“Amore materno ed orgoglio ferito” (racconto di Alberto Bottazzi)

Accanto a me mia madre, pensierosa, afflitta da come si era concluso il mio anno scolastico di terza media. Quell’anno fui bocciato irrimediabilmente, dopo essere stato rimandato a settembre in due materie: matematica ed inglese. Ero profondamente angosciato per averla delusa, mentre cresceva in me una smisurata e feroce rabbia contro i professori.

Il viaggio in corriera, dalla città alla montagna, era cominciato con un broncio “lungo così…” ed il capo chino di chi sa di averla combinata grossa. Mia madre era lì, presente alla disfatta di Caporetto, davanti al tabellone dei risultati finali: cognome, nome, seguiti dal colpo di ghigliottina mortale scritto con il rosso del mio sangue: respinto!

La testa penzolava all’ingiù, come la faccia di un girasole al tramonto, mentre la corriera raggiungeva le prime curve della collina, barcollando e sgasando fumo nero e maleodorante. Non avevo il coraggio di guardare mia madre negli occhi... la coscienza violentata dalle promesse non mantenute non me lo avrebbe permesso.

La strada s’inerpicava tra gallerie, tornanti e paesaggi autunnali... il colore rosso vermiglio delle vigne strideva profondamente con il mio stato d’animo nero e quello altrettanto scuro di mia madre.

Vedevo l’orizzonte dei miei giorni futuri notevolmente compromesso: chiuso in casa, senza amici, regali, cinema, come una sorta d’inferno.

Fino a metà viaggio, tra noi, ci fu solo silenzio, rotto solo da qualche strombazzata dell’autista prima di affrontare le curve.

Il naso appiccicato al finestrino... le facce dei professori che mi rincorrevano sbeffeggiandomi, così come erano ostili i monti, le case, gli alberi, i compagni di scuola… il mondo intero. Tutto mi stava crollando addosso.

La corriera ringhiava stanca, curva dopo curva arrivammo sotto la Pietra di Bismantova e dopo 42 chilometri dalla partenza, l’evento inaspettato: mia madre ruppe il silenzio, mi guardò negli occhi con un timido sorriso e accarezzandomi le lacrime sussurrò:“ Non ti preoccupare, vedrai, sarai promosso il prossimo anno… !” Solo allora riuscii a guardarla in viso e l’abbracciai forte, forte, fino a farle male, in un impeto di autentica liberazione. In quel preciso momento l'amore materno aveva vinto decisamente sull’amor proprio, scardinando a poco, a poco, il suo orgoglio ferito... avevo ritrovato mia madre!

Da: “Il mio spazio ed oltre”

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