I racconti dell’Elda 39 / La Liberazione

 "E' piccola, ma sventola alta sulla poppa della nave"

Si avvicina il 25 aprile, la data che ci ricorda la Liberazione e voglio raccontarvi ciò che ricordo di quel periodo.

Questi sono solo i ricordi di una bambina di sette anni, questa era la mia età in quel periodo, perciò dateci il peso che merita, anche se allora si maturava molto presto.

Ho cercato di documentarmi sul fatto, non ho trovato niente degno di nota, anche se vi sembrerà una cosa strana, Castelnovo sembra che si sia liberato da solo, senza scaramucce e roba del genere. Da qualche giorno si vociferava qualcosa, ma naturalmente noi bambini non capivamo cosa, comunque l’aria che si respirava era piena di attesa, anche il papà e i fratelli grandi erano spariti. Sapevo che nel Palazzo Ducale c’erano i tedeschi, però non so dirvi quando sono arrivati, per me erano sempre stati lì dove c’erano da sempre anche i carabinieri.

Quel giorno i tedeschi avevano piazzato un cannoncino sulla piazza dell’ammasso, proprio dove veniva scaricata tutta l’immondizia del paese ora chiamata piazza Mateotti ed era puntato verso la Pietra, poi un altro lo avevano messo sul sagrato della Pieve e anche questo sparava sempre verso di noi, i due fuochi si incrociavano sopra le nostre teste.

Forse anche loro come tanta gente che ho conosciuto credevano che i partigiani si nascondessero lassù. Io non ho mai saputo che sopra o sotto la Pietra ci fossero dei partigiani, prima di tutto le pendici che scendono da questa roccia erano completamente brulle, anche il suo pianoro era un grande prato a parte qualche crepaccio non c’erano grandi nascondigli dalla parte che guarda Castelnovo e quando uscivi coi loro cannocchiali ti scorgevano da lontano. I partigiani che ho visto coi miei occhi (e qui non voglio più spiegare il perché, ne ho già raccontato abbastanza sui miei libri e su Tuttomontagna), avevano un piccolo commando sette o otto persone, in una casupola in Camorra, che era un castagneto posto sopra Maro, non sotto la Pietra, da lì facevano presto a scendere nel Secchia e passare sull’altra sponda dove c’erano i veri combattenti, difatti anche a Maro i tedeschi avevano posizionato un cannone che sparava in continuazione verso il monte Prampa.

Sotto e sopra la Pietra si erano rifugiati quelli che la conoscevano bene, sapevano che gli anfratti si trovavano dalla parte dove sorge il Santuario, era gente che non ne voleva più sapere di guerra, anziani che ne avevano avuto abbastanza di quella del 15/18 o uomini che dovevano mandare avanti il lavoro nei campi e nelle stalle e nel calar della sera scendevano a dare una mano alle loro donne, tutti avevano una famiglia da sfamare, o ex fascisti che scappavano e se la facevano nelle braghe, oppure ragazzi molto giovani che sfuggivano ai rastrellamenti dei Tedeschi.

Certamente non erano armati, come invece lo erano quelli che vedevamo passare da casa mia con tanto di fucile in mano e le due cartuccere incrociate sulla schiena, che spingevano avanti qualche mucca che si erano procurati in qualche stalla, le portavano oltre il secchia per nutrire quelli che si erano dati alla macchia come loro.

Torniamo alla liberazione cioè alla ritirata, non posso mettere date, perché non le  ricordo con esattezza, la mamma aveva preso una federa bianca e vi aveva messo dentro due o tre pagnotte di pane, un formaggino di capra e un fiasco d’acqua fresca, poi aveva preso per mano noi due bambini più piccoli e la Zerbina (la capra) e si era infilata verso la via vecchia, una mulattiera abbandonata, stretta, nascosta da alti alberi, cespugli e rovi che crescevano sugli argini, lì la Zerbina che belava dalla fame e dalla paura per gli spari poteva nutrirsi a volontà. Bastava che avessero abbassato un po’ il tiro e la nostra casa sarebbe sparita, per questo la mamma ci portò fuori, intanto le pallottole dei cannoncini continuavano ad incrociarsi sopra le nostre teste “tach-punf” questo era il rumore che facevano “tach” quando partivano e “punf” quando arrivavano sotto Riva Granda o Sasso Lungo e ogni volta mi sembrava che il cuore mi si fermasse e poi ricominciava a battere con frenesia.

La mamma ci aveva fatto mettere in mezzo alle grosse radici di un albero che uscivano dal terreno, con la schiena appoggiata al tronco, mentre lei si sedeva davanti a noi facendoci scudo col suo corpo, intanto mio fratello frugava dentro al sacchetto delle provviste.

Poi verso mezzogiorno i cannoncini smettevano di sparare e in lontananza si sentivano ordini secchi in tedesco e fra le fronde che ci nascondevano, li vedevamo scendere dallo stradone della Pieve e si mescolavano a quelli che arrivavano dalla strada provinciale che univa Reggio a Castelnovo.

Restammo molto tempo nascosti lì, fin che non vedemmo la lunga colonna di camion, camionette, moto, e cannoni che salivano, i tornanti della Sparavalle. Io di tattiche militari non me ne intendo, ma penso che cercassero di raggiungere la “Linea Gotica” dai tedeschi chiamata “Linea Verde”, che si estendeva da Massa Carrara allora denominata provincia di Apuania, questa linea attraversava in diagonale tutta l’Emilia Romagna, fino al versante Adriatico nella provincia di Pesaro Urbino.

Poi sul far della sera scesero dalla Pietra i rifugiati, fra i quali mio padre e un mio fratello allora sedicenne, l’altro più vecchio di qualche anno arrivò il giorno dopo da Sologno.

Intanto dal paese arrivava un gran brusìo, la gente cominciava ad uscire dai nascondigli e piano, piano occupava la piazza e io sentivo per la prima volta la parola “LIBERAZIONE”.

Sì liberazione dai tedeschi, ma non dagli italiani che continuarono ad odiarsi come minimo per un altro decennio da neri che “o per forza o per amore” erano stati tutti,       come vi dicevo da neri che erano, si divisero in rossi e bianchi, odiandosi a vicenda, ai rossi avevano messo in testa che i poveri dovevano essere così, che in quel modo sarebbero diventati ricchi, mentre i signorotti e i baciapile la contavano diversamente. Comunque bisognava rientrare presto la sera, stare attenti a come si parlava, perché ti arrivava un’occhiata torva che non ti faceva dormire la notte e perché la paura per molto tempo, faceva ancora novanta. Ognuno aveva il suo scheletrino nascosto nell’armadio con tanto di fez con fiocco penzoloni e gagliardetto, anche persone poi arrivate al vertice del paese e osannate da tutti, l’uomo dimentica presto, specialmente se ci sono degli interessi comuni da salvaguardare.

I partigiani castelnovini tornarono alla spicciolata, non mi risulta che siano arrivati su camion o cose del genere come hanno fatto in città. Eppure ho letto che a Castelnovo esistevano più di 400 partigiani, fra i quali 50 donne! Nè una in più nè una in meno? Boh!! Lasciatemi pure i miei dubbi forse avevano scambiato la parola staffetta per soletta (scapinella), quella la sapevano fare tutte in paese.

Ora però, vi voglio raccontare di una vera staffetta che ho conosciuto molto bene, era amica di mia sorella e si era fermata a casa mia tante volte, dal momento che abitava a Carnola, si chiamava Cesarina Pinelli e aveva più o meno diciannove anni ed era la primogenita di una numerosa famiglia. Strano che nessuno l’abbia mai ricordata.

Quel giorno un appartenente alla S.A.P (a Carnola più di uno apparteneva a questo gruppo) le consegnò un biglietto da recapitare ai capi al di là del Secchia. Non ricordo se era inverno o autunno, ma faceva molto freddo, un freddo gelido. Lei ubbidiente prese l’incarico, scucì un pezzo d’orlo della gonna, vi inserì il foglietto e lo richiuse dando con l’ago lunghi punti; come vedete sapeva come nasconderlo, poteva sempre incontrare una pattuglia di tedeschi e essere perquisita.

Partì subito di corsa verso il Pianello, guadò il Secchia dove l’acqua era più bassa e riuscì a consegnare il biglietto a chi era dovuto.

Il ritorno fu più difficile aveva cominciato a piovere a dirotto il fiume era ingrossato, gli stivali non le bastavano più e l’acqua gelida le arrivava alla vita. Arrivò a casa disfatta con gli abiti inzuppati e brividi di freddo, nella notte la febbre le salì altissima, il dottore corse al suo capezzale e diagnosticò “polmonite fulminante” che in due giorni la portò alla fine della sua giovane vita.

Ricorderò sempre le lacrime della sua mamma che si mescolavano a quelle della mia, perché quando perdono un figlio, le mamme piangono tutte allo stesso modo.

Ho voluto raccontarvi la storia di una vera eroina della resistenza, ma che io sappia, scusate anche la mia ignoranza, mai stata ricordata, il suo comportamento fu eroico, collaborò a salvare vite, come oggi stanno facendo gli eroi che donano la loro vita per cercare di salvarne altre, anche loro colpiti da polmonite, ma non per aver guadato un fiume d’inverno, ma magari per non avere a disposizione la protezione indispensabile in casi come questi.

Adesso continuiamo a parlare della liberazione, se non ve lo racconto io, non lo saprete mai. Due o tre partigianotti di Carnola molto giovani direi quasi “ragazzacci” avevano trovato un cannoncino abbandonato dai Tedeschi durante la ritirata a Felina. Ricordo che passarono da sotto casa mia sbraitando euforici, sudati, sghignazzando, riuscirono a trascinarlo fino al loro paese e lo piazzarono nella piazzetta, che poi era l’aia più grande che ci fosse lì.

Subito la gente accorse facendo capannello attorno a quel cannone, che doveva essere un cimelio, doveva essere un ricordo della guerra ormai finita.

Poi uno di questi ragazzi che si ritenevano padroni di questa preda e la ritenevano una loro conquista, cominciò ad armeggiarci vicino, anche allora come adesso c’era sempre lo smargiasso di turno:

“Me i so cuma as fa, as fa achsè, as fa achlà”.

Io so come si fa, si fa così, si fa cosà, ma purtroppo c’era rimasto in canna un colpo che partì portando via di netto un braccio a Renzo, un bellissimo ragazzo di diciotto anni che era accorso per curiosità e fece una strage di feriti più o meno gravi,     seminando l’odio del dopoguerra, fra le famiglie del paesino.

Poi sempre dopo la liberazione tesero un agguato a Checco Zurli, gli spararono sul far della sera mentre stava rincasando, rimase per molto tempo fra la vita e la morte all’ospedale. Tutti sapevano chi era stato ma nessuno faceva parola, poi questo individuo sparì dal paese restandone lontano per molto tempo.

Certamente a fine guerra non tutti avevano consegnato le armi, potevano ancora servire per vendette personali.

Finisco qui la mia liberazione, che finalmente era arrivata, ma la guerra non era ancora finita e mi auguro che ormai arrivi anche questa che ormai tutti aspettiamo con ansia, anche se sono passate poche settimane, non anni, e spero con tutto il cuore che non ci sia un lungo strascico come allora.

       Elda Zannini   

 

 

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10 Commenti

  1. La ringrazio Sig.ra Elda per il prezioso racconto

    DOMENICO ZANETTI

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  2. Complimenti Elda per l’emozionante racconto; ma complimenti soprattutto per l’equilibrio che ha avuto nel raccontare i fatti, senza farsi “tirare per la giacca” dalle opinioni politiche.
    Chapeau.

    Ivano Pioppi

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  3. Carissima signora Elda, anche io nel mio piccolo, vorrei celebrare l’anniversario della liberazione, ricordando ciò che mi fu trasmesso e narrato da mio nonno. Vorrei ricordarle che non tutti i partigiani erano violenti e ladri. I Partigiani erano anche liberali e soprattutto nella nostra montagna, molti erano Cattolici. Il 24 aprile del ’45 infatti tra le prime Brigate partigiane ad entrare nella Reggio Emilia liberta c’erano le Fiamme Verdi.
    Raccontare e ricordare non era semplice per mio nonno, però scelse sempre di farlo al fine di trasmettere il vissuto, le sofferenze e gli orrori che lui ed altri ragazzi videro e subirono in quegli anni.
    Come ho già accennato sopra, i partigiani non erano solo delinquenti o ex fascisti alla macchia dopo l’8 settembre del ’43 ,per non diventare repubblichini. Erano giovani ventenni coraggiosi, che scelsero di imbracciare un fucile e combattere una guerra per liberare l’Italia e gli Italiani dalla follia nazi-fascista.
    Le mucche tanti partigiani le riportavano ai proprietari e non le rubavano, ed altri in cambio di un po’ di cibo e di un posto dove passare la notte, davano una mano alle famiglie che rischiando li ospitavano. Nuclei famigliari molte volte formati solo da donne, bambini e vecchi, perché gli uomini o erano in Russia o nei campi di concentramento e sterminio.
    Siamo tutti consci degli orribili fatti che accaddero in Emilia dal 1943 al 1949, non possiamo però fare di tutta l’erba un fascio. Anche tra i partigiani di sinistra c’era brava gente, come Enzo Bagnoli o “Nadia”, cioè Valentina Guidetti, perita nella battaglia di Pasqua del 1945 a Ca’ Marastoni.
    Per quanto riguarda il ruolo delle staffette partigiane a Castelnovo, non le so dire nemmeno io quante fossero di preciso. Di certo però non facevano la “scapinella” (calza), come non la facevano altre staffette del calibro di Tina Anselmi e Nilde Iotti.
    Tutto questo, per dire che la storia non è bianca, rossa o nera e la verità sta spesso nel mezzo.
    Il 25 Aprile per me è un giorno estremamente importante!
    Onora la memoria di mio nonno e di tutti quei ragazzi che, come lui, si sono sacrificati per darci la libertà. Libertà da un regime in cui i diritti individuali non erano contemplati e dove purtroppo, se solo volevi mangiare o mandare i figli a scuola, eri costretto a prendere la tessera del partito.
    Detto questo: BUON 25 APRILE A TUTTI!

    Valentina Cosmi nipote di Marino Cosmi partigiano della 284° Brigata Fiamme Verdi del Cusna “Italo”

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  4. Marino è stato un grande amico mio e della mia famiglia
    lo ricordo con affetto, fra noi non c’è mai stata la minima incomprensione.
    “Benedetta gioventù” Comunque grazie vedo che i miei racconti li leggi e questo mi fa piacere.

    EldaZannini

    Rispondi
  5. Come si fa a non leggere i Suoi racconti signora Elda. Li aspettiamo con ansia perché, oltre ad essere scritti molto bene, ci fanno conoscere storie, persone, avvenimenti e quant’altro. Complimenti a Lei e complimenti a Valentina per avere ricordato in modo così accorato il nonno Marino. Impossibile anche per noi non ricordare con affetto il signor Marino, per tutti noi semplicemente Marino, ma non per mancanza di rispetto. In questo momento particolare auguro a Voi e alle Vostre famiglie tanta salute.

    Paola Bizzarri

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  6. Carissima Signora Elda, ricordo con piacere quando mio nonno parlava di lei e di Don Battista, suo intimo amico.
    So che le mie parole possono sembrare utopistiche, perché non ho vissuto quegli anni in prima persona. Però,mi creda il 25 aprile per me è davvero importante.
    E’ il modo in cui sempre cercherò di onorare e rispettare mio nonno Marino, che tanto mi ha raccontato e trasmesso. Mi piaceva ascoltarlo e oggi da donna adulta, mi rammarico molto…. Avrei avuto ancora così tanto da chiedergli, così tanto da voler imparare!
    Leggo sempre con piacere i suoi racconti. Narrano la nostra storia, le vicende di tradizioni, usi e avvenimenti, che senza la sua testimonianza certo andrebbero persi.

    Valentina Cosmi

    Rispondi
  7. I ricordi di quella tribolata stagione, che precedette e seguì la Liberazione, rievocano non di rado accadimenti che ebbero risvolti ed epiloghi drammatici, i quali segnarono quasi sempre la vita e il modo di pensare di chi ne fu partecipe o testimone, e credo perciò che ogni personale reminiscenza di quei dolorosi giorni vada considerata col massimo rispetto, e lo stesso vale per il “sentimento” che ciascuno di noi può provare nell’ascoltarla.

    Ciò premesso, l’adolescenza della mia generazione ha temporalmente coinciso con gli anni del dopoguerra, e nell’andar crescendo ho avuto modo di udire in primo luogo la versione ufficiale e prevalente, o quantomeno la più diffusa, riguardo all’ultima fase del periodo bellico, allorché la “guerra civile” divise profondamente il nostro corpo sociale, lasciando uno strascico di laceranti contrapposizioni, anche sul piano ideologico.

    Col passare degli anni ho poi visto via via affiorare altre e diverse “letture” di quel tragico momento storico, tanto che per un giovane poteva risultare non facile il farsi un’idea sul come fossero andate realmente le cose, e poi giunse il “chi sa parli” ad aprire un’ulteriore finestra sugli eventi di allora, così che da adulto, mettendo insieme i vari elementi e pezzi, mi sono fatto anch’io un’opinione in proposito (giusta o sbagliata che sia).

    Il tempo fin qui trascorso ci ha mostrato come sia difficile, se non impossibile, arrivare alla cosiddetta memoria condivisa, visto che ognuno di noi tende a mantenere i propri convincimenti in materia, e a non “legittimare” quelli altrui, opposti o casomai solo differenti, talché ho maturato il parere, dalla mia esperienza, che a questo punto sarebbe già un buon risultato se ciascuna parte riconoscesse all’altra il diritto di “dire la sua”.

    P.B. 21.04.2020

    P.B.

    Rispondi
  8. Elda
    Come sempre grazie.
    Per il garbo con cui ci racconta i suoi ricordi.
    In effetti i giorni della liberazione e i mesi successivi, a Castelnuovo, devono essere stati un periodo complicato.
    I racconti del mio amico Dr Isonzo Ferrari, accomunato a me dalla passione per i cani e dal quale mi separavano più di quarant’anni di età, descrivevano un gran brutto momento.

    Luca Fioroni

    Rispondi
  9. Elda
    Come sempre grazie.
    Per il garbo con cui ci racconta i suoi ricordi.
    In effetti i giorni della liberazione e i mesi successivi, a Castelnuovo, devono essere stati un periodo complicato.
    I racconti del mio amico Dr Isonzo Ferrari, accomunato a me dalla passione per i cani e dal quale mi separavano più di quarant’anni di età, descrivevano un gran brutto momento.

    Luca Fioroni

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