Le Cicogne all’associazione degli anestesisti: “Riaprire i punti nascita questione di buon senso e di legge”

Continua a fare discutere la presa di posizione dell'Associazione anestesisti e rianimatori (Aroi Emac sezione Emilia Romagna) che, nei giorni scorsi - nonostante la netta inversione di volontà della Regione Emilia-Romagna - si è detta ancora contraria alla riapertura. Sul tema l'intervento del Comitato Salviamo Le Cicogne.

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Una fra le tante sigle del ginepraio sindacale medico (che spesso sono almeno tre per ogni specialità), la Aaroi Emac sezione Emilia Romagna, sembra ancora rispondere alla chiamata a schierarsi del fu assessore regionale alla Sanità Venturi, quando anteponeva al diritto delle donne di avere un punto nascita in montagna per l’assistenza al parto, un servizio logistico di avio-trasporto verso la pianura.

Ripetendo parole magiche come in un rituale sciamano, sicurezza sicurezza, si cercava di chiudere gli occhi e la bocca al buon senso e alla normativa italiana, che è molto precisa nel merito.

Infatti, a prescindere o meno dal numero minimo di parti, la legge è molto chiara nello stabilire la dotazione di figure mediche, ostetriche e infermieristiche per ciascun livello di competenza dei punti nascita, quelli di I livello come Montecchio, Guastalla, Scandiano, Castelnovo ne’ Monti quando era ancora aperto, e quelli di II livello con reparto di terapia intensiva neonatale annessa, come Reggio Emilia.

Oltre alle risorse umane, sono stabilite le dotazioni tecniche, le strutture necessarie, le prestazioni in termini di analisi ed esami.

L’insieme determina lo standard di sicurezza del punto nascita, ed è un prerequisito per la sua attività, a prescindere dal numero dei parti.

Ebbene questo standard era rispettato dai punti nascita di montagna delle quattro province coinvolte, e la eventuale soluzione delle possibili lacune che qualsiasi reparto di ogni ospedale può avere era stata garantita dall’assessore Venturi con propria dichiarazione scritta al Ministero.

L’errore di cui la Aaroi Emac chiede conto al Presidente  Bonaccini è proprio questo: aver chiuso strutture valide che assolvevano bene il proprio compito di assistere al parto le donne ed i neonati in un territorio difficile da vivere e da percorrere.

Perché la sicurezza non è la copertura sindacale dei medici, ma è la protezione della donna durante la gestazione e nella fase finale, quando i tempi e le distanze fra chi partorisce e l’assistenza possono decidere la vita o la morte delle persone.

A questo semplice concetto che non hanno mai voluto prendere in considerazione i medici, perché ciò che avviene fuori dalle porte del loro reparto non li responsabilizza, è stato contrapposto un altro simbolo, il numero magico dei 500 parti.

Ebbene quel numero non ha alcun riferimento scientifico, non esiste alcuna raccomandazione Oms in tal senso, e non ha simili nelle legislazioni di altri paesi.

Quel numero non nasce da evidenze scientifiche, ma è stato indicato dall’Accordo Stato Regioni nel 2010 che si prefiggeva la riduzione dei Tagli Cesarei. Come scrisse Paolo Giliberti, presidente della Società Italiana di Neonatologia nel volume “Gli standard per la valutazione dei Punti Nascita” nel 2012: “Si iniziò a parlare di dimensioni e qualcuno inventò un numero 'cinquecento nati/anno' per marcare il confine tra strutture inevitabilmente inefficienti ed inefficaci e strutture idonee, una scelta 'fortunata' dato che l’equivoco, che crea, perdura anche nei nostri tempi”.

Proprio in Emilia Romagna l’uso di questo numero magico venne usato per togliere la parola a chi, come noi, si mobilitava per difendere la sicurezza delle donne, e fu fatta una campagna di discredito dei punti nascita in montagna sulla base di presunte pubblicazioni scientifiche americane. Salvo poi, andandole a leggere, trovarvi l’esatto contrario di quanto propagandato: "non esiste una maggior incidenza di complicazioni al parto in strutture più piccole ma solo nel caso di medici che effettuano meno di 7 parti all’anno, perlopiù operanti nelle grandi strutture e non nelle piccole". Mentre invece è risaputo essere più alto il rischio di infezioni nelle grandi strutture.

La chiusura dei Punti nascita di montagna fu una scelta politica estremistica, rispondente alle logiche di concentrazione delle donne in mega fabbriche del parto, per la gioia di medici sindacalizzati e del firmamento delle loro sigle.

Vennero sminuiti i dati da trasmettere al Ministero, quelli che servivano per ottenere ciò che la normativa italiana prevede: deroga alla chiusura e mantenimento in attività dei Punti nascita con meno di 500 parti in aree orogeografiche difficili, per assicurare la sicurezza al parto.

Oggi che il presidente della Regione Emilia Romagna ha ammesso di aver sbagliato e di voler riaprire i Punti Nascita subito dopo l’emergenza Covid, occorre lavorare per ristabilire la sicurezza nelle zone di montagna; ciò è fattibile operando scelte corrette che distribuiscano le risorse non per comodità o per potere interdittivo ma per necessità di copertura di un servizio di assistenza che la Costituzione vuole universale.

Sarebbe opportuno quindi che le sigle sindacali dei medici evitassero di scomodare la scienza per difendere il proprio status quo o porre domande sulle risorse mediche introvabili, quando hanno sempre taciuto la permanenza in attività di punti nascita al di sotto dei 500 parti in pianura, a 10 minuti di auto da altri punti nascita, utilizzando le risorse ospedaliere ricavate dalla chiusura di quelli della montagna.

 

 

Il comitato Salviamo le Cicogne

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4 Commenti

  1. Le problematiche sollevate dagli anestesisti sono conosciute da anni e hanno un riscontro di verita’ nei dati allarmanti che mettono in risalto una carenza grave di personale in quella specializzazione e non solo. Per creare nuovi specialisti servono anni e investimenti. Noi paghiamo ancora i tagli fatti nella sanita’ dai passati governi. Apprezzo l’impegno delle Cicogne e dei sindaci ma x avere degli specialisti non basta una firma su di un protocollo.

    Gian

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    • In effetti la carenza del personale sanitario è annosa e questo è dovuto alle politiche di bilancio che hanno compresso il naturale turnover attraverso il restringimento dei posti nelle scuola di specialità. La direttrice dell’AUSL Marchesi ha parlato di 27 anestesisti mancanti in provincia di Reggio! Ma questa carenza non ha un cartellino di destinazione obbligatoria in montagna, come in questi anni è stato lasciato intendere come vera motivazione sottostante a quelle ufficiali.
      Ci sono sei poli ospedalieri in provincia, solo uno è in montagna per coprire sì una quantità inferiore di persone ma anche una vastità di territorio pari al 35% del reggiano, e nel quale non tutto è differibile e programmabile. E’ il caso dei parti, ad esempio.
      Quindi, se occorre, come occorre, razionalizzare le risorse, si deve partire dal principio che nessuno può essere abbandonato, come invece è stato per le partorienti della montagna, mentre in pianura c’è ampia possibilità di scelta.

      Nadia Vassallo

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  2. Deduzioni e controdeduzioni corrette e condivisibili ma, come avevo scritto in un precedente commento sullo stesso argomento, il problema è che quelli che erano i medici (genericamente anche se poi sono specialità dedicate) non volevano, ma da quello che leggo, Non vogliono venire in montagna! Se non si “lavora a monte” su questo aspetto è molto più difficile riaprire!

    Massimo Carpineti

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    • Anche questo è un aspetto da considerare e in parte lo abbiamo denunciato nella replica al sindacato medico. Però non c’è solo il problema del medico che non vuole lavorare in trasferta a far riflettere, è più in generale il problema Italia che occorre tenere presente, dove si consuma in modo sempre più esacerbato la diversità fra lavoro garantito e lavoro senza garanzie, fra reddito fisso e piva, fra professionalità premiata nel privato e carriera per anzianità nel pubblico. Non si possono sollevare tutti i mali del mondo per la riapertura dei punti nascita in montagna. Esistono dirigenti che son pagati per questo, basta con la tecnica di ributtare sui giornali i problemi per cui si è chiamati e pagati per risolverli.
      Cosa debbono pensare i montanari che tutti i giorni debbono andare in pianura a lavorare o studiare? Che loro sono cittadini di serie b e i medici di pianura sono cittadini di serie a?

      Nadia Vassallo

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