“Coperchiaia” (racconto di Alberto Bottazzi)

 

Coperchiaia (foto Claudio Anceschi)

Servono piedi buoni per la salita, la mia casa è lassù, in cima al paese di Vaglie, nel borgo di Coperchiaia, dove il vecchio saggio aspetta il tuo arrivo per raccontarti la sua giovinezza e ti chiede quando riparti anche se sei appena arrivato! Qui volano la poiana, l’aquila e le rondini a primavera, in un panorama d'incanto sui monti circostanti: Cusna, Ventasso, Casarola, Cavalbianco, con la Pietra di Bismantova che si staglia divina e austera all’orizzonte.

La gente si stringe in un'unica famiglia, le voci hanno un nome, un'immagine, un volto conosciuto. Le mani si stringono forti, gli sguardi si incrociano fieri, sinceri son gli abbracci, non c'è bisogno di tante parole quando esterni i sentimenti. La tua dispensa non ha più pane!? Bussa alla porta della casa accanto, quella porta si aprirà con un sorriso.

Il gran vociare al tavolo delle carte, il fumo denso di tabacco del bar cooperativo di “Pelè” degli anni sessanta, le damigiane vuote di vino rosso accatastate lungo il muro, le massaie a lavare i panni ai lavatoi del paese, testimoniavano che quelli erano tempi di vita piena in tutte le stagioni. Accanto al bar una bottega di alimentari riforniva di provviste le dispense di casa; poco più avanti faceva capolino una piccola merceria, dove donna Rachele vendeva bottoni, aghi, filo e quant'altro per cucire e rammendare.

Sulla piazzetta, vicino alla fontanella dell’acqua fresca e chiacchierona, si affacciava un'altra osteria, con l'appalto dei sali e tabacchi ed in più la cucina: la privativa dell'Armida e di Adamo.

L’Armida cucinava piatti molto semplici, genuini, serviti in tavola con vino rosso, amor paesano ed un sorriso familiare che era l’ingrediente più apprezzato.

Ho un ricordo vivo di quel tempo, quei grossi vasi di vetro, col coperchio di latta, posati sul lungo bancone di legno, dove venivano messe in vendita le sigarette sfuse senza filtro.

Agli occhi di un bambino, dentro quei vasi c'era il segreto per diventare “grandi!”. Il paese palpitava vita!! Esisteva persino la scuola elementare, fatta costruire appositamente dal Comune per Vaglie, con 10/12 bambini incorniciati da collettini bianchi e fiocchi rosa/azzurri.

Era il tempo delle more!

La nuova chiesa, costruita nel 1935, rappresentava una vera e propria conquista del territorio. Prima di allora la gente si era dovuta recare, per assistere alla santa messa, presso la chiesa del vicino paese di Caprile, all'indomani del terremoto del 1920. Si narra che gli orgogliosi vagliesi avessero preteso ed ottenuto dal parroco, una porta d'entrata tutta per loro, per mantenere così unita la piccola comunità. Ora la dolce finestra sul passato trapassato sta per chiudersi, ai nostri giorni tutto è cambiato in peggio.

Prevale il disorientamento tra le persone, non c'è più una sola bottega! Per fare la spesa bisogna fare 5/6 km alla volta dei paesi limitrofi di Cinquecerri o Ligonchio, quando poi le strade siano libere e le frane non ostacolino il cammino di una vita già per se stessa alquanto difficile.

L’unica resistenza all’abbandono la pone, con forza e amore, il bar-locanda dell'Alpino, continuando la tradizione di famiglia, nato nei locali della vecchia scuola elementare e gestito da una giovane coppia di sposi, che dobbiamo ringraziare sentitamente per non avere abbandonato la loro terra. Il tempo sovrano ci racconta tanti altri avvenimenti: di vita vissuta in città lontane, sacrifici, lotte, pianti, successi e delusioni e del desiderio di di tornar a “posar e osse…” in terra natia.

Quando finirà la transumanza della vita, capiremo bene il vero significato delle nostre origini: un valore intrinseco dentro l'anima, dove le radici dell'albero genealogico custodiscono il nostro ritorno.

Da: “I COLORI DELLA MEMORIA”

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