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Corrado Tamburini, homo salvadego

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Incontriamo Corrado Tamburini nella sua "nuova" abitazione: una vecchia porzione di casa in sasso, probabilmente risalente ai primi del Novecento, situata in un'ampia radura fra i boschi di Predolo. La vecchia cava di sasso dista poche centinaia di metri, mentre il giardino è una terrazza naturale che domina un paesaggio apparentemente incontaminato - al centro del quale emerge la Pietra di Bismantova. I soffitti della casa sono bassi e le travi ostentano i segni del tempo. La camera da letto poggia su un antico tavolato di legno al quale Corrado ha ridato vita ed una nuova possibilità, mentre la cucina ed il vecchio camino ricordano il focolare di una civiltà contadina che non esiste più.

Corrado ha allestito in questo luogo, dove vive prevalentemente d'estate, la sua ultima mostra personale: un insieme di dipinti, quadri tridimensionali e sculture che denunciano inequivocabilmente il dramma dei disastri ambientali perpetrati dall'uomo. Parte dei materiali impiegati sono oggetti e rifiuti che Corrado ha trovato durante le sue passeggiate nei boschi circostanti e che ha riutilizzato per comporre le sue creazioni. Corrado ci accompagna, a lume di candela, da una opera d'arte all'altra. L'atmosfera è surreale. A tratti, sembra di essere degli esploratori alla scoperta di tracce di un'antica civiltà sconosciuta, con un misto di intimità e di eccitazione che contrastano con la drammaticità delle opere.
Il messaggio di Corrado è inequivocabile, apparentemente privo di qualsiasi forma di speranza, la condanna dell'uomo e del progresso sono totali: la civiltà ha portato ambizioni, interessi e desideri personali in nome dei quali l'uomo ha distrutto il suo ambiente. Solo tornando ad uno stato primordiale, liberandosi del superfluo e limitandosi al soddisfacimento dei bisogni primari, l'essere umano può mantenere un rapporto sano con la natura, pensare di sopravvivere ed avere un posto nel pianeta. La regressione ad uno stato più animale appare quindi l'unica via di sopravvivenza.

Non a caso Corrado dirà "all'uomo preferisco sempre di più gli animali, perché sorridono sempre e non mentono mai". Durante le riprese Corrado ci ha accompagnato nella sua casa, mantenendosi in disparte, alternando lunghi silenzi a delucidazioni sul restauro della casa ed al racconto del suo percorso artistico. La sensazione era quella di aver in qualche modo violato un suo spazio vitale, che doveva vigilare, ma allo stesso tempo di essere accolti affinché avessimo il tempo di cogliere tutto quanto quella situazione e quell'ambiente ci trasmettevano. "L'arte per me è una necessità, non posso farne a meno", dichiara Corrado, ed in questa casa pare avere trovato una terra di mezzo, un luogo di incontro e di mediazione fra la sua fuga da un mondo nel quale non si riconosce ed il bisogno inevitabile dell'uomo, in quanto "animale sociale", di condividere ed entrare in relazione.

Sullo sfondo della sua vita e della sua arte resta, trasversale ad ogni esperienza, l'Appennino, al quale è legato in modo viscerale, ma che a volte vorrebbe lasciare, tuttavia senza riuscirvi perché "le mie radici sono qui (...) la mia famiglia vive qui da quattrocento anni".
Chiudiamo l'intervista con la sensazione di aver preso qualcosa, che ci sia stato permesso di prenderlo poiché chi ci ha ospitato sperava lo facessimo. Corrado addirittura si offre di regalarci un piatto storico esposto sul camino che aveva attirato la nostra attenzione, ma decliniamo l'offerta. Del resto, è proprio l'ingordigia uno dei mali che ha portato Corrado a sperare che l'uomo ritorni ad essere salvadego. La sensibilità, la semplicità, la sincerità che contraddistinguono Corrado ci sono sembrati già un ottimo risultato.

Qui il video "Corrado Tamburini, homo salvadego":

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