La catechesi di don Paul Paku sulla liturgia odierna

don Paul Poku

Nella prima lettura di questa domenica continua la storia dell’alleanza tra Dio e l’uomo con il celebre brano del sacrificio di Isacco. Si tratta di un episodio difficile e duro, perché si fatica a comprendere l’atteggiamento di un Dio che chiede a un padre anziano di immolargli il suo unico figlio; ma ciò che dobbiamo sottolineare di questo passo è che, benché la via del Signore fosse sconosciuta agli occhi di Abramo, Dio aveva già in mente un progetto di vita e di gloria per lui e per la sua discendenza.
Nel brano della trasfigurazione, lettura canonica di ogni seconda domenica di quaresima, vediamo che anche agli occhi dei discepoli il progetto del Figlio di Dio è inizialmente nascosto, ma esso si svela nella contemplazione del corpo glorioso di Cristo. All’inizio dell’episodio, Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni «su un alto monte, in disparte»: queste indicazioni teologicamente indicano non un luogo fisico ma uno spazio distaccato dal mondo, in cui ritirarsi e mettersi in contatto con Dio. In questo loro stato spirituale Gesù «fu trasfigurato davanti a loro»: questo verbo traduce una parola greca che ha la stessa radice del termine “metamorfosi”. Come un bruco che racchiude in sé una farfalla, Gesù svela ai suoi discepoli la gloria nascosta dietro l’apparenza di umile servo di Dio: «Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche». Dobbiamo ricordare che nel linguaggio biblico le vesti sono l’espressione visibile del carattere e della vita di una persona; il colore bianco delle vesti di Gesù rappresenta quindi la sua condotta di vita santa e priva di peccato perché in comunione con Dio (cfr. Es 34, 29-30, dove è descritta la “piccola trasfigurazione” di Mosè). La scena di gloria si compie con l’apparizione di Mosè ed Elia, che sanciscono il compimento della Legge e dei Profeti in Gesù.
Di fronte a un tale evento, Pietro si mostra meravigliato: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». L’iniziativa di Pietro nasce dal desiderio di restare per sempre immerso in una simile visione, che agli occhi di un ebreo osservante rappresentava già un’anticipazione di paradiso; la parola “bello” da lui usata esprime proprio la gioia derivante dalla contemplazione di Gesù e dei grandi profeti riuniti insieme, anche se al tempo stesso i discepoli «erano spaventati» dall’eccezionalità della scena a cui stavano assistendo. Ma all’improvviso una nube li avvolge (cfr. Es 40, 34-38) e si ode una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». Queste parole sono rivolte direttamente ai discepoli e mirano a spiegare il senso della loro visione: Gesù è il figlio di Dio, il profeta promesso che è finalmente giunto (cfr. Dt 18, 15; cfr. Sal 2, 7).
Terminata la visione e scendendo dal monte, Gesù ordina ai discepoli di non rivelare ciò di cui sono stati testimoni, imponendo loro il cosiddetto “segreto messianico”; egli sa infatti che essi potranno capirne il senso solo alla luce della sua morte e resurrezione. Anche noi oggi fatichiamo a comprendere la natura di Gesù, ma dobbiamo raccogliere l’invito di Dio ad ascoltare la sua parola e a metterla in pratica nella nostra vita; così facendo potremo scoprire la trasfigurazione in noi.
Buona domenica

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