SocialMonti/ La psiche ai tempi del coronavirus

 

SocialMonti

Questa rubrica vuole essere un luogo di spunti per stimolare una riflessione corale e collettiva su temi di attualità. L’idea è quella di partire dal nostro territorio verso cerchi più ampi, o vice versa ascoltare gli echi lontani e portarceli vicini.

(Ameya Canovi *)

Allarmisti e minimalisti, ansiosi verso spensierati: che ci piaccia o no, stiamo vivendo un'epoca storica inaudita a causa del Coronavirus. I media sono passati da un atteggiamento in sordina a gennaio al famoso lunedì nero del 24 febbraio, data che ci ricorderemo per l'assalto ai supermercati e la dichiarazione dello stato di allarme rosso in alcune aree della Lombardia. I negazionisti sdegnati hanno riempito il web di commenti snob, con la stessa velocità con cui altre persone terrorizzate svuotavano gli scaffali di beni di consumo di prima necessità.

A spaventare sembrava non tanto il virus quanto una imminente presunta chiusura dei rifornimenti. Di questo virus ancora poco si sa se non che si propaga a una velocità abnorme, che causa polmoniti e che molti dei contagiati hanno bisogno di un ricovero, una minima percentuale finisce in rianimazione. Non ci sono strutture sufficienti a far fronte al rapido propagarsi della malattia.  L'unica chance che abbiamo di impedire che il sistema sanitario collassi è arginare la propagazione del virus, cercando di ridurre quel famoso rapporto R0 (erre con zero), fino a estinguere la possibilità di contagio.

Le precauzioni pertanto si fanno sempre più incalzanti, circolari ministeriali ordinano la chiusura delle scuole, divieto di spettacoli, si annullano meeting ed eventi. Il messaggio diventa molto incisivo: state a casa. Evitate i contatti e le situazioni sociali il più possibile. Non stringete mani, state a un metro di distanza. Prediligete telelavoro, lezioni online.

Da un punto di vista psicologico questo comporta lo scatenarsi di varie emozioni. Paura, ansia, insicurezza, senso di smarrimento di fronte all'ignoto, al mai prima d'ora. Come psicologa mi occupo di dipendenza affettiva e di relazioni, principalmente. E questa modalità relazionale implica il non saper stare da soli, un bisogno costante dell'altro e di essere rassicurati. Con l'avvento di questa epidemia che implica stare "lontano", le persone che già hanno enormi problemi a frequentare sé stesse sprofondano ancora di più nell'angoscia e nel senso di isolamento e solitudine.

Soprattutto chi è abituato a stare sempre "con" patirà questo periodo in cui ci ordinano di stare nel senza.

E' interessante notare l'indignazione di alcuni di fronte alle restrizioni, come se questi provvedimenti fossero un delirio di alcuni per penalizzare determinate categorie. Ciò che sembra facciamo più fatica a capire è che l'unico modo per ridurre i contagi sia, oltre al seguire norme igieniche scrupolose, rinunciare alle abitudini sociali esercitate fino a un mese fa. Anche perché la stampa e i media in genere hanno portato avanti una comunicazione schizofrenica, ambivalente, oscillante tra catastrofismo e rassicurazione. Dal "conseguenze irreparabili" del virologo Roberto Burioni, al "è solo un'influenza" di altri infettivologi. In mezzo una nazione schiacciata da un'emergenza sconosciuta, da pratiche nuove da adottare, da rinunce da fare e guadagni che calano a picco in alcuni settori come quello dello spettacolo, del turismo, della ristorazione.

Come psicologi abbiamo il compito di sostenere la popolazione ad attivare risorse e strategie di fronteggiamento di questo allarme. Occorre ridefinire le relazioni umane, trovare altre forme di contatto. Occorrono ingegno e buon senso. Soprattutto è necessario mettere da parte atteggiamenti di pretese di volere tutto e subito. Esistono i bisogni individuali e quelli della comunità. Rispetto e prudenza vanno attuati, e ci dobbiamo ricordare che il nostro consueto agio di poter fare tutto ciò che vogliamo, quando vogliamo e dove vogliamo in questo momento non è possibile.

Questo implicherà un ripensare al tempo libero, porterà noi essere umani a interrogarci su cosa conta davvero. Ci obbligherà a non dare più per scontate molte cose. E quando questa onda di restrizioni sarà passata forse saremo un poco più consapevoli che la vita non si compra, che la salute va protetta, e che saper stare con sé a riflettere un poco è imprescindibile.

*Ameya Gabriella Canovi è PhD, docente e psicologa, si occupa di relazioni e dipendenze affettive. Da poco ha terminato un dottorato di ricerca in ambito della psicologia dell’educazione studiando le emozioni in classe. Ha un sito e una pagina Facebook “Di troppo amore”.

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Un Commento

  1. Ci troviamo in un momento in cui chi non appartiene alle categorie degli allarmisti o dei minimalisti si trova a restare col “fiato sospeso”, e non sa come gestire al meglio l’invito e suggerimento a “non drammatizzare e non sottovalutare”, che abbiamo sentito ripeterci tante volte, e qui entra poi in gioco anche il temperamento di ciascuno di noi, che talora cede inconsciamente alla emotività o alla irrazionalità, nel senso che può essere abbastanza difficile “prenderci la misura”.

    C’è chi teorizza, a torto o ragione, che dobbiamo abituarci in qualche modo ad una certa qual dose di “asocialità”, non solo per questi giorni, e chi prevede che andrà pure ripensata l’dea di globalizzazione, ma solo dopo la fine di questa emergenza sapremo se e in che termini cambieranno le nostre abitudini e i “parametri” del nostro vivere, ma intanto dobbiamo saper tradurre in pratica, nella nostra quotidianità, il “non drammatizzare e non sottovalutare”.

    P.B. 07.03.2020

    P.B.

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