“Profumo di bucce di mandarino” – racconto di Alberto Bottazzi

Profumo di bucce di mandarino

Quando la neve cadrà, la stufa sarà accesa, con fuori la bufera e noi staremo stretti, stretti, a scaldarci vicino al fuoco”.

Così ci raccontava le sue favole nonna Arnè, con tutto l'amore e la dolcezza che una nonna sa dedicare ai suoi nipotini.

Favole delle stagioni, favole di vita. “La primavera arriverà dopo l'inverno, scaccerà la neve ed il freddo col suo tepore, il profumo delle viole nei campi e i ciliegi in fiore”. Sembra di vederla, ancora una volta, su quella vecchia sedia a sdraio vicino al tricanton, con noi bambini attenti ad ascoltarla, seduti intorno al fuoco, sgranocchiando mentine colorate.

Vi racconterò quando il nonno lizzava la legna, dal monte fino alla capanna. Quell'anno la neve era già caduta a fine settembre, quando le famiglie dovevano rifornire di legna le case, per l'arrivo del generale inverno. Il nonno, con i suoi due fratelli, era salito in vetta al monte, sopra il paese, trainando con sé la lizza...” “Nonna cos'è la lizza?” “La lizza, bambini, era un grossa slitta di legno che serviva per trasportare lunghi pezzi di tronchi d'albero, per poi, scivolando sulla neve, portarli giù, giù, lungo il sentiero fino alla capanna.” “Che bello… avrei voluto salirci anch'io sulla lizza del nonno!” “Capisco il tuo entusiasmo, Albertino, ma sarebbe stato molto pericoloso. Vedi, non era una cosa semplice condurre la lizza, perché sbandava continuamente, rischiando ogni volta di far rotolare a valle i tronchi. Se ci fossi stato sopra tu, avresti potuto fare un bel capulotto giù per il sentiero e farti del male. Era un lavoraccio duro, ma necessario, che richiedeva braccia vigorose, mente sveglia e molta attenzione, affinché il carico di legna arrivasse intatto alla capanna.

Ricordo che al nonno, quell'anno, gli erano gelati i baffi per il gran freddo. Dopo mille peripezie la legna arrivava nell'aia della capanna e, a poco a poco, veniva segata sulla 'capra' per farne dei piccoli tagli su misura per la stufa”. “Ma la capra, nonna, non si lamentava e non scappava davanti alla sega del nonno!?”. “Sapevo di avere una nipotina intelligente, ma non così tanto! Vedi Gilda, quella che io chiamo cavra, come vuole il nostro dialetto, non è altro che un insieme di tavolette inchiodate tra di loro che formano una struttura a forma di X, somigliante alle corna di una capra. Quindi, nessuna violenza sull'animale!

La legna segata poi, con ulteriore fatica, veniva accatastata all'interno della capanna e messa a disposizione della stufa ingorda che, rifocillata a dovere, generava fuoco e calore, per combattere il freddo inverno alle porte”. “Bella nonna… domani ce ne racconti un'altra...?”.

Vedete bambini… questa favola non è un semplice passatempo, anche se la vostra compagnia per me vuole dire tutto, ma serve a farvi capire cosa c'è dietro questo bel fuocherello ristoratore che a noi piace tanto. Provate a pensare quanto lavoro sudato, quanta dedizione per la famiglia, quanto amore per la vita c'è ad alimentare questa fiamma… e adesso andate dal nonno a dargli un bel bacione… se lo merita!”.

Profumo di bucce di mandarino bruciacchiate sulla stufa di ghisa… profumo di ricordi!

(Ricostruzione di una favola di nonna Ermenegilda Raffaelli… l'Arnè)

Vaglie, 18 di novembre 2017

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