Don Paul Poku, in occasione della solennità di Cristo Re, ci inviata a meditare su un senso di regalità diverso da quello a cui siamo abituati

don Paul Poku

Alla fine dell’anno liturgico celebriamo la solennità del Cristo Re, meditando un senso di regalità molto diverso da quello a cui il mondo ci ha abituati.
La prima lettura ci offre la visione del Figlio dell’uomo a cui sono dati «potere, gloria e regno», facoltà che nessun re d’Israele aveva posseduto allo stesso tempo; il suo sarà «un potere eterno, che non finirà mai» e che sarà riconosciuto da ogni popolo della terra. Ma in cosa consisterà questo suo potere? Come già avevamo meditato qualche domenica fa (Mc 10, 42-44), la seconda lettura c’insegna che il potere di Gesù non ha il fine di dominare l’uomo, ma quello di liberarlo dai suoi peccati attraverso la forza dell’amore supremo (che trova il suo compimento ultimo nel sacrificio sulla croce).
Il brano del vangelo ci porta proprio a questo momento della vita di Cristo, in particolare al suo interrogatorio davanti al procuratore Pilato. Quest’ultimo fa fatica a capire chi sia questo prigioniero che gli hanno consegnato, in che senso esso si possa definire un re; le sue domande vanno proprio a tentare di risolvere questi dubbi («Sei tu il re dei Giudei? […] Che cosa hai fatto?»). La celebre risposta di Gesù è emblematica: «Il mio regno non è di questo mondo». Gli studiosi pensano però che la traduzione non renda bene il senso delle parole del Cristo e preferiscono sostituire le parole “è di” con “viene da”: se infatti il regno di Gesù non fosse di questo mondo, egli non avrebbe potere sul mondo; è allora più corretto dire che questo regno è nel mondo ma ha la sua origine altrove, ovvero nel progetto di salvezza di Dio, la cui logica non ha nulla a che fare con la concezione umana del potere. Per chiarire quest’ultimo punto Gesù prosegue: «se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Come leggiamo nei versetti del vangelo di Marco citati poc’anzi oppure nel brano delle Beatitudini, i servitori di Cristo non sono coloro che lottano per la supremazia del loro Maestro, ma coloro che si mettono al servizio dell’amore di Dio, avendo come uniche armi la pace, la mitezza e l’umiltà.
Il brano si conclude con la dichiarazione di regalità di Gesù: «[…] io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». In questa frase emerge lo scopo principale della missione di Gesù: mostrare il volto benevolo di Dio agli uomini. Ecco perché Gesù dà testimonianza alla verità: perché in lui si rivela il Padre che non abbandona il suo popolo ma anzi lo cerca e lo guida come un pastore; e Proprio nel brano del buon pastore troviamo un’eco delle parole finali del brano (cfr. Gv 10, 2-3: «Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore […] e le pecore ascoltano la sua voce»). Se dunque vogliamo essere cittadini del regno di Cristo, dobbiamo ascoltare con docilità la sua voce e metterci alla sequela del suo Vangelo: facciamo sì che la voce di Gesù abiti in noi e ci guidi nella nostra vita, così da fuggire le insidie del potere terreno per meritare la gioia senza fine nell’amore di Dio!
Buona domenica.

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