“Mio padre si fidava dei miei conti ” – racconto di Roberto Mercati

"Mucche" - olio su tela di Roberto Mercati

Mio padre si fidava dei miei conti e dunque, fin da quando ero bambino, mi permetteva di calcolare la produzione del latte delle nostre poche mucche.

Il libretto del latte, era per noi più sacro della Bibbia, perché quel libretto ora è il tetto della mia casa attuale.
Anche le mucche erano sacre, quanto la terra, campi quasi verticali che ti veniva il fiatone solo a pensarli.
I profumi della stalla, della campagna, del fieno sono assolutamente indelebili. Mi basta pensare alla "scargadora", alla tromba del fienile o alle piagne che pavimentavano il mio pollaio, ed ecco che la macchina del tempo è già azionata.
Mi porta in estate, quella eterna si intende, chiudo gli occhi e mi ritrovo nella mia aia, mentre dal cielo piovono i garriti delle rondini.
Poi mi porta in autunno e già sento tra le mani ricci pungenti di castagne nel mio bosco della Bora; in inverno, e vedo Florindo e Rizziero che conciano le carni di maiale in casa mia.
Infine mi porta in primavera e mi ritrovo a contemplare i moti ipnotici e impetuosi dell'acqua, nel rigagnolo inorgoglito dalla neve appena sciolta che attraversava l'orto della Zaira.
Mio padre si fidava dei miei conti. Al termine dell'addizione, buona anche per quell'annata, vedevo negli occhi di mia mamma un certo rilassato compiacimento, rapidamente mascherato, tramutato in quello di chi sta diligentemente e devotamente preparando la cena. Persino la stanza assumeva una luce dorata.
Per una sera il futuro era salvo: la casa nuova l'avremmo costruita.
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5 Commenti

  1. Grazie x aver ricordato il mestiere, il lavoro pesante dei nostri genitori. Mentre leggevo rivedevo i visi di stanchi di mio padre e mia madre, i loro sacrifici. Sono stati anni pesanti ma ci hanno lasciato un valore immenso di tutto dentro al cuore. Grazie
    Caterina

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  2. Complimenti a Roberto per la bellissima istantanea sul tempo che fu.
    Anch’io, figlio di casaro, leggevo in mio padre le stesse tensioni quando si eseguiva la ” battitura” delle forme prodotte nell’annata, dal cui esito dipendeva il prezzo di vendita della “partita” e, conseguentemente, l’economia di tante famiglie contadine.
    Ivano Pioppi

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  3. Mi compiaccio con l’Autore per averci ricordato l’importanza del “libretto del latte”, anche se oggi ce ne siamo dimenticati, o non riusciamo più ad avvertirne il “valore”, e per averci fatto altresì capire come già da bambini ci si “responsabilizzava” (cosa di non poco conto, almeno a mio vedere).

    Mi è venuto alla mente un altro “libretto”, quello della spesa, con cui mia zia mi mandava alla “bottega”, e sul quale veniva trascritto quanto acquistato – in attesa del pagamento, le cui scadenze ora non ricordo bene – il che mi faceva sentire orgogliosamente più “grande” rispetto alla mia età.

    Mi verrebbe da dire che, pur con le differenze tra famiglia e famiglia, allora si viveva in modo abbastanza “parsimonioso”, e credo che tale mentalità si sia opportunamente mantenuta in più d’uno della mia generazione (pur se le condizioni del vivere sono nel frattempo parecchio mutate).

    P.B. 30.12.2020

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  4. mi vengono tre parole,grazie al suo scritto,Roberto.Onesta’,dignita’,rispetto.Le vie indicate con fermezza dai Ns genitori,genitori di allora.Insegnavano i tempi,lenti,continui,mai presi da ansie di profitto esaperato,ad ogni costo.Ma si cercava di dare equilibrio tra passato,presente,futuro.Anche loro erano per il progredire,ma quel progredire lento,sudato,gustato.Non cercavano scorciatoie facili,loro.Prevaricazione,scappatoie,che spesso indicavano strade piu’ brevi,ma lastricate da sotterfugi,disonesta’ e sopraffazione.Purtroppo oggi,ahime’,proprio quelle strade,scorciatoie sono le piu’ trafficate.Sarebbe la svolta epocale,tornare alla famosa Parole data,stretta di mano,li il tutto.Buon Anno Nuovo a tutti,con la speranza che quello che sta’ finendo,con le sue sofferenze visessitudini ci abbia,almeno,insegnatoi,fatto riflettere sul valore della vicinanza,della comunita’,della appartenenza e ci illumini per un futiro migliore per tutti,che non vuol dire economia sfrenata,PIL e crescita,ma armonia,rispetto per i Ns simili,per l’ambiente.

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  5. Io non so se la chiusura del quarto ed odierno commento possa venir intesa come un certo qual elogio alla decrescita a al cosiddetto “pauperismo” – laddove si auspica un futuro che non significhi economia sfrenata, PIL e crescita, bensì armonia, rispetto per i Ns simili, per l’ambiente – ma se così fosse azzarderei una riflessione in proposito.

    Vi sono ambiti dell’eurozona dove l’economia “corre”, e il PIL è dato crescita, nonostante le difficoltà di questi anni, l’agricoltura ha sostanzialmente mantenuto l’abituale fisionomia, pur coi fisiologici ammodernamenti, nelle campagne si alternano in armonia coltivi e zone boscate, l’ambiente dà l’idea di venir rispettato (e lo stesso vale per usanze e costumi).

    Voglio cioè dire che la “prosperità” può convivere, e non fare a pugni, con tradizioni, consuetudini e mentalità, tramandate di generazione in generazione, purché – a mio giudizio almeno – un Paese, un territorio, o una comunità, sappiano conservare un robusto sentimento identitario (che a sua volta alimenta e preserva i rispettivi ed usuali valori).

    Io credo che noi abbiamo spesso trascurato i sentimenti identitari, al punto da esserci via via disorientati, e proprio per tale ragione non siamo riusciti a trovare il giusto “equilibrio tra passato, presente, futuro”, mentre altri si sono proiettati nel nuovo e nella “globalizzazione” mantenendo con fermezza le proprie radici, e questo li ha resi verosimilmente più forti.

    P.B. 31.12.2020

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