Una ragione in più per proteggere Bismantova: a proposito della sommità (cacùme) della Pietra di Bismantova

Riceviamo da Clementina Santi e pubblichiamo.

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Nelle scorse settimane questo nome bizzarro, cacùme, (che non è altro che un latinismo) con cui Dante definisce la sommità della Pietra, ha fatto parlare di sé: per la possibilità di accesso esclusivamente pedonale al  pianoro sommitale  di Bismantova. Da un lato, abbiamo letto le ragioni degli sportivi, in particolare degli appassionati delle mountain-bike; dall’altro, le ragioni e il conseguente divieto dell’Ente Parco, di cui il territorio di Bismantova fa parte e che è preposto alla tutela ed alla salvaguardia di un’emergenza paesaggistica, archeologica, naturalistica, culturale, quasi unica. E non lo diciamo noi, ma lo ha scritto la rivista Focus, che ha inserito Bismantova tra le dieci montagne più belle del mondo.

Già molti anni fa Soprintendenza e Comune hanno introdotto normative di regolamentazione e ciò non ha impedito la crescita di visitatori,  alpinisti e altre presenze sia sulle pareti che nei dintorni. Ora è il momento di proteggere con la stessa determinazione il bellissimo sentiero che conduce in cima e la pianura che si estende lassù per circa un ettaro, a 1041 m. sopra il livello del mare; una distesa pianeggiante che si presenta straordinaria già da lontano, come un altipiano verde sorretto da un’incudine di roccia e appare ancora più inaspettata per chi esce dal sentiero che nell’ultimo tratto è stretto come la cruna di un ago.

Il cacùme è un luogo delicato, bello e silenzioso, troppo bello e troppo silenzioso per essere “invaso” da qualcuno che non sia un escursionista, un visitatore o un pellegrino o comunque un viaggiatore che cammini a piedi, e che fatichi per arrivare lassù; che si sorprenda quando esce dalla fenditura della roccia e si fermi stupito almeno qualche istante ad ammirare il paesaggio e a respirare il vento. Sulla Pietra bisogna arrivarci a piedi.

Le suggestioni letterarie, si sa, contano poco nei confronti delle aspirazioni legittime degli sportivi, però vogliamo aggiungere qualcosa rispetto a quello che già si conosce sul rapporto tra Bismantova e la Commedia. Dante è salito a Bismantova, in uno dei suoi viaggi appenninici dalla Lunigiana a Reggio, tra il 1306 e il 1315 e la fisionomia maestosa della Pietra è diventata l’immagine, il modello e quasi la scenografia della montagna del Purgatorio. Dante, citando Bismantova nella Commedia,  la chiama per nome per la prima volta nella lingua italiana. E da allora, Bismantova è la montagna del Purgatorio e il suo nome ha fatto il giro del mondo.

Ma c’è una ragione meno nota che rende preziosa Bismantova e riguarda proprio il suo cacùme. Nella Commedia, Dante ha dovuto inventarsi il Purgatorio: e dopo le sette Cornici in cui ha collocato i peccatori penitenti, lungo le pendici della montagna, sulla sommità colloca il Paradiso Terrestre, una sorta di giardino felice, ultimo luogo terreno prima del Cielo, ricco di alberi e profumato di fiori che crescono spontanei accarezzati da una brezza costante e leggera.

Noi pensiamo che nell’invenzione poetica del Paradiso Terrestre, un posto non secondario lo occupi il ricordo del pianoro di Bismantova. Perché non collocare il Paradiso Terrestre in quel luogo verde e boscoso, alla fine della salita della montagna che il Poeta già conosceva?

Se saliamo sul pianoro in questi giorni di tarda primavera, ci troveremo davanti un bosco – giardino, un tappeto erboso, morbido e denso che sembra nascere dalla roccia, macchie di noccioleti e di roverelle docili al vento, cespugli di carpini, cornioli e ciliegi fioriti.

Non abbiamo scoperto niente: già i commentatori medievali e rinascimentali parlano di una pianura coltivata, ampia  quanto un paio di buoi può arare in un giorno. Del resto, anche noi ricordiamo che sulla cima di Bismantova c’erano campi coltivati a grano ed erba.

Ebbene, in questo giardino paradisiaco, che occupa gli ultimi sei canti del Purgatorio, avvengono alcune fra le cose più significative dell’itinerario del poema e della vicenda biografica di Dante;  che sono anche le più belle per noi, uomini di sette secoli dopo, e che sono in grado, lo diciamo per esperienza, di commuovere ancora i ragazzi di oggi (non meno della storia d’amore di Paolo e Francesca): l’abbandono di Virgilio che vuol dire la perdita della guida e delle cose del mondo, e soprattutto l’incontro con Beatrice, la donna che Dante aveva amato e perduto. Per tutto l’Inferno e il Purgatorio il poeta aveva atteso questo incontro. Per molti critici Beatrice è simbolo della Chiesa. Ma forse aveva ragione Benedetto Croce: la Commedia si può leggere anche così, fuori da ogni allegoria.

Dante nel suo viaggio aveva preso con sé le due cose sue più care: la cultura (Virgilio) e l’amore (Beatrice). Il viaggio della Commedia non è solo il viaggio verso la Salvezza ma è anche il viaggio a Beatrice.

Clementina Santi – Giuseppe Ligabue

P.S.: Tutto questo lo si trova, sostenuto e in qualche misura dimostrato, in un libro: Dante a Bismantova, Viaggio alla montagna del Purgatorio di G. Ligabue, e C. Santi che è stato dato alle stampe alcuni giorni fa.

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7 Commenti

  1. Peccato che ai tempi di Dante Alighieri la Pietra di Bismantova fosse completamente nuda e priva di alberi dall’aspetto molto più severo che impressiono’ il Poeta con le sue rocce che oggi, dal lato che guarda Castelnuovo Monti, non si vedono quasi più grazie alla rigogliosa vegetazione che in futuro finirà per farla scomparire. Ho approfittato del pregevole articolo per portare a conoscenza di un problema di oggi.

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  2. A quanto sapevo io “Cacume” nel canto della Commedia si riferisce a un monte, e non alla sommità di Bismantova (https://frosinone.italiani.it/monte-cacume-e-citato-nella-divina-commedia-lo-sapevate/) essendo inserito in una serie di località, tra le quali la Pietra, di difficile accesso, insieme a San Leo e Noli…

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    • Prendendo come fonte il bellissimo sito internet divinacommedia.weebly.com, “il Bismantova è un monte dell’Appennino emiliano, dalle pareti a strapiombo; il Cacume è una cima del gruppo dei Lepini, vicino a Frosinone (alcuni leggono in cacume, «sulla vetta», riferito al Bismantova)”. Pare quindi ancora non del tutto chiaro se Dante intendesse “su Bismantova in cacume”, cioè “sulla vetta di Bismantova”, o piuttosto “su Bismantova e ‘n Cacume” cioè “sul monte Bismantova E sul monte Cacume”.
      Si può peraltro notare, con curiosità e divertimento, come nelle nostra zone (e nelle citazioni riportate da siti internet “locali”) sia quasi sempre utilizzata la versione “Bismantova in cacume”. Nei siti internet non “Reggiani”, invece, è di gran lunga preponderante l’altra versione (“su Bismantova e ‘n Cacume”). Che il campanilismo ci abbia messo del suo?
      Per tentar di fare chiarezza, cito anche il sito internet http://www.culturaitalia.it: “Nell’Antipurgatorio, Dante descrive la ripida salita sulla quale deve inerpicarsi con Virgilio per raggiungere la porta del Purgatorio, ricordando quattro località di difficile accesso: San Leo, cittadina del territorio d’Urbino, posta in cima a un’ardua montagna, la città di Noli, in Liguria, tutta circondata da monti, Bismantova, montagna a picco presso Reggio Emilia, e Cacume, vetta dei monti Lepini, in Ciociaria. I dantisti, fin dal tardo Medioevo, si dibatterono a lungo sull’interpretazione del suddetto passo. Alcuni di loro tradussero il vocabolo «cacume» con il latino “vetta”, riducendo di conseguenza i luoghi citati a tre. Altri, indicarono la localizzazione del Monte Cacume in terra di Campagna, antico nome col quale si indicava la Ciociaria. Ad accrescere i dubbi degli studiosi concorsero le diverse forme del verso riportate sui numerosi codici manoscritti della Divinia Commedia: «Bismantova e in Cacume», «Bismantova e cacume», «Bismantova in cacume» e «Bismantova cacume». Tuttavia, gli studi condotti sui codici antichi dimostrano che 125 su 159 versioni esaminate fanno di Bismantova e di Cacume due luoghi ben distinti, riportando tra l’uno e l’altro la particella «e».”

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  3. Dopo tutte queste delucidazioni sapienti vi racconterò la mia: Un vecchio signore del posto, anni fa mi disse che “cacume” voleva dire “gatùn” dal verbo gattonare cioè usare le mani e le ginocchia per arrivare lassù. Cosa ne dite di questa vecchia interpretazione contadina? Dal momento che siamo usciti dal seminato, è bene o male andare lassù con le biciclette? Per me è un sacrilegio. Elda

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    • Buon pomeriggio Elda
      interpretazione suggestiva, ma dubito che Dante, nella Divina Commedia, potesse aver usato il vocabolo “Gatun”, perdipiù storipato…
      Riguardo le biciclette, sono pienamente d’accordo con lei. A mio avviso la nostra amata Pietra ha un qualcosa di sacro, e trasformarla in una attrazione turistica fine a se stessa vorrebbe dire snaturarla. Ma questa, ovviamente, è solo la mia opinione.
      Cordiali saluti
      Andrea

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      • Grazie dottoressa Santi,
        È così bello e colto e commovente il suo racconto, che spero proprio serva a far riflettere chi vorrebbe offendere anche la Pietra di Bismantova.
        Gabriella

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  4. D’accordo il mio “gatùn” era solo una battuta spiritosa, che a suo tempo mi ha fatto ridere, ma le biciclette no. cordialità

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