La civiltà cominciò con un femore rotto – Riflessioni in tempi di Covid19 di Normanna Albertini

La scrittrice Normanna Albertini ha autorizzato la condivisione dal suo blog di questo scritto che può aiutare ciascuno a riflettere in questo tempo di ritiro forzato. La redazione ringrazia.

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Non ho mai dormito così tanto e così bene.

Mi sveglia la litania tenue, piacevole, filtrata dai muri divisori, del rosario di Radio Maria, abitudine mattiniera della mia vicina.

Al contempo, si apre il concerto delle gazze, unito al baccano delle cornacchie e al grido di una pappagallina che, da mesi, staziona da queste parti, dopo essere sfuggita al propietario.

Lei libera, io in gabbia.

Le mura di casa come orizzonte: il bianco ormai opaco delle pareti che avrebbero bisogno di diverse mani di tempera. Per fortuna, vi ho appeso molti quadri e foto incorniciate, così copro il brutto color “isabella” e, ogni tanto, mi soffermo a pensare: “to’, quello l’ho disegnato a scuola quando insegnavo a Gatta”, “ve’, quella foto l’ho scattata ai miei figli quando, a carnevale, ci fu una bufera di neve”.

La mente va, si tuffa nei ricordi, sorride.

Io che insegnavo a Costa de’ Grassi, dove abitavo, quando un’improvvisa, terribile nevicata, sostenuta da un vento furioso, quasi ci impedì di percorrere le poche decine di metri fino a casa. Arrancai in mezzo alla neve, senza vedere niente, con i miei figli per mano. Era tutto assurdo ed era successo nell’arco di forse mezz’ora.

Il paese bloccato, mura di neve ovunque. Era la fine di febbraio, o forse era marzo, perché poi la neve si sciolse presto e tutto tornò alla normalità.

Ora non è la neve a bloccarmi in casa. Magari fosse così: basterebbe il sole a liberarmi.

E per fortuna, ho la portafinestra di cucina rivolta a Sud, verso il tramonto, verso la Pietra di Bismantova e il Monte Ventasso, e la vedo, la neve, sul Monte Casarola, e penso che lassù in mezzo c’è Valbona, il paese d’origine del mio bisnonno materno pastore.

Gente abituata a camminare, gente che si spostava dietro le greggi fino al Po o verso il Mar Tirreno. Devo aver conservato dentro qualcosa di quelle transumanze. Dentro: in qualche parte profonda di me, perché l’immobilità (anche di pensiero) fatico a sopportarla.

L’occhio umano ha bisogno di luce e di verde, ha bisogno di orizzonti lontani, ha bisogno di spazi su cui vagare.

Non siamo diventati homo sapiens nel buio dell’inverno polare: veniamo dall’Africa, dalle savane, dalle immensità delle praterie e, in quei luoghi, i nostri occhi impararono a misurare il tempo e lo spazio, a respirare l’infinito. Imparammo a sollevare gli occhi al cielo e a lasciarci accompagnare dalle stelle.

Siamo creature con gambe e piedi predisposti per camminare.

L’immobilità, come bene ci insegnano con la loro irrequietezza i bambini – che noi costringiamo per anni, e per ore e ore, ogni giorno, su una sedia – non è adatta ai nostri corpi, ancor meno al nostro spirito e alla nostra mente.

Siamo fatti per viaggiare, e per viaggiare in gruppo, fraternizzando l’uno con l’altro, sostenendoci se cadiamo, dividendo il cibo in modo che nessuno abbia fame. Non fosse questa la nostra vera natura, oggi non saremmo quasi dieci miliardi sulla terra.

È questa la nostra vera natura; prova a ricordarcelo il terribile virus venuto dall’Oriente (da Oriente, come tanto male e tanto bene, nei millenni). Ci prova in tutti i modi, rivelando i crimini del neoliberismo sfrenato, mostrandoci i danni di una politica asservita, prona, schiava del capitale.

Ci prova, sbugiardando i propugnatori delle “razze” superiori, delle “civiltà” superiori, ora costretti ad accettare l’aiuto di popoli definiti “canaglie”.

La civiltà, come disse uno studioso, non comincia con la ruota o con il fuoco: comincia con il primo femore rotto e curato.

La vera civiltà è occuparsi del bene di tutti e tutti insieme.

Intanto, in uno dei Paesi “civili”, un diciassettenne viene lasciato morire di Covid19 perché non ha l’assicurazione.

“Non chiamatela civiltà”, ci sta dicendo il virus venuto dall’Oriente (come i Magi e come Gengis Khan. Come la carta e come gli spaghetti. Come, forse, la bussola).

Non è civiltà non poter far fronte a una pandemia, quando si continua a spendere per fabbricare bombardieri. Quando si è costretti, persino in questi frangenti, a lanciare appelli perché le guerre in corso vengano sospese.

Ci parla, ci indica una alternativa, il virus orientale, venuto da dove nasce il sole.

Forse dovremmo concentrarci sul suo messaggio, forse dovremmo “ubbidirgli” (da “ob audire”, ascoltare con attenzione, capire, sentire davvero), non sottovalutarlo, lui, così infinitamente piccolo e tuttavia intriso di immensa potenza.

Ci richiama, il piccolo essere non vivente, eppure tanto potente, alla nostra verità di esseri mortali e inermi. Mortali, soli, pellegrini, in questa vita, tutti allo stesso modo.

Abbiamo costruito un mondo dove il nostro corpo, ma anche il nostro istinto, il nostro buon senso non vengono più ascoltati nemmeno quando sarebbe possibile farlo.

Chi ancora vive nelle tende dei deserti – che sia la Mongolia o il Sahara – dice che non sopporta le pareti, dice che si sente soffocare. Chi dorme con l’aria della notte sul viso, dice che non sopporta le finestre chiuse nemmeno se fa freddo. Ma non sono solo i muri a circoscrivere una prigione.

Ci sono oggi, per colpa del virus, corpi e menti imprigionati tra pareti: è vero!

Tuttavia, la vera prigione è altro. La vera prigione sono le reti vischiose e aggrovigliate dei bisogni indotti: troppo cibo, troppe sostanze “ludiche” inutili e dannose, troppo stupido “divertimento”, troppa finta bellezza che diventa schiavitù (perché bisogna dimostrare di essere vecchi “giovani” a tutti i costi), troppa energia sprecata in cattiveria, o solo per arricchirsi calpestando gli altri, troppi legami e contatti continui frenetici, non autentici, che fanno sperperare tempo, forze, denaro e vita.

La pappagallina scappata dalla gabbia che, ogni giorno, viene a salutarmi sul pruno vicino al mio balcone (e mi guarda di sottecchi, per poi fare qualche passo sui rami e dondolare il capo – quasi a dirmi che qualcosa non va), sa quanto sia importante dare retta al proprio istinto, quanto la libertà valga più della paura della fame, della paura della malattia, della paura della morte.

Lei sa quali sono i suoi bisogni concreti: mangiare i fiori del mio pruno, scacciare le gazze che la disturbano, andare a rubare un po’ di cibo alle galline del vicino, a cento metri da casa mia, stare al sole, con la testolina sotto l’ala, e dormire.

Io non dormivo così bene da tantissimo tempo. Mi pesano le pareti di casa, tutto attorno, eppure…

Non ho l’adrenalina che fluisce rabbiosa nelle vene di quando andavo a lavorare, di quando dovetti, per tre anni, accudire mia madre (e stare sveglia di notte), di quando, solo poche settimane fa, il traffico, in strada, continuava per tutta la notte.

Non ho il nervosismo accumulato nelle estati assordanti costellate di urla adolescenti e sguaiate, di musica fino alle due di notte, di televisioni accese a tutto volume nelle case intorno.

Mi riposo. Fuori, i merli, le cince, le cinciarelle, il pettirosso, i passeri cantano come mai mi era capitato di sentire. C’è anche un usignolo che comincia ben prima del rosario di Radio Maria a innalzare al cielo il suo canto.

Dormo, e recupero i ritmi istintivi che il mio corpo conserva intatti.

Ho tempo per pensare, per leggere, per ascoltarmi. Così, la mia pressione sanguigna, di solito un po’alta, si è quasi normalizzata.

Recupero i ritmi della mia infanzia, con la stufa a legna da accendere con calma, il pane da impastare, le pulizie di casa da eseguire un po’ più a fondo (ma anche da lasciar perdere, tanto le si può rimandare al domani), i gesti quotidiani che perdono concitazione e affanno.

Porto in casa la legna e tolgo la cenere dalla stufa, poi l’accendo e mi godo quel caldo che nessun termosifone mi potrebbe dare.

Pazienza se la cenere sporca un po’. C’è l’aspirapolvere.

Sono gesti che contengono sempre un ricordo.

Mia madre che si alzava alle quattro del mattino e che, prima di andare nella stalla a mungere, accendeva la stufa e preparava la tavola per la colazione.

Lo ha fatto fino alla pensione. Lo ha fatto per tutta la vita.

Ma come ha potuto resistere? Non era l’unica: lo facevano tutte, in campagna. Dovevano.

Poi, un po’prima che ci alzassimo noi bimbi, verso le sei, mia madre rientrava e metteva a bollire il latte appena munto, così che, quando scendevamo in cucina, era lì, bello caldo, su un angolo della stufa, insieme al pentolino di smalto rosso arancio del caffè d’orzo. Ci lasciava soli a letto dalle quattro di notte in poi. Lo facevano tutti.

Tutti noi bambini eravamo estremamente liberi, ma ben consci dei limiti della nostra libertà, che erano quelli delimitati dal pericolo.

C’era sempre il bambino stolto, il Lucignolo della situazione, che tendeva a sfidare i pericoli ma, in genere, si rispettavano i divieti senza che ce lo dovessero dire troppe volte.

Era un altro mondo.

Era una umanità, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni, di sopravvissuti.

Erano usciti dalle guerre, dalla Spagnola, dall’Asiatica, dal tifo, dal colera, dalla tubercolosi, dalla poliomielite, dalla difterite, dalle epidemie animali di “zoppina” (afta epizotica) che isolava i paesi, nei quali bisognava restare rinchiusi, con la calce viva sparsa ovunque, fino a che l’infezione delle mucche e delle pecore non finiva.

Me lo raccontò mia nonna Eva, una volta: c’era stata la “zoppina” a Soraggio, paese di mio nonno Carlo, quando loro erano morosi.

Lei, che abitava a Gombio, non potè vederlo per settimane.

“Quando finalmente finì tutto e lo vidi arrivare”, mi confidò, “mi sembrò di vedere Gesù Cristo.”

Normanna Albertini 

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8 Commenti

  1. Grazie di aver condiviso con i lettori questi pensieri e ricordi

    Elisabetta Marmiroli

    Rispondi
  2. Ciao Normanna; scrivi sempre molto bene e ogni volta ti leggo con piacere. Lo stesso piacere con cui leggo le altre scrittrici locali Elda Dilva ecc. Oggi mi hai risvegliato il ricordo della violenta tempesta di neve di tanti anni fa. Io insegnavo a Monteduro e riuscii a tornare a casa molto tardi e con lo scuolabus guidato da Spero lasciando la mia macchina sotto una montagna di neve. Era il 3 marzo, e lo dico con sicurezza perché è il compleanno di mio figlio Giacomo che allora andava all’asilo quindi 1983 o 84. Ancora complimenti e…Al prossimo scritto

    Infe Giovanelli

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  3. Grazie Normanna.
    In questo bellissimo racconto dove come in altri c’è tutto : storia, tradizioni, usanze, sentimenti , sento che ti stai acquetando ciò nonostante.
    Questo virus direi quasi che ci voleva ed è giunto giustamente anche a qualche personaggio. Penso. Che le tue riflessioni cos fluide, non saranno così profonde per tutti, ma farà pensare tanta gente. Non credo che tutto tornerà esattamente come prima…cambierà qualche cosa, in fatto di inquinamento, lavoro da casa, setacciare alcune cose inutili. Si dovrà pur riflettere che in un momento di può perdere tutto! Sei superlativa e lo sai che lo so

    Ilde

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  4. Riflessioni complesse. Forse troppo. Io mi fermo alla constatazione a mio parere più importante : perché e dove è insorto questo virus. Per quali cause. Scoprirlo ci darà la dimensione di cosa fare per la prevenzione. Ma forse gli epidemiologi non lo faranno sapere mai , lo terranno segreto. È questo a mio parere, il vero punto di partenza per una riflessione concreta sul Covid 19. E non i racconti di fantasia.

    Caterina Cagni

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  5. CHE STUPENDA POESIA IN PROSA, Normanna. Hai sempre il potere di commuovermi. Grazie. Era ed è così. Questa è la vera vita. Un abbraccio grande. GRM

    http://www.gianruggeromanzoni.it

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  6. Confinato agli arresti domiciliari,pur innocente,mi lascio coinvolgere dalla narrazione suggestiva,quasi idilliaca di Normanna,capace di farmi rivivere momenti suggestivi di un lontano passato.Purtroppo la levita’ del racconto e’ svilita dal riferimento fazioso al Neoliberismo nelle sue forme più’ negative,considerato come Male assoluto.E questo in un momento in cui l’Italia paga il prezzo più caro dell’espansionismo cinese, che lentamente e prepotentemente occupa gli spazi del nostro saper vivere: delle nostre eccellenze agro-alimentari, del nostro manifatturiero, padrone di quel senso del bello che ha reso il nostro stile primeggiare nel mondo.Purtroppo i prodotti cinesi scadenti,ma concorrenziali hanno reso più poveri i nostri poveri ,costretti sempre più , in un circolo vizioso,ad acquistare merce di scarso valore.Allo stesso tempo i nostri ricchi sono diventati più ricchi con la delocalizzazione delle loro imprese in Cina dove il costo del lavoro e’più basso e aumentando ancor più il num ero dei nostri disoccupat.Inoltre la Cina, con il suo Neocolonialismo in Africa costringe i suoi abitanti a fuggire in Europa, mentre ne occupa le ricchezze del suolo, sfruttando talora il lavoro minorile per l’estrazione del cobalto:oltre 40000 minorenni,a partire dai sette anni,scavano per 12ore al giorno per 2 dollari (Amnesty International).E da ultimo’l’ex- Impero Celeste(i cinesi vedranno ancora il colore del cielo?) ,dopo la Sars ora ci ha fatto dono del Covid-19 e noi,avvelenati dalle nostre faziosità’ intestine,caduti non più in presentazione podalica ma di vertice,non siamo più in grado di conoscere i veri pericoli!Non mi resta che concludere con Dante:”Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta,non donna di provincia,ma bordello!
    Giorgio

    Giorgio

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  7. Si sente il respiro, i suoni della natura fuori dalle finestre,ma dentro come in quel tempo antico che racconti, il calore del legno, della stufa…
    10 e Lode!

    Remo B.

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  8. Complimenti per il bel racconto.
    Peccato sia sempre colpa degli americani: nel 45, comunque, c’erano loro a liberarci.

    Ivano Pioppi

    Rispondi

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