I volti del leaderismo

Riceviamo e pubblichiamo
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Checché se ne dica, dopo esser stato oggetto per tanti anni di forti critiche, e dipinto altresì come indesiderabile verticismo, antitetico e contrapposto  alla collegialità - quest’ultima vista a sua volta quale bandiera della democrazia partecipativa - il leaderismo pare farsi  sempre più strada, e trovare ordinaria applicazione anche tra le fila di quanti in precedenza  lo avevano tenacemente osteggiato.
Lo scopriamo infatti presente in più d’una delle organizzazioni, aggregazioni, entità, in cui si articola la nostra società, e non solo dunque a livello politico dove aveva fatto i suoi esordi, e pure tra le formazioni giovanili capita non di rado di udir parlare di leader,  riguardo  alle figure che un tempo eravamo abituati  a  sentir chiamare capigruppo (a comprova di come il termine abbia  ormai preso largamente piede).
Del resto, pure ai tempi in cui l’assemblearismo era molto in voga, quale applaudita espressione della democrazia partecipativa, emergevano figure dotate di una personalità  spiccata e trainante,  ritenuta in grado di rappresentare  al meglio  le idee dei  rispettivi consessi, e semmai orientarle, se non indurle, dote allora molto apprezzata,  salvo non esserlo più se il leaderismo avesse cambiato volto (o fronte politico).
Doppiopesismo
Tale volubilità, ossia classificare il Leaderismo buono o cattivo a seconda di chi lo rappresenta, od esercita, sa abbastanza di contraddizione, e fors’anche di ipocrisia, sino ad entrare nella non entusiasmante  categoria del  “doppiopesismo”, o doppia morale - di cui non mancano  deludenti esempi anche in altri campi, vedi il garantismo a senso unico - ma c’è un ulteriore aspetto del Leaderismo meritevole a mio avviso di menzione.
Nella storia nostra, e non solo, ha fatto più volte capolino la tentazione di affidarsi ad una figura carismatica per  far fronte a  problematiche complesse, o uscir fuori  da situazioni  difficili, e la “formula” ha talora corrisposto,  per la bravura del “governante” investito di tale ruolo e mandato, mentre altre volte il leaderismo è stato invece fine a sé stesso, funzionale soltanto a rincorrere il “potere” (mi pare una differenza non da poco) .
Non sono infine mancati i casi in cui il leaderismo ha equivalso alla “personalizzazione”, o ne è stato l’anticamera, casomai con sembianze di populismo, o quasi,  altra parola controversa e indigesta  che incontra  severi censori ma  anche “giurie” piuttosto indulgenti, o distratte, secondo le rispettive simpatie, politiche, ideologiche, ecc... (e questo a dispetto della obiettività, di cui molto spesso ci dichiariamo  convinti assertori).
P.B.
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