Fashion and nature: How fashion can stop ruining the planet. Speakeasy a cura di Luca Prampolini

 

Continua la collaborazione tra il liceo linguistico "Cattaneo dall'Aglio" e Redacon tramite la rubrica "Speakeasy" curata direttamente dagli studenti, dell'anno scolastico 2019-2020.


“There is no better designer than nature”

Luca Prampolini

 With these words, spoken by Alexander McQueen, we can imagine what would have been his position on  climate change. He would certainly have been quite disappointed in seeing how fashion has taken part in ruining all the beauty and the grace of nature, the first inspiration of his style.

Although fashion and climate change don’t seem to have anything in common, according to many recent studies the fashion industry is one of the most poisoning industries in the world, secondly only to the oil one.

However, nowadays almost each of us has become aware of this big problem and so many designers are trying to solve it, even though it isn’t easy.

But the question is: Why is fashion so damaging for the planet? 

It all started about 50 years ago, with “Prêt-a-porter”: the passage from handcrafted design and custom-made clothing to textile industrialisation, which in turn has brought size standardisation.

Thanks to this new system, fashion went towards a much bigger production of clothes and then much bigger profit.

The thing that everyone underestimated when “Prêt-a-porter” stepped into our society was the endless demand for materials, both natural and synthetic, which obviously damaged and is still damaging our planet; furthermore it has led to animal exploitation as well as human exploitation.

This phenomenon was also increased by globalisation.

Vogue Italia cover

 Just think of Zara or H&M and many other fast-fashion giants, brands that have surely sold to all of us a shirt, a hoodie or a pair of jeans.

It’s unbelievable to think in how many ways fashion is threatening Earth: the excessive use of polyester, the large growth of C02 emissions released by factories (in 2015 the fashion industry was responsible for 1,715 million tonnes of C02 emissions), just to make some examples.

However since the fashion industry has finally recognized the huge destruction that it itself has caused, many brands are now aiming to find some useful solutions.

Solutions that we can see clearly, like the cessation of real fur manufacture from many important fashion houses: Chanel, Gucci, Prada…

Also Queen Elizabeth II has declared she would never wear real fur again.

In 2018 an exhibition at Victoria and Albert Museum in London, called “Fashion from Nature”, explored how designers, from the seventeenth century until now, have always been inspired by nature. 

At the opening ceremony the exhibition’s curator Edwina Ehrmann said “Fashion reflects the time we live in, and fashion can be very persuasive. We can drive change through creativity”.

1875 earrings made from the heads of Honeycreeper birds

The intent of this exhibition was to remind people that fashion depends on nature, on fossil fuels for energy and particularly on water (the making of a T-shirt requires 1500 litres), so if nature is so important for fashion, this industry must stop making it suffer, it’s like a war between two kings who actually want the same thing, so it is useless and harmful.

The Vegea dress

Among real furs from the eighteenth century and the bird’s head earrings, also more modern sustainable creations were displayed, like a dress made of Vegea, a leather alternative made with grape waste. This shows how innovative, outside the box and also fun sustainability can be.

An enjoyable example of how concrete the reaction of fashion toward the environment can be is found in January’s number of Vogue Italia, the first fashion issue without any photos but only illustrations.

It means that no dress and no model were sent to the other side of the ocean for a photoshoot, so there were no polluting trips.                                                       

Vogue Italia January 2020 cover

“The challenge was to demonstrate that it’s absolutely possible to tell the story of a dress without any picture of it” said Emanuele Farneti, Vogue Italia editor-in-chief.

No one can deny that fashion has always been the industry of the unnecessary: none of us really needs new clothes, but it’s something we cannot give up, because, in a certain way, it makes us feel better, indeed.

 We must accept the fact that fashion is art and we need art, we need to see the beauty in the few things that still have it inside them, we need, first of all, to feel comfortable with ourselves then with others and fashion can help a lot in doing this.

All of us should support this change in fashion, otherwise all the beauty we see will only be a sad memory of the past.

 

(Luca Prampolini 5ª Q)

***

 Moda e ambiente: come la moda può smettere di rovinare il pianeta

“Non c’è miglior stilista che la natura”.

Con queste parole, pronunciate da  Alexander Mcqueen, possiamo immaginare quale sarebbe stata la sua posizione sul cambiamento climatico.

Sarebbe stato sicuramente amareggiato nel vedere come l’industria della moda abbia preso parte nella rovina della bellezza e della grazia della natura, la prima ispirazione del suo stile.

Anche se moda e riscaldamento globale non sembrano avere nulla in comune, secondo molti studi recenti l’industria della moda è la seconda industria più inquinante del mondo, dopo quella dei carburanti.

Al giorno d’oggi, quando quasi ognuno di noi ha preso coscienza di questo enorme problema, molti designer hanno cominciato a tentare di risolverlo, pur non essendo facile.

Ma la domanda è: perchè la moda risulta essere così dannosa per il pianeta?

Tutto è cominciato con l’avvento del “Prêt-a-porter”, ovvero il passaggio dalla sartoria artigianale e dai vestiti su misura all’industrializzazione tessile, che a sua volta ha portato alla standardizzazione delle taglie.

Grazie a questo nuovo sistema la moda è andata incontro ad una maggiore produzione di capi e dunque ad un maggiore profitto.

La cosa che fu sottovalutato da tutti quando questo sistema prese piede nella nostra società fu l’incessante richiesta di tessuti, sia naturali che sintetici, che ovviamente nocque e sta ancora nuocendo al nostro pianeta, portando inoltre anche allo sfruttamento degli animali e degli esseri umani.

Questo fenomeno fu potenziato anche dalla globalizzazione: basta pensare a Zara o H&M e molte altre catene di pronto-moda, di cui ognuno di noi ha una camicia, una felpa o un paio di jeans.

È incredibile pensare a quanti siano i modi in cui la moda sta minacciando la terra: l’eccessivo uso di poliestere, l’esponenziale crescita delle emissioni di CO2 (di cui nel 2015 l’industria tessile è stata responsabile per 1,715 milioni di tonnellate), solo per fare alcuni esempi.

Tuttavia, quando l’industria della moda ha finalmente accettato l’enorme danno causato da essa, molti brand hanno cominciato a cercare delle soluzioni sostenibili.

Soluzioni che possiamo vedere concretamente, come l’interrompere la produzione di vera pelliccia in tutto il mondo da parte delle più grandi case di Moda: Chanel, Gucci, Prada sono solo alcune di quelle che hanno pienamente aderito all’iniziativa.

Anche la regina Elisabetta ha dichiarato che non avrebbe più indossato pellicce vere.

Nel 2018 una mostra al Victoria & Albert Museum di Londra, chiamata “Fashion from Nature”, ha esplorato come vari stilisti dal diciassettesimo secolo ad oggi sono stati ispirati dalla natura.

La curatrice della mostra Edwina Ehrmann, all’inaugurazione dell’evento, ha detto: “La moda riflette il tempo in cui viviamo e può essere molto persuasiva. Possiamo mirare al cambiamento anche attraverso la creatività”.

Lo scopo della mostra è stato quello di ricordare alla gente che la moda dipende dalla natura, dai combustibili fossili che producono l’energia per produrre tutti i capi e in modo particolare dall’acqua (per produrre una T-shirt ne sono richiesti 1500 litri), dunque essendo la natura così importante per la moda, quest’industria deve smetterla di farla soffrire così tanto, sta diventando una cosa ormai inutile e dannosa.

Fra le pellicce del diciottesimo secolo e gli orecchini con le teste d’uccello, sono state esposte anche creazioni più eco-sostenibili, come un abito di vegea, un’alternativa alla pelle prodotta con gli scarti dell’uva. 

Questo mostra quanto innovativa, fuori dagli schemi e anche divertente può essere la sostenibilità nella moda.

Un altro piacevole esempio di quanto sia concreta la reazione della moda nei confronti dell’ambiente può essere trovato nel numero di Gennaio del nostro Vogue Italia, dove per la prima volta non è apparsa neanche una foto, ma solo illustrazioni.

Ciò significa che nessun vestito e nessuna modella sono stati mandati dall’altra parte dell’oceano per un servizio fotografico, di conseguenza non c’è stato nessun viaggio inquinante.

Luca Prampolini 5ª Q

“La sfida era dimostrare che è possibile raccontare la storia di un vestito senza fare alcuna foto” ha detto Emanuele Farneti, capo-redattore di Vogue Italia.

Nessuno può negare che la moda è sempre stata l’industria del non-necessario: nessuno di noi ha veramente bisogno di vestiti nuovi, ma è qualcosa a cui non possiamo rinunciare, perché in un certo senso ci fa sentire meglio.

Dobbiamo accettare il fatto che la moda è arte e noi abbiamo bisogno dell’arte, abbiamo bisogno della bellezza, abbiamo bisogno di sentirci “comodi” con noi stessi prima di tutto e la moda aiuta moltissimo in questo. 

Tutti dovremmo supportare questo cambiamento all’interno della moda, altrimenti tutta la bellezza che abbiamo visto e che vediamo tuttora sarà solo un triste ricordo del passato.

 

(Luca Prampolini 5ª Q)

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2 Commenti

  1. Grande LUCA !
    Ottimo con Lode ! Bravissimo!
    Massi

    MassimoPinelli

    Rispondi
  2. Ottimo articolo, con un focus sul tema della sostenibilità nella moda davvero attuale (ne parlava ieri sera anche SkyTG24).
    Bravo Luca!

    Francesca

    Rispondi

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