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Silvia Tedeschi di Carpineti vince il premio “D’Arzo”: “Mi sento lusingata e allietata”

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Con “Una manciata di mattoni rossi e di pallide parole”, Silvia Tedeschi (Reggio Emilia, 1969) ha vinto il premio “D’Arzo”, riconoscimento letterario giunto alla quinta edizione. La professoressa Tedeschi, di Carpineti, insegna lettere al “Dall'Aglio” di Castelnovo ne' Monti, e scrive. E' stata premiata con questo prestigioso titolo.

La premiazione si è svolta venerdì 8 aprile, alla biblioteca Panizzi di Reggio. Silvia Tedeschi, nella sua permanenza in Appennino, ha avuto modo di incontrare nei paesaggi, nei luoghi e nelle letture la figura di Silvio D'Arzo, ritrovando in lui, negli anni, una passione taciuta ma quotidiana per la letteratura e per la scrittura.

Una casa cantoniera diroccata, sperduta sull'Appennino reggiano, è scelta da un modesto impiegato comunale, Ermete, e da una schiera di fugaci ospiti che svelano le loro storie e le loro esperienze, per accostarsi ad un ambiente incontaminato e adottare i ritmi lenti, ciclici della natura.

Ed è proprio dai racconti dei visitatori che emergono sollecitazioni a credere nella vita e nel prossimo, rendendo avvincente la permanenza in un mondo in cui si è "a dozzina".

Queste le parole della professoressa Tedeschi: “Le persone da ringraziare sono tante, è la prima volta che mi capita di essere premiata con un riconoscimento simile. Mi sento rallegrata, lusingata e allietata. È un onore che la mia prima creatura d’immaginazione sia accostata al nome di Silvio D’Arzo”. La professoressa Tedeschi entra nel merito del suo “rapporto” con le opere di Silvio D’Arzo: “Sono contenta che la giuria abbia ravvisato nel mio scritto la passione per la letteratura. Il mestiere di insegnante mi impone di passare dalla letteratura delle lingue antiche a quella moderna. A scuola nei programmi di quinta si tende a sdoganare il Novecento, cercando di arrivare alla seconda metà di questo secolo. Ecco: quella di D’Arzo è stata, se vogliamo, una conoscenza tardiva. È stato un grande ispiratore, la sua è stata davvero una scoperta epifanica”.

La professoressa argomenta: “Nella scrittura di D’Arzo posso dire di aver trovato casa mia, parte della montagna. Le storie della casa cantoniere hanno radici nella mia infanzia”. Poi altri ringraziamenti: “Sicuramente un grazie a Elisa Pellacani, una grafica di senso. Il mio è un libricino piccolo, sono cinque racconti uniti da una cornice e un grazie va anche ai miei ragazzi, abbiamo gioito insieme di questa piccola creatura. Tra noi c’è stata una sorta di osmosi, uno scambio, perché a scuola stiamo facendo un laboratorio di scrittura dei ragazzi”.

Non può mancare la famiglia: “Punto di riferimento. La mamma mi ha trasmesso la passione per i libri, per i viaggi, e questo libro racconta movimenti lungo una stradina, la statale 63, pena di curve e curvine, una strada di montagna. Spero che questo libro non sia una grande sciagura, visto che un detto ellenico dice che un grande libro porta una grande sciaugura. Il mio, come già detto, è abbastanza modesto come lunghezza”.

E ancora: “Un grazie anche al nostro paesaggio, alla nostra montagna. Nel mio libro si parla di un’utopia bizzarra, un non luogo, ma ci sono certe foto, come quella della Pietra e della stradina di montagna, che sono luoghi diventati in un certo senso luoghi dell’anima. Da bambina venivo a trovare i nonni in Appennino, sono molto legata a questi posti. Spesso si dice che la mano dell’uomo rovina la natura, invece penso che a volte non è cosi. L’uomo ha spesso migliorato col lavoro la natura, penso ai castagneti sotto Marola. Il lavoro del nonno, i contadini. L’uomo sa fondersi armoniosamente con la natura, non sempre la deturpa”.

Poi si torna alla narrazione: “Nel libro c’è un uomo che fugge dalla città per ritrovare se stesso, andando in un borgo isolato. Perché lo fa? Da una certa distanza, spesso si riesce ad amare ancora di più”.

Sui progetti futuri: “La gloria non è una cosa che mi appartiene. Non so se pubblicherò altri scritti, dipende se e quando arriverà il momento. Mi spiego. La gestazione di questi racconti è molto lontana, parte da quando avevo 4 anni, dai viaggi con i miei genitori verso la casa dei nonni. Ho scritto la storia all’età di 39 anni, avendola partorita in un mesetto nel settembre del 2008. L’ho tenuta per me per anni, una questione privata”. Dopo 12 anni è venuto il momento di tirarla fuori. Alcuni studenti, penso a Beatrice Bramini, sono stati fondamentali nello spingermi a partecipare a questa sorta di concorso, ma non pensavo potesse finire così. Questo libro racconta la storia di mezzo di una trilogia, ho i miei tempi, non ho la frenesia di dover rendere pubblico per forza qualche altro scritto. Si vedrà”.

Queste le motivazioni della giuria:

" Il testo di Silvia Tedeschi è decisamente apprezzabile per il livello stilistico d'ottimo profilo, dal lessico alla sintassi, e per l'accuratezza di una narrazione che conduce per mano il lettore. Ma se all'inizio può sembrare che queste siano le principali qualità del racconto, procedendo ci si accorge che non mancano le sorprese, innanzitutto strutturali: da racconto filato in terza persona (dietro il protagonista in fuga esistenziale pressoché eremitica nella casa cantoniera di una località appenninica) la narrazione diviene "a racconti in prima persona" dei visitatori. Racconti dentro una cornice, dunque. Poi, però, la struttura si modifica ulteriormente, rivelando, con l'ultima visitatrice, una "vicenda a due" e filtrando forse la voce stessa della narratrice con connotati probabilmente autobiografici. Frattanto i contorni del paesaggio e la situazione son diventati, via via, sempre più riconoscibili, sull'onda di allusioni, agnizioni, citazioni; fino a che, con l'ultimo disvelamento, spunta dietro tutto questo, in rapido profilo, la persona di una consapevole insegnante di lettere innamorata della letteratura: in particolare, pur senza alcuna velleità di imitazione, proprio di D'Arzo”.

 

Questa la composizione della giuria: Paolo Briganti (presidente), Francesca Avanzini, Stefano Costanzi, Antonio Mammi, Elisa Pellacani, Susanna Tosatti e Giorgio Vioni.

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2 Commenti

  1. A Silvia Tedeschi tanti complimenti: libro piccolo, ma bellissimo. Una prosa impeccabile, una costruzione “a cornice” geniale. Premio meritatissimo.
    Ancora una donna (e ancora la montagna) vittoriose al Premio D’Arzo!
    Normanna

    Normanna

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