginocchio, allora il ponte era ancora nei sogni degli abitanti di Sologno, di Carù e di Cerrè.

Così il nostro Bindöla passava nel comune di Villa Minozzo, poi su fino a Ligonchio, da lì girava verso il Cusna per poi scendere e arrivare a Civago, poi Toano e il suo giro continuava ininterrottamente, fermandosi sulle piazze o nelle aie dei contadini sempre aggiustando ombrelli. Puntualmente prima delle grandi piogge autunnali, Bindöla passava di casa in casa, tutti lo conoscevano e gli offrivano lavoro e ristoro.

(Elda Zannini)

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2 Commenti

  1. Grazie signora Zannini per le sua preziosa testimonianza di un tempo che attraverso i suoi racconti ci sembra lontano ma affascinante, in cui le necessità i sogni ed i valori erano veri ed assoluti. Sebbene io abbia passato da poco i 50, ho memoria di personaggi erranti come l’Ombrellaio. Mi ricordo di un signore chiamato Rumanin che veniva alle sagre a vendere fischietti di carta e polvere “grattina”. Di un altro signore che chiamavamo Testa Basa, che passava trasportando grandi sacchi, li posava e poi tornava indietro a prenderne altri varie volte e poi ripartiva. Mi ricordo di un altro tizio chiamato Giuvan che passava con un vecchio camion e comprava uova e uccellini che noi bambini vendevamo per 50 lire la dozzina. Ricordo anche io gli arrotini ed inoltre ero colpito dai vari pastori che passavano periodicamente. Ogni tanto arrivavano personaggi strani senza arte ne parte mezzi ubriachi che chiedevano di potere dormire nel fienile e che a me facevano un po paura. Grazie nuovamente signora Zannini. Bei tempi andati, duri e difficili ma pieni di bei ricordi.

    Luca L.

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  2. Grazie Luca, non sai che piacere mi fa sapere che le mie storie vengono lette anche da ragazzi come te. Non dobbiamo dimenticare le nostre origini, le nostre radici, penso sia importante farle conoscere anche a chi non sa o crede che siano favole

    Elda Zannini

    Rispondi

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