Cervarezza e l’ipotesi di un’origine perduta nelle nebbie dei secoli

Il fascino esercitato dalla Storia nella scoperta del passato di un territorio sta in quella meticolosa cucitura di indizi e tracce apparentemente disconnessi fra loro che, insieme, formano un racconto coerente.

È fatta di questi lenti assemblaggi anche la Storia del nostro Appennino, sempre più strutturata via via che nuovi contributi aggiungono conoscenza e ne rendono più comprensibile la lettura.

Sono queste, per esempio, le vicende che hanno interessato la nascita e la vita della Corte di Nasseta, sulla sponda destra del Secchia, il tracciato della strada romana da Parma a Lucca, che proprio la valle del Secchia attraversava ed altre testimonianze che giungono a destinazione in un lento lavoro di ricerca.

Fra i molti fronti di conoscenza ancora in via di definizione uno è rappresentato da quelle porzioni di terre fiscali che, a partire dal periodo romano in avanti, andarono a presidiare porzioni del territorio di particolare interesse o strategiche dal punto di vista militare.

Si trattava di aree in qualche modo presidiate dove chi controllava questo territorio aveva anche il compito di preservarlo e tenerlo in sicurezza.

Così è stato per la Corte di Nasseta, sorta proprio su un territorio prima di proprietà del Fisco Regio e a presidio dei valichi appenninici, così è dato di capire anche per alcune zone attraversate dalla strada romana Parma-Lucca.

Fra le testimonianze che riguardano da vicino l’alta valle del Secchia, proprio in relazione alla presenza di terre fiscali, una tocca nello specifico l’area di Cervarezza e, in qualche modo contribuisce anche a spiegare forse meglio l’origine del nome di questo paese.

Nell’anno 980 Re Berengario, Re d’Italia di stirpe franca, dona a Unroch, figlio del suo fedele vassallo Suppone, Conte di Parma, due corti e una selva. Le corti sono quella di Fellina e Maliaco, oggi identificate in Felina e forse Maillo o Maiolo, mentre la selva, il gaium di Monte Cervario, viene descritta attraverso i suoi confini che sono: il monte Deposci, il torrente Niteram e il fiume Incia.

Già gli storici antichi, fra questi il reggiano Girolamo Tiraboschi, avevano sovrapposto il nome del monte Deposci al Ventasso, conferendo quindi anche un’altra informazione di interesse, mentre quelli dei due corsi d’acqua riferiti al torrente Lonza e al fiume Enza.

L’area in questione doveva, dunque, gravitante nel versante ramisetano del Ventasso.

Da poco tempo uno studio di Federico Zoni “Edilizia residenziale medievale dell’Appennino reggiano (secoli XI – XIV)” ha supposto che quest’area fosse più o meno corrispondente al territorio di Cervarezza e già questo dato conferisce estremo interesse ad un ambito e ad un paese che mostra così di essere stato un punto nevralgico.

Ma - e la considerazione che segue riporta all’importanza di una lettura del territorio fatta di indizi e frammenti – quello che ancora manca per l’identificazione della selva di Monte Cervario con Cervarezza è un altro indizio che da diverso tempo “dormiva” all’interno di una mappa ritrovata una decina d’anni fa all’Archivio di Stato di Modena.

È una mappa, una piccola mappa del periodo estense che riporta il territorio di Busana, con le vie che l’attraversano, le evidenze più importanti come il castello denominato “Palazzo Nazionale” e altri elementi di interesse. Fra questi, i territori delle comunità confinanti che sono, villa di Ripesata cioè Nismozza da un lato e, a nord, villa di Servareggia, cioè Cervarezza.

Eccolo lì allora l’indizio che emerge da un’antica carta per corroborare e sostenere un’ipotesi: ecco allora la conferma che la villa di Servareggia si identifica con Cervarezza ma, e questo è estremamente interessante, anche la spiegazione del nome che questo paese porta: un territorio e il suo villaggio che sono una Selva Regia, perché Servareggia è Selva Regia. Alla luce di ciò si può affermare con buona probabilità, quindi, che l’etimologia del nome Cervarezza non sia legato alla presenza di cervi in quel luogo, bensì alla terra fiscale donata da Berengario.

Ecco, dunque, affiorare dal passato un perché e un come che, fra l’altro, trovano un’altra conferma nel documento del 1.106 con il quale l’Arciprete di Campigliola (Castelnovo) riceve in permuta dai sacerdoti Gerardo e Teuzone dell’Eremo di S. Venerio di Carù, un pezzo di terra a Cervarezza, sulla quale viene costruita la chiesa. Nei confini di questo territorio sul quale si edificherà la chiesa “vicino al lago” (un lago che poi evidentemente franò e scomparve) viene nominata una ”Arimannia di Ruvitico”, cioè una dislocazione di armati longobardi proprio a nord di Cervarezza.

Anche in questo caso la presenza di un nucleo di armati rimanda ad una porzione di territorio da presidiare, un qualcosa che, in qualche modo, rimanda alla nostra selva regia.

Tracce, fili da seguire come un gomitolo che incrociano altri gomitoli e altre storie che restituiscono vicende inimmaginabili e affascinanti.

E, allora, il fascino della Storia, di questa Storia, sta proprio nel vivere accanto a noi e nel rappresentare un colpo d’occhio diverso su un territorio che oggi sentiamo nostro, come altri in passato hanno sentito loro.

L’antica corte di Nasseta, la strada romana Parma-Lucca, il castello e le vicende dei Vallisneri nobili e scienziati e la casata dei Dalli, nobili e importanti uomini d’arme con i loro castelli di Piolo, Ligonchio, Busana e le mille altre vicissitudini che hanno preceduto questo tempo.

Perciò, un’ultima considerazione: non è forse il caso che questa Storia, piccola e grande, fatta di villaggi e potenti castelli e corti e vicende sia, in qualche modo, raccontata ai ragazzi d’Appennino?

(Rosi Manari)

 

 

 

 

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