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A Marola tutti i vescovi della regione per il ritiro al Seminario

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Anche quest’anno i vescovi dell’Emilia Romagna hanno confermato la scelta del Seminario di Marola come luogo per trascorrere i giorni degli esercizi spirituali, che si terranno a partire dal 28 giugno per i pastori della regione ed altri sacerdoti iscritti, i quali saranno predicati da monsignor Francesco Braschi. Il Centro diocesano di spiritualità e cultura, per le sue caratteristiche, è una Casa per tutti. È aperta ai gruppi e ai singoli che vogliano vivere un momento di riflessione e preghiera ma anche per corsi di aggiornamento e formativi e incontri aziendali; è un luogo per le famiglie, per i giovani e per gli anziani. “È la casa di tutte le parrocchie della Diocesi che possono vivere la bellezza di un luogo che invita alla preghiera e alla condivisione”, come dice Angela Chiapponi dell’Associazione Matilde di Canossa.

La struttura dispone di 52 camere (singole, doppie e triple) per circa 90 posti letto ed offre il servizio di pensione completa, mezza pensione e pernottamento. A disposizione degli ospiti 2 sale di grandi dimensioni con sistema di videoproiezione e collegamenti internet, 7 sale dai 10 ai 20 posti ciascuna, una cappella con la disponibilità di 25 posti con le attuali normative e la chiesa con oltre 70 posti.

Sono disponibili tre sale da pranzo per offrire agli ospiti uno spazio privato per ciascun gruppo presente anche nel momento dei pasti.

La cucina prepara menù stagionali accompagnati da ricette tipiche locali con proposte diversificate per ogni giorno della settimana, unendo il tradizionale “quel che passa il convento” ad un tocco speciale perché, come ricorda la cuoca Beata, “anche l’occhio vuole la sua parte”. Ed il “convento” cerca di allietare le giornate degli ospiti anche proponendo qualche piatto a sorpresa come, proprio nella settimana appena trascorsa, un bel piatto di riso con carne e verdure secondo la tradizione malgascia, dal momento che erano ospiti le Sorelle malgasce delle Case di Carità e Francescane. A febbraio 2020, La Libertà annunciava il cambio di gestione del Seminario di Marola assegnata all’Associazione Matilde di Canossa, che da oltre un quinquennio si occupava della valorizzazione del castello matildico di Rossena.

Con Angela Chiapponi facciamo il punto sull’ultimo anno, tribolato ma comunque attivo.

Angela, quale effetto ha avuto la pandemia sulla vita di Marola?

I progetti dell’Associazione che intendeva ampliare la proposta del Centro di spiritualità e cultura includendolo in un percorso comprendente il castello di Canossa con il suo Museo Nazionale e, naturalmente, la rocca di Rossena, sono stati notevolmente ridimensionati dallo scoppio della pandemia. Le visite ai luoghi della cultura sono state sospese e riaperte a fasi alterne con riduzioni degli accessi consentiti e fino al giugno 2020 non è stato possibile neppure ripartire con l’ospitalità dei gruppi a Marola.

Come avete riaperto, un anno fa?

Le linee guida nazionali emanate per garantire il soggiorno in sicurezza erano naturalmente complesse ed impegnative e con qualche preoccupazione abbiamo preparato la riapertura in un momento davvero complicato per tutto il settore dell’ospitalità. Sono state le Sorelle e i Fratelli delle Case di Carità ad affrontare per primi con noi questa nuova “accoglienza” che imponeva posti designati e fissi in ogni sala utilizzata, servizio solo ai tavoli oltre alle distanze sempre assicurate.

E com’è andata?

Gli ampi spazi del Seminario e le numerose sale a disposizione hanno giocato un ruolo fondamentale per poter far trascorrere un’estate tranquilla ai nostri ospiti che sono stati molti, oltre le previsioni. Infatti altre case per ferie che non erano in grado di garantire il distanziamento richiesto dalle norme Covid in alcuni casi non hanno potuto riaprire, così nuovi gruppi hanno trovato ospitalità nel Centro di Marola, che ancora non conoscevano, e sono andati a sostituire altri gruppi che avevano rinunciato specie per l’età avanzata dei loro componenti.

Chi arriva a Marola per la prima volta s’incuriosisce?

A tutti i nostri ospiti, senza invadenza, è sempre stata presentata la proposta di conoscere anche la storia del Seminario di Marola e del territorio in cui è insediato; abbiamo ottenuto risposte di grande interesse. Un notevole successo ha avuto la giornata di Monasteri aperti - ridotta a un solo giorno, non potendo far coesistere l’ospitalità ai gruppi con le visite di esterni per le normative vigenti - che ha visto la presenza di oltre 80 persone che hanno “camminato” all’interno della nostra storia, ricordando Matilde di Canossa e l’eremita Giovanni fino a giungere ai decenni della vita del Seminario e alle proposte odierne del Centro.

Con la seconda ondata del virus cos’è accaduto?

Purtroppo le speranze di terminare l’anno con i molti ospiti che già avevano prenotato si sono scontrate con le chiusure dovute al peggioramento della situazione sanitaria e così abbiamo potuto riaprire nuovamente solo ad aprile. I prossimi mesi sono densi di prenotazioni e di impegni e confidiamo che tutto si realizzi nel migliore dei modi.

Quali proposte culturali sono in programma?

All’interno del 7° centenario della morte del Sommo Poeta abbiamo voluto offrire agli ospiti e agli amici della Casa una serie di incontri organizzati in collaborazione con la Società Reggiana di Studi Storici, la Deputazione di Storia patria-sezione di Reggio Emilia, l’Associazione Scrittori Reggiani e il Centro Studi per il dialetto con il patrocinio dell’Ufficio Beni Culturali e Nuova Edilizia della Diocesi. Speriamo che questi momenti siano il punto di ripartenza per le attività culturali e di valorizzazione di una struttura di grande rilevanza anche all’interno del suo contesto storico-ambientale.

Quando si comincia?

Il primo incontro, intitolato “Dante e il dialetto reggiano”, si terrà sabato 24 luglio alle 18.30 con una relazione di Giuliano Bagnoli, presidente del Centro Studi sul dialetto, e la lettura di Franco Ferrari di alcuni canti della Commedia tradotti da Franco Verona in dialetto reggiano. Sabato 7 agosto sempre alle ore 18.30 proseguiremo con l’incontro “Dante in Reggio Storia” con interventi di Clementina Santi e Fabrizio Anceschi e la lettura di alcuni passi dell’Inferno tradotti in dialetto montanaro da Teresa Pantani. Ambedue le serate si concluderanno con la cena nel cortile del cedro. Il 18 e 19 settembre 2021 seguirà poi una due giorni residenziale intitolata “In viaggio con Dante – La via dei monasteri benedettini” che partirà dal Museo Diocesano di Reggio Emilia, sosterà presso il nostro Centro con la presentazione del libro “I castelli della preghiera” di Glauco Maria Cantarella con l’intervento di Umberto Longo e si concluderà domenica al Monastero di Santa Croce del Corvo a Bocca di Magra (Ameglia).

Vogliamo ricordare i recapiti per prenotare a Marola?

Volentieri! Per informazioni e prenotazioni si può scrivere per posta elettronica all’indirizzo [email protected] o contattare i recapiti telefonici 0522.813127 e 366.8969303.

Di Edoardo Tincani (Foto di Giuliano Bianchini)

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3 Commenti

  1. Non esiste un solo Il dialetto montanaro. Esistono bensì i dialetti montanari perché ogni paese ha il suo con caratteristiche proprie specie nel Crinale.

    • Diciamo che nella montagna reggiana, per fare sintetica chiarezza, esistono 2 macro-aree omogenee in tema dialettale:
      – una è quella del crinale (compreso Toano), anche se ci sono varianti apprezzabili tra – ad esempio – il minozzese ed il ramisetano;
      – poi abbiamo il dialetto medio montano, pressochè omogeneo ed affine, che si parla, in gran parte salvo limitate eccezioni, nei Comuni di Castelnovo M., Carpineti, Vetto e Casina (eccetto la zona del paullese).
      Infine, un dialetto misto tra il reggiano ed il “montanaro” si parla in collina, nel baisano, nel canossiano, nel vianese e nell’alto vezzanese.

  2. Da inesperto qual sono della materia posso facilmente sbagliarmi, ma sarei più portato a riconoscermi nella tesi del primo commento, considerando che talora ogni frazione o borgata ha inflessioni e cadenze dialettali proprie – oltre semmai a qualche termine ed espressione strettamente locale – ed auspico che si possano conservare ancora a lungo nel tempo, perché mantengono viva l’identità dei luoghi.

    In ogni caso, anche valesse la teoria delle due macro-aree, vi sono sfumature e tonalità che possono fare la differenza, creando le “varianti apprezzabili”, e sarebbe oggettivamente impossibile accontentarle tutte, quanto a “dialettizzare” o “dialettalizzare” passi della Divina Commedia, ma io vedrei il problema in altra ottica o maniera (sto semplicemente esprimendo una personale ed opinabile riflessione).

    In questa particolare circostanza, cadendo il settimo centenario del Sommo Poeta io reciterei la sua Opera nella lingua originale, ritenendo che attraverso la conoscenza di quanto ci hanno lasciato poeti e scrittori nel corso dei secoli possiamo comprendere come si è andata via via formando la nostra bella lingua, che ci ha dato l’identità di popolo e Nazione, così da apprezzarla sempre più (giovani e meno giovani).

    Finisco col ribadire che ho qui esposto una riflessione personale ed opinabile, e che nulla toglie comunque al valore e all’apprezzamento del lodevole lavoro di chi dà voce e vitalità, e anche “nobiltà”, al nostro dialetto, di pianura o montagna che sia (nei nostri posti, fortunatamente, il dialetto è ancora parlato abbastanza diffusamente, ma non sappiamo se le nuove generazioni vorranno o sapranno mantenerlo in uso).

    P.B. 19.06.2021

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