La nostra Amazzonia: nasce il Centro Uomini e Foreste

Cambiare la prospettiva da cui l’uomo guarda le foreste: da fabbrica di legna da ardere a prime alleate per affrontare i cambiamenti climatici. Questo il primo grande obiettivo del progetto “Centro Uomini e Foreste”, che si concretizza in un centro istituzionale di riferimento per enti pubblici, consorzi o privati cittadini sul fronte della gestione forestale sostenibile.

Willy Reggioni

“Si tratta di un grande progetto culturale – puntualizza il referente del progetto Willy Reggioni – che vuole coinvolgere su area vasta tutti i portatori di interesse rispetto al tema delle foreste, invitandoli prima di tutto a sedersi attorno allo stesso tavolo per iniziare a ragionare sul ruolo che le foreste saranno chiamate a svolgere per le future generazioni”.
“In un contesto di grande criticità climatica – prosegue Reggioni – dobbiamo considerare le foreste come nostre alleate per “sequestrare” CO2 e fissarla nel legno e nel suolo: si tratta di un valore inestimabile, senza contare che in futuro potrebbe essere riconosciuto anche un valore economico per questa capacità che le foreste hanno di “sequestrare” l’anidride carbonica”.
C’è però anche un secondo fronte sul quale il progetto Centro Uomini e Foreste, che coinvolge Regioni Emilia-Romagna e Toscana, alcune Unioni dei Comuni, Università, Consorzi Forestali e Usi Civici, vuole agire.
“La crisi climatica sta mettendo a rischio, oltre che la nostra salute, anche quella delle foreste – sottolinea Reggioni – ma per ora gli effetti negativi sono visibili solo ad occhi esperti. Per rispondere alle sollecitazioni che riceviamo a livello internazionale abbiamo quindi ritenuto che questo progetto ci potesse iniziare a far ragionare in termini di adattamento delle foreste ai cambiamenti climatici”.
Cosa possiamo fare dunque?
“Bisogna aumentare la resistenza e la resilienza delle foreste ai cambiamenti climatici – risponde Reggioni – aumentando il numero di specie che compongono le nostre foreste, oggi estremamente semplificate”.
Tante più sono le specie che compongono la foresta, infatti, tanto più quest’ultima sarà robusta e resistente.

Giuseppe Piacentini a destra

“I boschi sono sottovalutati sotto tutti i punti di vista - rimarca il comandante del reparto Carabinieri Forestali del Parco nazionale dell’Appennino tosco emiliano, il tenente colonnello Giuseppe Piacentini - e non vengono mai considerati in una prospettiva di programmazione pianificazione, sviluppo e conservazione. Questo progetto vuole quindi ribaltare questo concetto, mettendo in luce aspetti e funzionalità, ma soprattutto il valore di quello che è il cuore del nostro Parco, la foresta”.

Giorgio Riani

Giorgio Riani, presidente del Consorzio Montano che riunisce il Consorzio di Miglioramento Alta Val Parma, il Consorzio Val Cedra e il Consorzio Val Bratica, aggiunge: “Il leitmotiv del progetto Centro Uomini e Foreste sarà la programmazione a 360 gradi, e a lungo termine, di interventi mirati al miglioramento e alla resilienza del bosco. I consorzi volontari e gli usi civici rappresentano lo strumento e al contempo sono i partner ideali e necessari per poter eseguire importanti interventi nelle zone montane, consentendo di superare la parcellizzazione della proprietà privata che caratterizza i nostri territori e garantendo interventi con progettualità mirata e controlli effettivi”.
”La collaborazione già da anni avviata con il Parco nazionale e le istituzioni locali - prosegue Riani - potrà essere così incentivata, nel comune interesse di tutelare le nostre montagne ed il patrimonio forestale ed al contempo indirizzare e gestire gli interventi di utilizzo del bosco. I progetti attualmente risultano in fase di studio ed i Consorzi hanno dimostrato ogni disponibilità anche in questa fase per poter avviare un cammino virtuoso indicando, dalla parte della proprietà collettiva, gli interessi e le necessità che potranno condurre ad una programmazione condivisa”.
Il progetto, che ha preso il via un anno e mezzo fa coinvolgendo l’intera area Mab Unesco, ha già ricevuto un finanziamento di un milione e 200 mila euro dal Ministero dell’Ambiente, che saranno spesi nel 2020 per concretizzare le prime azioni.

(Beatrice Minozzi)

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3 Commenti

  1. Come si fa ad avere una foresta “robusta e resistente”?Se osserviamo i nostri boschi appenninici, notiamo che foresta, loro, non lo diventeranno mai, visto l’abbandono più totale nel quale vengono lasciati. Le pinete sono infestate dalla processionaria, le querce e tutti gli altri alberi sono soffocati da edera e vitalba che li indeboliscono e li fanno cadere sotto l’azione impietosa del vento e della neve. Inserire altre specie sì, senz’altro, ma le lasceremo morire come stiamo facendo con queste? Agli agronomi che affermano che l’edera non è dannosa , vorrei dire di andare osservare come essa sia invasiva e infestante e come attacchi piante sia giovani che vecchie. E che dire dei tagli selvaggi “regolamentati” dove i boscaioli lasciano solo pochissime matricine giovani che lasciate senza protezione, si stroncano al primo vento. Alcuni turisti inglesi in visita a Castelnuovo sono rimasti sconcertati dal degrado delle nostre pinete: nidi di “rughe” penzolanti sulla testa dell’ignaro podista che passeggia sotto i pini, alberi divelti lasciati da anni a marcire in terra, rifiuti di ogni genere che giacciono indisturbati ovunque.E che dire della nuova moda dei provetti boscaioli che radono al suolo tutti gli argini, un tempo pieni di acacie e querce che garantivano la stabilità del terreno e delle rive? Poi ci lamenteremo della frane, ma tanto paga “Pantalone”!…..”Tutelare le nostre montagne ed il patrimonio forestale e gestire i progetti di utilizzo del bosco”…e gestire progetti di protezione mai? Guardatevi in giro: ogni anno muoiono milioni di alberi e non si pensa mai a rimboschire e a curare quelli che ci sono. Questo progetto di un milione e 200 mila euro che sarebbe iniziato un’anno e mezzo fa, che fine ha fatto ?Dove sono i risultati? Io non ho ancora visto nessuno nel bosco a convogliare le acque nei fossi per evitare frane e smottamenti, a togliere le piante infestanti e i milioni di quintali di legna che marciscono in terra e non permettono alle giovani piantine di crescere…Degrado e abbandono sono le uniche parole che descrivono lo stato dei nostri boschi.Ma cerchiamo di pensare ottimista, anche perchè non si può fare altro!

    antonella telani

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  2. Anche se non è facilissimo, provo a mettere le cose in fila.

    1.Come si fa ad avere una foresta “robusta e resistente”?
    La domanda è estremamente pertinente e correttamente formulata. In molti dovremmo porci questa domanda, indipendentemente dall’essere o meno proprietari o gestori di foreste. La domanda denota certamente una certa attenzione all’argomento e, probabilmente, anche la personale percezione della vulnerabilità che caratterizza oggi lo stato di salute delle nostre foreste. Questo è giusto, quindi grazie!
    La risposta alla domanda, però, non è affatto semplice. Purtroppo non è sufficiente rifarsi alla tradizione e a ciò che comunemente viene indicato di buon senso perché non è detto che lo sia ancora. Il modo evolve e occorre avere la piena consapevolezza di quali siano i veri e più importanti fattori di minaccia che oggi gravano sulle foreste dell’Appennino.
    Le opinioni sulla salute delle foreste, sulle minacce e sugli eventuali interventi da adottare per migliorarle dipendono purtroppo ancora in gran parte dal sapere fattuale (cioè la nostra secolare tradizione nella gestione del bosco) e in misura minore dalle conoscenze, sempre più affidabili e raffinate, che la scienza mette continuamente a disposizione anche su questo complesso argomento.
    Mi spiego con un semplice esempio: gli effetti della crisi climatica sono ormai davanti agli occhi di tutti, ma a 30 anni dai primi allarmi lanciati dalla scienza, c’è ancora qualche negazionista e certamente siamo ancora lontani dall’avere un pensiero adeguato e dal comportarci correttamente di conseguenza.
    Allora proviamo a interrogarci: saranno l’edera, la vitalba e le “rughe”, emblemi dell’abbandono delle tradizionali pratiche di coltivazione del bosco, o potrebbe essere il cambiamento climatico a produrre gli effetti più nefasti sulla salute delle nostre foreste? Sarà sufficiente contenere la diffusione dell’edera e della vitalba e nel contempo ridurre la presenza delle “rughe” nei rimboschimenti artificiali di conifere per assicurare prosperità alle nostre foreste così come la tradizione ci ha trasmesso o sarà invece necessario confrontarci con gli scenari climatici futuri per individuare le più opportune soluzioni gestionali da intraprendere?
    Quando discutiamo di questi argomenti al bar, nelle sale di attesa degli ambulatori medici, dalla parrucchiera o sulle pagine social è molto probabile che la soluzione sia trovata in pochi minuti; tutti d’accordo, i nemici restano l’edera, la vitalba, le rughe e pure i frontisti, che in queste discussioni non vanno mai dimenticati, perché non puliscono gli argini stradali, le cunette e naturalmente i boschi che così si sono trasformati in una inutile boscaglia abbandonata senza futuro.
    E’ sufficiente infatti far riferimento al sapere fattuale per trovare la facile e soprattutto rassicurante soluzione al problema. Ma se dovessimo discutere degli stessi argomenti all’Università o al CNR allora probabilmente la convergenza sulle soluzioni risolutive di tutti i problemi tarderebbe certamente essere individuata e condivisa tra tutti i partecipanti alla discussione perché le “cose” sono sempre molto più complesse di quanto appaiono ai più.
    La scienza va ascoltata, ma bisogna impegnarsi per capirne i messaggi.

    2. Tagli selvaggi regolamentati
    Che dire dei tagli “selvaggi” in Appennino? Beh sono quelli della nostra tradizione, si chiama governo a ceduo del bosco. Tradizione che, quando viene evocata per dare la soluzione al problema dell’abbandono, va benissimo, anzi è la cosa che si dovrebbe riprendere, ma nel momento in cui viene praticata viene descritta come uno scempio intollerabile. Accidenti almeno la coerenza! Altrimenti è difficile tentare anche il più banale dei ragionamenti.
    In questa sede, tuttavia sembra necessario ricordare che il governo a ceduo è espressamente “regolamentato” da quasi 100 anni, più o meno allo stesso modo, anche per quanto riguarda il n. di matricine e la tipologia delle matricine che è obbligatorio rilasciare in fase di utilizzazione del bosco. Da qualche anno a questa parte, le autorizzazioni all’utilizzo del bosco ceduo sono spesso accompagnate da specifiche ed ulteriori “prescrizioni” a cui si devono attenere coloro che utilizzano i boschi. Quindi, in sintesi, non è corretto parlare di tagli “selvaggi regolamentati” quanto piuttosto di qualche possibile taglio eseguito senza il pieno rispetto delle norme e delle prescrizioni e quindi, molto probabilmente sanzionato.

    3. Riforestazione
    In Appennino l’estensione della foresta è aumentata, dall’Aspromonte al Colle di Cadibona, Valle Bormida (SV), dal secondo dopoguerra ad oggi. L’attuale estensione delle foreste è infatti paragonabile a quella che avevamo nel medio-evo. Veramente c’è bisogno di “riforestare”? Probabilmente si, ma non di certo in Appennino! Per questa opzione (da prendere seriamente in considerazione per la capacità che gli alberi hanno di sequestrare anidride carbonica
    dall’atmosfera) lo sguardo va rivolto a valle e nelle aree urbane, ma non in Appennino.

    4. Dubbi sull’utilizzo delle risorse economiche
    Il finanziamento di un milione di euro a cui si fa riferimento nel commento è stato concesso al parco dal Ministero dell’Ambiente soltanto lo scorso mese di Dicembre.
    Questa somma verrà impiegata nei prossimi cinque anni, in collaborazione con gli Usi Civici e i Consorzi Forestali locali per aumentare la resistenza e la resilienza delle foreste (pubbliche e gravate da usi collettivi) agli effetti negativi del cambiamento climatico ovvero per creare le condizioni perché le foreste si presentino più resistenti nei confronti delle ondate di calore, della siccità sempre più prolungata e persistente, degli attacchi di patogeni, da eventi climatici estremi (soprattutto venti sempre più violenti e bombe d’acqua), dal minor accumulo di neve al suolo, dalle sempre più frequenti e intense gelate tardive ecc. ecc. e anche in grado di reagire a questi stessi eventi.
    Solo attorno a foreste più resistenti e resilienti potranno infatti essere costruite comunità resistenti e resilienti agli effetti del cambiamento climatico. Quindi interverremo sulle foreste per rendere la nostra comunità più resistente. Le modalità di intervento saranno oggetto di incontri e assemblee pubbliche finalizzate alla condivisione del progetto con la popolazione.
    Infine, pare opportuno chiarire che i soldi che il Ministero ha stanziato al Parco nazionale hanno origine dai proventi dallo scambio delle quote di carbonio tra i paesi membri della UE (sono quindi la conseguenza della grande quantità di CO2 che le nostre foreste sono in grado di assorbire dall’atmosfera) per cui devono essere obbligatoriamente utilizzati per la lotta al cambiamento climatico. Non per altro.

    Willy Reggioni

    Servizio Conservazione della Natura e delle risorse agro-zootecniche

    Rispondi
  3. Signor Reggioni, La ringrazio per la cortese ed esaustiva risposta, anche se mi sembra che Lei voglia minimizzare il problema accostandolo a calamità ben più gravi che non sono la causa del problema in oggetto. Generalizzare e archiviare il discorso affermando, in sintesi, che è inutile togliere l’edera… perché stiamo andando incontro a cambiamenti climatici inevitabili, è come non curare una malattia perché tanto prima o poi tutti dobbiamo morire. Proprio perché al giorno d’oggi avvengono eventi climatici mai registrati prima, io credo che non dobbiamo farci cogliere impreparati e lasciare che migliaia e migliaia di alberi muoiano inutilmente ogni anno, con un vero e proprio assurdo spreco .
    Le chiacchiere nei bar come le leggende o le favole, hanno sempre un fondo di verità. Non saranno erudite come quelle delle università ma sono depositarie di un sapere che si basa sulla pratica e concreta esperienza, che la scienza dovrebbe avvalorare invece di deridere. Vorrei sapere quale scienza afferma che l’edera non è nociva! Si provi ad osservare come riduce il legno di una quercia: poroso, fragile, estremamente vulnerabile al vento e alla neve.
    Non so se ci sono più boschi di una volta: io vivo, ahimè, da molte decine di anni e ho potuto constatare come nelle zone di Berzana, Campolungo, Noce,Maro, ….le aree boschive si siano drasticamente ridotte rispetto al passato, per lasciare il posto al giustificato bisogno di pascoli dei contadini. Ho delle mappe del 1800 che lo attestano e se fosse anche vero che i boschi sono aumentati, io credo che anche il bisogno di ossigeno che abbiano oggi sia assai maggiore di quello di una volta, per questo non possiamo permetterci di perdere neanche una pianta. Altro che l’Appenino non ne ha bisogno.
    Se invece, poi, di lasciare le dovute matricine dopo il taglio i boscaioli fanno addirittura tabula rasa come in certi boschi della mia zona, allora anche la sanzione è inutile perché ormai il danno è fatto.
    Capisco che il problema non è di facile soluzione: sensibilizzare i proprietari? Lavori socialmente utili o cooperative di lavoro…? A Voi Amministratori l’ardua risposta e la nostra più completa fiducia.
    Va bene, vedo che anche questa volta la mia pluridecennale battaglia contro le piante infestanti, la combatterò da sola. Vorrà dire che, dopo essere stata dalla parrucchiera o al bar, prenderò come sempre le mie lunghe cesoie allungabili e dopo aver ripulito i miei boschi e la mia pineta, girerò ancora per la montagna, come faccio ormai da decenni, cercando di ridare la libertà a qualche povera pianta in preda alla processionaria( la pineta dello Sparavalle è ormai fuori ogni umano controllo), all’edera e alla soffocante vitalba che noi chiamiamo “gusedre”.
    D’altronde anche Don Chisciotte ha iniziato così e i miei mulini a vento non sono certo più piccoli!!!

    antonella telani

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