Rosi Manari: “La donazione di Carlo Magno del 781 è un falso posteriore. Il cartello su Nasseta è sbagliato”

Riceviamo e pubblichiamo.

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Tutti coloro i quali vivono o hanno un nido qui, fra le montagne del nostro Appennino, lo sanno o forse lo immaginano, ma è proprio così: questa nostra terra, racchiusa dai monti nei versanti che digradano verso i Toschi e il mare e scende morbida mentre raggiunge la collina e poi la pianura, ha una storia.

Una storia tutta sua, ma una storia importante, che si dipana fra la Preistoria, che vede Bismantova come uno dei siti più importanti del nord Italia, per la sua continuità di abitato durante tutte le varie fasi nelle quali ci si avvicina alla storia. E, poi, il crinale tutto, disseminato di tracce di accampamenti di cacciatori preistorici, che lì attendevano il passaggio delle mandrie. E, quindi, l’affascinante storia dei Liguri, che sulle nostre montagne resistettero alla penetrazione degli eserciti romani, che qui sottomisero questi guerrieri montani, tracciarono un’importante strada di collegamento fra Parma e Lucca e lasciarono coloni-soldato in alcuni dei villaggi che poi sarebbero diventati i nostri.

E, ancora, la storia di Vallisnera, dei suoi signori, del suo Statuto antecedente la Magna Charta inglese e il suo castello e i signori Dalli di Busana, con il loro castello.

E, infine, Nasseta, con la sua storia affascinante e importante.

Ecco, proprio sulla storia di Nasseta, mi sento di fare una considerazione che vale per lei, ma anche per altre analoghe situazioni.

Dopo aver passato, a mo’ di cavalcata, qualche millennio di vicende che interessano il nostro Appennino e testimoniano di una terra importante, di passo, spesso contesa e piena di eventi e avvenimenti, mi sento di affermare che raccontarla, questa storia, è prima di tutto un dovere.

Un dovere per i tanti che ne hanno fatto parte e l’hanno costruita pezzo per pezzo.

Ma fare storia non significa distorcere gli avvenimenti e ammaestrarli secondo il proprio desiderio.

La storia è storia e quello che si afferma di essa deve necessariamente essere comprovato, altrimenti si rischia di mescolare il vero con il falso e di rendere l’intero racconto privo di attendibilità.

Mi sono trovata, in questi giorni, a fare un’escursione a Nasseta.

Era diverso tempo che non ci andavo e lì sono proprio inciampata nell’esempio perfetto. Un cartello stampato e lì apposto per raccontare ai visitatori la storia di quel luogo, in estrema sintesi recita:

“V sec.: gli abitanti di Nasseta erano schiavi o contadini romani fuggiti in montagna per scampare alle orde barbariche che, in varie ondate, seminavano il terrore nelle città e campagne della pianura. Arrivati alla Lama Fraularia capirono subito che quelle terre, se bonificate, potevano diventare una ricchezza per tutti, e così fecero, per 200/300 anni;

781: anno della presunta donazione, da parte di Carlo Magno (re dei Franchi), fella Corte di Nasseta ad Apollinare, Vescovo di Reggio Emilia.

Il territorio era racchiuso fra il fiume Secchia (Siclae), il torrente Ozola (Auzole), il rio Riarbero (Abolo) e il monte Palaredo.”

Ecco, a queste parole stampate su un cartellone lì posizionato per spiegare la storia di Nasseta ai visitatori ho provato un grande disagio. Ma dove sta scritto che nel V secolo a Nasseta c’erano gli schiavi o i contadini scampati alle orde barbariche? Come si fa a dirlo se, ormai, è noto che anche la donazione di Carlo Magno del 781 è un falso posteriore, per cui bisogna arrivare al 960, cioè il X secolo, perché si possa trovare la prima attestazione certa dell’esistenza di Nasseta?

E, allora, senza girare tanto intorno alle considerazioni, mi sorge spontaneo l’invito a trattare la storia per quella che è, cioè il racconto di vicende vere e attestate.

Tutto il resto non solo non è giusto ed è privo di costrutto, ma sottrare credibilità al racconto vero e genera solo confusione.

Per altro, anche per il ruolo strategico che può avere la storia nella promozione del territorio, perché ne costituisce il racconto e il filo, utilizzi impropri e improvvidi delle vicende rappresentano una caduta di tono e di stile che non sfugge all’occhio anche dei visitatori.

E, allora, visto che con giusto orgoglio ci appuntiamo sul petto l’appartenenza a Mab Unesco, forse varrebbe la pena tenere sotto controllo anche queste cadute di stile, a maggior ragione quando queste si verificano pure con i loghi più importanti della valle e dell’Appennino.

 

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10 Commenti

  1. Cara Rosy leggo sempre con molto interesse i tuoi interventi su Redacon,e anche questo mi sembra in linea con il tuo amore per la nostra montagna e la sua storia millenaria. Vorrei però che tu precisasti meglio l’affermazione che “è ormai noto che anche la donazione di Carlo Magno del 781 è un falso posteriore”,in quanto anche nel tuo “Quaderno d’Appennino”(2012), vi è sostenuta la tesi della donazione di Carlo Magno al Vescovo di Reggio Apollinare,citando la fonte:”Torelli A.,Le carte degli archivi reggiani fino al 1050”. Questo documento è ripreso tuttora, anche da molti altri storici del novecento e quindi sarebbe ora opportuno pubblicare il nuovo studio che stabilisce la falsità di questo documento, che è stato per secoli oggetto di molte controversie tra i nostri antenati,in particolar modo tra gli abitanti di Vaglie e dintorni, e i custodi del Livello di Nasseta.
    Con simpatia e ammirazione.
    Fausto Ceccardi

    Fausto Ceccardi

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  2. Caro Fausto, se tu avessi avuto modo di prendere visione della ristampa 2019 di quel libro, avresti letto che anche io arrivo alla conclusione che è un falso d’epoca posteriore.
    Ma se hai letto bene il mio articolo noterai che io non mi meraviglio per la citazione della donazione, che anche loro (che hanno letto la versioone 2019 del mio libro) dicono presunta.
    Io mi scaldo per la dichiarazione relativa al V secolo.
    Come si fa a dire quello che dicono degli schiavi e dei romani che salgono scampando dalle orde barbariche e danno vita a Nasserta è un vero mistero.
    Gli storici antichi parlano degli abitantio della pianura che scappano verso la montagna per sfuggire alle invasioni, ma mai nessuno si è sognatyo di dire che arrivano a Nasseta e la colonizzano.
    Questo è un modo di fare storia che non va per nulla bene, perchè ne altera le verità.
    Ben diverso è il caso della donazione di Carlo Magno, che era citata dagli storici antichi e, piano piano come spesso accade, si è giunti a dubitarne.
    Non si èiuò e non si deve dire cose non sorrette dal punto di vista documentale.

    Rispondi
  3. Caro Fausto, se tu avessi avuto modo di prendere visione della ristampa 2019 di quel libro, avresti letto che anche io arrivo alla conclusione che è un falso d’epoca posteriore.
    Ma se hai letto bene il mio articolo noterai che io non mi meraviglio per la citazione della donazione, che anche loro (che hanno letto la versioone 2019 del mio libro) dicono presunta.
    Io mi scaldo per la dichiarazione relativa al V secolo.
    Come si fa a dire quello che dicono degli schiavi e dei romani che salgono scampando dalle orde barbariche e danno vita a Nasserta è un vero mistero.
    Gli storici antichi parlano degli abitantio della pianura che scappano verso la montagna per sfuggire alle invasioni, ma mai nessuno si è sognatyo di dire che arrivano a Nasseta e la colonizzano.
    Questo è un modo di fare storia che non va per nulla bene, perchè ne altera le verità.
    Ben diverso è il caso della donazione di Carlo Magno, che era citata dagli storici antichi e, piano piano come spesso accade, si è giunti a dubitarne.
    Non si èiuò e non si deve dire cose non sorrette dal punto di vista documentale. (Rosi Manari)

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  4. Grazie del tuo chiarimento sempre esaustivo. Purtroppo non ho ancora potuto
    leggere la nuova edizione e quindi chiedo venia. Sarà mia cura recuperarla
    al più presto. Concordo con te in riferimento agli eventi del V secolo.
    Rimane pertanto difficile capire perchè non vengano consultati preventivamente
    i pochi veri studiosi della nostra storia che abbiamo la fortuna di avere nel nostro
    Appennino,tra i quali tu sei compresa a buon diritto.
    Ad maiora.

    Fausto Ceccardi

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    • Approfitto di questa sollecitazione avviata da Fausto Ceccardi per aggiungere un altro elemento, che in qualche modo è proprio legato alle sue parole.
      Quando Fausto riferisce di una testimonianza orale antichissima, che vuole gli abitanti di Vaglie in qualche modo coinvolti nella storia di Nasseta ha ragione.
      La traccia documentaria di questo dato è rintracciabile nel Placito di Garfagnolo del 1.098 quando, su ordine della stessa Matilde di Canossa, a Garfagnolo di Castelnovo due campioni si scontrano per dirimere una diatriba di territorio fra Vaglie e Nasseta. In quell’occasione, i testimoni di Vaglie affermano che la loro gente, da tempo immemore, sfrutta una parte del territorio ora dei monaci di Nasseta.
      In realtà non si riferisce al borgo di Nasseta, ma ad un pezzo di territorio, forse bosco o prativo.
      La cosa davvero interessante è proprio la dichiarazione degli uomini di Vaglie, che rieccheggia quello che alcuni storici pensano essere un compasquo, cioè una terra condivisa, forse prima fra insediamenti liguri e dopo come terra fiscale.
      Questa traccia è davvero interessante e su quella bisogna cercare e cercare ancora altri indizi, per arrivare a qualche certezza di più sul passato di Nasseta.

      Rosi Manari

      Rosi Manari

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  5. Buonasera Rosi
    mi appassiona la storia, e mi piacerebbe visitare il sito di Nasseta. Solo che non riesco a trovare da nessuna parte indicazioni precise su come raggiungerlo (mi stupisco sempre di come noi montanari siamo abili nel non valorizzare i nostri siti turistici). Sarebbe così gentile da darmi qualche dritta?
    Grazie in anticipo

    Andrea

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    • Buongiorno Andrea.
      Per andare a Nasseta bisogna arrivare ad Acquabona.
      In uscita dal paese in direzione di Collagna c’è una strada bianca che scende.
      E’ quella, che porta a Nasseta.
      Sono d’accordo con lei sull’assenza di valorizzazione….

      Rosi Manari

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      • Grazie per l’aiuto Rosi! E’ la strada che porta ad un ponte sul Secchia e sbuca sulla provinciale tra Vaglie e Collagna? Se si, Nasseta si trova prima o dopo il ponte?

        Andrea

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  6. Buongiorno; leggendo la lettera scritta alla Vs. Redazione con interesse e curiosità’ mi sorgono alcune considerazioni che sento di esprimere: non entro nel merito assolutamente sulle vicende storiche in quanto ignorante e incompetente in materia e sulle fasi di ricerca che hanno portato alla “verità”, ma vorrei solo capire come si pensi che dalla apposizione di un cartello esplicativo con cenni storici, che sicuramente avranno anche fondamenti e studi alle spalle, per quanto forse non aggiornati, da parte di una Associazione di Volontariato, si possa arrivare ad una presunta volontà’ di distorcere la Storia e ammaestrarla secondo il proprio desiderio (di chi?).
    Non vedo sinceramente lo scopo di tale “manipolazione”.
    Infine, se mi posso permettere, da persona che da oltre cinquant’anni, abita e frequenta la nostra Splendida Montagna, ne conosce luoghi, usi e “tradizioni”, voler definire “caduta di stile” questa vicenda mi sembra un po’ esagerato;
    le “cadute di stile” alle quali siamo abituati sono ben altre.
    Dobbiamo essere coesi e propositivi nel valorizzare, sicuramente nei modi più idonei e corretti possibili, i “nostri bei posti”, tra i quali Nasseta ha sicuramente una posizione, storica e culturale oltre che nel paesaggio, molto importante.
    Cordiali saluti.

    Magliani Gino

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  7. Caro Gino,
    Nessuno dice che c’e’ una Volontà premeditata di fare qualcosa di sbagliato, ma certo la storia e’ come la scienza. Non si può inventare nella storia, perché si inficia tutto il racconto. Dopo non si capisce cosa e’ vero e cosa e’ falso ed e’ importante che la storia che si trasmette sia quella vera. Il fatto, poi, che dietro ci sia un’associazione di volontariato non c’entra niente. Non e’ che perché lo sei puoi dire cose sbagliate, E poi sai perché ci tengo molto a questa cosa? Perché bisogna imparare che la storia non e’ come una gomma che la tiri come vuoi e poi perché la nostra montagna di storia ne ha a pacchi, senza doverne inventare.

    Rosi Manari

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