“Dieci piccoli film per qualcosa di nascosto”. Racconti di Emanuele Ferrari. Sette – I campi

Sette – I campi

All’inizio l’acqua si raccoglie nei canali e aspetta la pioggia. C’è anche una casa in mezzo, una casa che aspetta. Ci sono persone lontane, diceva spesso mio nonno Lelio, che aspettano l’acqua e una casa. Poi ci sono i campi arati che aspettano le persone, i campi dove piano l’acqua s’infila e scende in profondità e allora uno spera che in quel buio possa nascere qualcosa, diceva mio padre, quando finivamo il nostro giro quotidiano nei campi, erano i giorni d’autunno e lontano, quasi invisibile sulla costa di un campo che si chiamava Il Vidice, potevamo vedere ancora un trattore che tracciava un solco, ma era solo un’ombra senza scheletro e corpo.

Di quei giorni io mi ricordo soprattutto le nuvole, gli alberi che perdevano le foglie, i salici coi rami dritti come aghi e i resti di una casa costruita per noi bambini, sopra una quercia, con sotto un deposito di legna e altri oggetti inutili. Dentro il fienile qualche sacco chiuso di grano rimasto, le coperte arrotolate dove mia nonna faceva seccare le castagne, quando mia nonna c’era ancora e gli orizzonti non sembravano così lontani e tutto, davvero tutto, sembrava possibile, a portata di mano.

Alla fine, quando tornavamo a casa, mio padre si fermava sul ciglio della strada a salutare Frasco, il suo padrino della cresima, fermo sullo scaletto, che iniziava a potare gli alberi al margine dei campi arati, o semplicemente tagliava e legava insieme con la corda da balla, qualche ramo affilato di salice, per farne una scopa, e così diceva anche lui doveva aspettare la luna buona per iniziare a travasare o imbottigliare il vino.

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