Donne a Kabul, di Dilva Attolini

Dilva Attolini

Dal libro “Il libraio di Kabul” di Asne Seierstad, Dilva Attolini riprende alcuni racconti sulla vita delle donne in Afghaniatan. Per non dimenticarle. Storie romanzate, tratte da storie vere.

Durante la primavera successiva alla caduta dei talebani nel 2001, Asne, di professione giornalista, arriva a Kabul e viene accolta nella famiglia del protagonista Sultan, il libraio. Asne diventa testimone di come vivono molte famiglie afgane, delle loro abitudini, delle secolari
tradizioni, delle leggi e regole rigide che governano i nuclei familiari. E’ testimone di amori proibiti, matrimoni combinati, crimini e punizioni, tentativi di ribellioni giovanili. Testimone anche della severità con la quale la società islamica interviene sulla vita di ciascuno e
soprattutto nei riguardi delle donne, umiliate e oppresse, senza possibilità di godere dei fondamentali diritti che spettano agli esseri umani.
Tratte dal libro, sono le storie di alcune donne, come Sonya, Sharifa, Saqila, Jamila, Leila.
Nomi inventati ma storie vere, documentate. Storie di condizioni difficili da sopportare. E’ il momento di ascoltare le loro voci, per non abbandonarle ma sostenerne i diritti, per salvaguardare qualche briciola di speranza di cambiamento. In questi ultimi vent’anni con la
presenza di eserciti stranieri, anche quello italiano, le donne di questo Paese hanno assaporato come può essere migliore la vita quando un po’ di libertà viene vissuta e conquistata giorno dopo giorno. Il ritorno dei talebani ha interrotto questo percorso di liberazione, di per sé
comunque molto difficile perché le donne stesse sono prigioniere di una mentalità arcaica e condizionante.

Sonya e Sharifa.
Sharifa è la prima moglie di Sultan, ma ora che lei ha cinquant’anni, Sultan vuole la seconda.
Decide di fare il primo tentativo con Sonya, sedici anni. Sonya, occhi belli, lavoratrice forte e obbediente, è spaventata, piange in silenzio. Non desidera quell’uomo, ma sa che deve
rispettare il volere dei genitori. Perché con la generosa offerta di matrimonio, la sua famiglia può risolvere molti problemi. Sharifa, insegnante di persiano, donna colta e intelligente,
quando viene a saperlo, crede che Sultan scherzi, non avrebbe mai immaginato che suo marito potesse fare una proposta di matrimonio senza il suo consenso. Piange per venti giorni. Si sente disonorata. Ma Sultan non si lascia commuovere dalle lacrime della moglie. Anzi, mantiene il suo potere, perché il suo volere è legge. Il divorzio non è un’alternativa per Sharifa. Se una donna lo pretende, sono ben pochi i diritti che le vengono concessi. I figli vengono affidati al padre che può persino negarle il permesso di vederli. Lei diventa un disonore per la famiglia, da cui spesso viene ripudiata, e tutti i suoi beni spettano all’uomo con cui era sposata. E’ sempre Sultan a decidere per lei.

Saliqa e Jamila.
Il “misfatto” di Saliqa aveva avuto inizio sei mesi prima. Aveva avuto un biglietto e non solo lo aveva letto, ma aveva pure risposto, come ad altri di seguito. Un giorno le circostanze portano Saliqa e Nadim a incontrarsi.
“Non possiamo parlare qui” dice lei rapida, quando si incontrano all’angolo della strada come se fosse successo per caso.
Lui ferma un taxi e la sospinge dentro. Si fermano nei pressi di un parco dove uomini e donne possono camminare insieme. Si siedono su una panchina. Parlano un poco. Quando Saliqa rientra a casa è già scoppiato il finimondo! Qualcuno l’aveva vista salire sul taxi e aveva avvisato la famiglia. Saliqa viene chiusa in una stanza e picchiata fino a che il sangue non le esce dal naso e dalla bocca. Salire su un taxi con un uomo è una vergogna! Che figlia mi è toccata!
Una macchia al nostro onore!
Picchiata a sangue per essere entrata in un taxi con un uomo, per essersi fermata in un parco, seduta su una panchina.
A Jamila era accaduto di peggio, era stata uccisa. Jamila proveniva da una delle migliori famiglie, era ricca, incontaminata e bella come un fiore.
Il fratello di Sharifa, di quarant’anni, aveva fatto fortuna in Canada e quindi aveva soldi a sufficienza per quella splendida diciottenne. Era stato un matrimonio indimenticabile…
cinquecento invitati. Il marito era poi rientrato in Canada, mentre Jamila attendeva il permesso per raggiungerlo. Ma la procedura per il visto tardava ad arrivare.
Tre mesi dopo l’avevano colta sul fatto. Un uomo era stato visto intrufolarsi attraverso la sua finestra. L’avevano chiusa in una stanza come Saliqa, mentre i membri della famiglia erano riuniti in consiglio. Infine la madre aveva dato il permesso ai tre fratelli di Jamila di entrare nella sua stanza. Poi si presentarono raccontando che Jamila era morta a causa di un cortocircuito di un ventilatore. (Questa storia ci ricorda Saman…)

Leila
Leila è l’ultima sorella di Sultan, ha vent’anni. Tra lei e Sultan ci sono undici tra frarelli e sorelle. Ha tanta voglia di “volare”, ma non riesce a muovere le ali. Sogna una vita diversa.
Ha un innamorato che le manda dei biglietti tramite un messaggero. Lei non prova nessun sentimento, è stata educata a non provare emozioni, ma è spaventata a morte. E’ un gesto
audace, la considerebbero una cattiva ragazza se qualcuno dei vicini scoprisse che legge i biglietti. Dopo la caduta dei talebani, nel 2001, qualche gesto concreto era riuscita a farlo,
come altre donne della città. Non aveva più messo il burka, quel copriabito puzzolente, come pensa che sia. Anche il fratello Sultan non lo sopporta. Impedisce persino alla sua giovane moglie di indossarlo: “Non voglio una moglie preistorica, sei sposata a un uomo liberale, non a un fondamentalista!”
Sultan liberale lo è in molti campi. Ha negozi di libri, ha la passione per la storia e la cultura afgana, ha raccolto oltre diecimila volumi che parlano della sua nazione. Li ha raccattati
dappertutto. Nascosti, salvati dal rogo dei talebani fin che ha potuto. Ma in famiglia è un patriarca autoritario. Per Laila, invece, leggere un biglietto di un innamorato è considerata
un’azione assolutamente immorale in ogni famiglia. L’amore è un tabù. Sono i genitori a scegliere per le figlie i loro sposi per la vita.
Oltre a non avere più indossato il burka, Leila aveva imparato ad andare al mercato da sola. Al tempo del governo dei talebani era proibito, perché sono tutti maschi quelli che possiedono una bottega o un negozio e i talebani non tollerano nessun contatto di vicinanza delle donne con gli uomini che non siano della stessa famiglia. Vorrebbe anche insegnare inglese, ma poi si è arenata nella burocrazia. Il suo immamorato le ha fatto il dono di un orologio. Oggetto che parla del tempo. Laila vedeva l’innamorato come una piccola speranza perché qualcosa potesse cambiare nella sua vita. Ma era terrorizzata da tutto, e con un martello lo aveva frantumato quell’orologio, un giorno, con violenza. Laila porta nel cuore i condizionamenti della storia millenaria del suo paese. Non c’è scampo per lei, deve recuperare in combattività.
E in questo che le donne afgane vanno sostenute da chi sa vedere la loro sofferenza. Ma che cosa fare? Perché con il ritorno dei talebani dovranno rimettersi il burka, quella puzzolente veste drappeggiata. Per scomparirci dentro.

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9 Commenti

  1. Era ora che qualcuno parlasse di questo, brava e coraggiosa Dilva
    lo sai che ti ammiro Elda

    (Elda Zannini)

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  2. In quel paese e’ tutto orrore. Anche Frozan Safi voleva scappare, e’ stata uccisa.

    (Caterina e Arturo MarastoniI)

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  3. Grazie a Dilva Attolini per le informazione che ci da; anche se ciò che scrive è terrificante; dovrebbe far meditare e mobilitare tutti, in particolare le donne Italiane. Il loro silenzio di fronte a quanto succede alle donne Afghanistan mi lascia senza parole, lo stesso dicasi per gli uomini. Kabul è molto più vicino di quanto si crede; se vogliamo che quanto succede alle donne a Kabul non arrivi da noi va fermato la. Nel recente passato ho preso atto del grido di protesta di migliaia di donne in tutte le piazze d’Italia per le vicende che investirono il premier Berlusconi; scendevano in piazza per chiedere la restituzione della dignità delle donne; proteste condivisibili se la loro dignità era stata lesa. Ma ora la dignità delle donne di Kabul credo meriterebbe manifestazione e proteste, diciamo, almeno simili, ma vedo solo un silenzio assordante. Le proteste di allora e il silenzio di oggi, anche se diversi e in paesi diversi, mi portano a fare alcune considerazioni di carattere politico.

    (Franzini Lino)

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  4. Nadia Murad, ventunenne yazida del Sinjar, Iraq settentrionale.
    Lei ce l’ha fatta a scappare ed ora racconta la sua vita passata e si attiva per le donne irachene e non solo.
    Ho letto il suo libro “l’ultima ragazza”. E’ la storia della sua prigionia e della sua battaglia contro l’Isis. TERRIFICANTE.
    Come scrive Lino, bisognerebbe proprio aiutare queste persone nel loro Paese per cambiare radicalmente queste brutture, ma credo che sarà molto difficile.

    (Paola Bizzarri)

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  5. Certo Paola che è molto difficile, come vedi appena uno apre bocca te lo fanno leggere di sfuggita poi subito in archivio, non si sa mai che qualcuno ascolti con troppa attenzione e se ne faccia una ragione, forse c’è in giro troppa superficialità.
    Speriamo pure che tutto resti solo là, ma come ha detto Franzini, Kabul è più vicino di quel che uno pensa Elda

    (EldaZannini)

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  6. Ben venga il libro di Dilva, vorrei però rispondere a coloro che affermano che non si è parlato delle donne afghane che ciò non è vero: in data 23 ottobre si è parlato dell’argomento a teatro. Redacon aveva pubblicato l’evento sul suo sito
    R F

    ()

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  7. Con realismo, ed opportunamente a mio vedere, il commento di Lino Franzini ci ricorda che la scelta di scendere o meno in piazza può talora dipendere non tanto, o non solo, dalla giustezza della causa, bensì dal “soggetto” verso cui indirizzare la protesta.

    Quanto all’articolo, non lasciano di certo indifferenti le vicissitudini sofferte ivi narrate, e può venire altresì spontaneo interrogarsi sul cosa fare per porvi in qualche modo rimedio, e se lo chiede anche l’Autrice, ma nel contempo può riaffiorare una seconda domanda.

    Ossia chiedersi se sia appropriato, e fino a che punto, il voler trasferire il nostro modello di società – esportarlo secondo un diverso lessico – in altri contesti, con tutt’altri trascorsi, e altre radici culturali, tradizioni, ecc …. (non facilmente comparabili con le nostre).

    I nostri modelli hanno indubbie eccellenze e pregevolezze, acquisite nel corso degli anni, non disgiunte tuttavia da contraddizioni, fragilità, ecc …, accumulatesi anch’esse nello scorrere del tempo, e non conosciamo gli effetti che tale insieme avrebbe in “casa d’altri”.

    In passato è capitato anche a noi di voler imitare usanze e condotte altrui, avvertite come più avanzate, e preferibili, rispetto alle nostre, ma poi ci siamo trovati non di rado a doverci ricredere, perché le “assimilazioni” non sono quasi mai percorsi automatici.

    Infine, per non venir frainteso, tengo a precisare il senso delle mie parole, che non è quello del fatalistico “voltarsi dall’altra parte”, ma il ritenere che per affrontare una materia così delicata e complessa non bastano gli stati d’animo indotti da storie toccanti e coinvolgenti.

    P.B. 14.11.2021

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  8. P.B. Sentire certe espressioni mi fa male al cuore. Niente storie, meglio tacere? Io come donna mi sento terribilmente offesa. Credo che per essere coerente dovrebbe trasformarsi in una donna e andare a vivere là… Firma per esteso Dilva Attolini

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  9. A me sembra che la razione piuttosto contrariata, o fors’anche stizzita, dell’Autrice, porti il discorso un po’ fuori strada, perché io non credo di aver detto che si debba tacere, ma ho semplicemente cercato di far presente che, al di là della solidarietà che possiamo esprimere, non è facile e semplice individuare le relative soluzioni, causa una molteplicità di motivi tra cui quello cui ho fatto cenno (forse in modo non sufficientemente comprensibile, e me ne dolgo).

    Per decenni, riguardo alle tante criticità e “ingiustizie” che abbiamo visto susseguirsi in giro per il pianeta, ho osservato l’insorgere di indignazione, rimostranze, contestazioni, che per solito non hanno portato grandi risultati, a mio vedere almeno, atteso che è verosimilmente arduo e complesso passare dalle parole ai fatti, giustappunto per un insieme di ragioni (mi si consenta almeno di portare questa esperienza, e credo sia irrilevante firmarsi o meno per esteso).

    P.B. 18.11.2021

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