Ci siamo, finalmente! Tenendo conto dei proverbi e delle usanze dei nostri antenati fino al 10 aprile, quest'anno, sarà un periodo interessante.
La preparazione alla Pasqua prevedeva la conversione convinta (impegno) dei credenti, condensata nel motto:
A Pasqua a cânta – chi ch'a piànš la stamana sânta.
[A Pasqua canta chi piange durante la settimana santa].
Il significato di “Pasqua”, (passaggio), è quello di una revisione totale del nostro comportamento. Un tempo, durante il Triduo Sacro, quando avvamo più tempo per pensare, vi erano prediche, momenti di riflessioni, confessioni, riti commemorativi, che aiutavano a risalire, a ricercare qualcosadi migliore in noi stessi.
Ma in questo periodo c'è anche una esplosione di vitalità che investe tutta la natura. Le due cose si fondono e si integrano reciprocamente. Corpo e spirito viaggiano assieme.
La Privavera, per convenzione, è iniziata il 21 Marzo, ma ci sono ancora delle incertezze, e ad annunciarla non basta una rondine (una rondine non fa primavera)! Ci aggrappiamo allora ad un'altra data, una data di riserva, e, questa volta, punto di riferimento sarà l'arrivo del cuculo:
Al cúch l'ha da gnîr / tra 'l set e l'òt d'Avril.
S'a n' vên tra 'l set e l'òt / o ch'l'é môrt o ch'l'é còt.
[Il cuculo deve arrivare – tra il sette e l'otto aprile.
Se non arriva tra il sette e l'otto – o è morto o è cucinato].
In altre parole quella data è tassativa, e se non si concretizza vuol dire che qualche bracconiere ha sparato al cuculo ferendolo, o uccidendolo per mangiarselo. In territori con clima più mite del nostro, nell'Italia centrale, la data viene anticipata al tre di aprile, ma i concetti restano gli stessi:
S'i' n'arîv pr'al dì di trî / o i' sun môrt o ch'i' sun frî.
Ma s'i' arîv e i' armàgn mút / pr'al racôlt al srà un an brút.
[Se non giungo entro il giorno tre – o sono morto o sono ferito.
Ma se arrivo e resto muto – per il raccolto sarà un anno brutto].
Insomma, il cuculo è un personaggio da tenere d'occhio. Conferma, si, l'arrivo della primavera e il suo canto rallegra i cuori, ma lo accompagna una nomea poco lusinghiera. È un infingardo, e come tale genera diffidenza: depone le uova come tutti i volatili, ma le fa covare ad altri. E il suo figlio, nutrito da altri uccelli, estromette dal nido (e dal cibo) i figli naturali di chi lo sta allevando. È un ciarlatano: fa molto chiasso e lascia anche credere di potere soddisfare le aspettative degli illusi, quelle delle ragazze in cerca di marito …
O cucù dal bèch fiurî / quânt gh'arôja per tör marî?
[O cùculo dal becco fiorito – quanto avrò prima di prendere marito?]
… e anche quelle dei maschietti:
O cucù da la stadêra / quant a m' mânca a tör mujêra?
[O cùculo dalla bilancia, - quanto mi manca a prendere moglie?].
Ed è anche il simbolo dei poco furbi: mentre lo scherzo tipico di questo periodo si chiama, un po' ovunque, Pesce d'Aprile, da noi diventa semplicemente: “Far purtâr al cúch”. Insomma, nell'opinione comune il cùculo è un baro.
Pasqua - Quest'anno capita il 9 Aprile. A fissare la data è un complicato calcolo legato alle fasi lunari, stabilito dal Concilio di Nicea dell'anno 325 d. C.: La Pasqua cristiana si fissa in base al calendario lunare: cade la prima domenica dopo la prima luna piena dell'equinozio di primavera. C'è materiale per un articolo da quattro colonne su una enciclopedia.
Sul significato cristiano della Pasqua ricordo solo che il termine vuol dire “passaggio” dalla vita di schiavi a quella di figli, di uomini liberi. Pasqua è anche la festa della luce: Cristo risorto apparve luminoso perché non più legato alla materia. Il cero pasquale indica la luce della resurrezione.
Riandando ai tempi dell'infanzia, (della mia infanzia, ormai lontana e nebulosa), vorrei trasmettere la gioia che provavo in alcuni modi di festeggiare la Pasqua nel nostro territorio.
I Falò – Nella Valle del Tassobio, (ma credo succeda anche in molti altri luoghi) la sera del Sabato Santo era tradizione accendere i falò sulle alture. Il materiale da ardere veniva raccolto molto tempo prima e ammucchiato sul cucuzzolo prescelto. Consisteva negli avanzi della potatura delle siepi, delle viti o di altri alberi, lavori che si facevano a fine inverno, inizio primavera. Prima di accendere il falò vi si aggiungevano forcate di paglia secca e brocche di ginepro verde per aumentare il volume delle fiamme. Inconsciamente era anche una gara a chi produceva il falò più alto o più resistente nel tempo.
Non è una invenzione del cristianesimo. Questo gli ha dato una interpretazione valida anche per i cristiani, ma il fenomeno risale a molti secoli prima.
“Aveva un significato anche simbolico, poiché in esso veniva metaforicamente bruciato l'anno vecchio (ricordiamo che un tempo l'anno cominciava con la primavera, non il primo giorno di gennaio). Bisognava sostenere la luce nel momento in cui le tenebre sembravano avere la meglio. Dietro le fiamme di un falò che arde in un giorno di festa, si nascondono significati antichi come il mondo. È il retaggio di una koinè millenaria, comune a molti popoli europei e mediterranei, che sopravvive nelle nostre tradizioni senza che ce ne rendiamo conto, ed accomuna luoghi e culture diverse: un gesto semplice, eppure straordinariamente evocativo ed emozionale” [Da FB].
Nella mitologia si parte dal fuoco sacro rubato agli dei (Prometeo) per darlo agli uomini. Il fuoco diventava elemento essenziale per consacrare e purificare il terreno e per propiziare un buon raccolto. Lo si usava per vincere le tenebre nel momento in cui il buio sembravano avere il sopravvento sulla luce (solstizio d'inverno). E il rumore prodotto dai presenti e dal crepitio delle fiamme allontanava gli spiriti maligni.
Storicamente “La lotta alle tenebre non è una prerogativa solo pagana, ma rappresenta il fulcro di quasi tutte le religioni. Nell’avvicendarsi delle epoche, il testimone è passato nelle mani del culto cristiano che l’ha accolto trasformandone la forma ma non la sostanza. In molti casi il culto cristiano si è sovrapposto a quello pagano. Oggi, come allora, queste feste celebrano la luce che deve trionfare sul buio e sul freddo, sostenuta dalla devozione dei fedeli” [FB]. E quale occasione migliore per unire la rinascita della vita (primavera) con la Resurrezione di Gesù, e quindi l'emancipazione dei figli di Dio?
L'uovo cosmico, o Aurora del mondo - di Salvatore Dalì.
L'uovo è un altro simbolo di vita, di rinascita, esaltato nel periodo pasquale. Ancora una volta si tratta di un simbolismo che supera tempo e convinzioni religiose per passare ad indicare il senso pieno della trasmissione della vita, della rinascita. La sua forma senza spigoli indica l'eternità, senza inizio e senza fine.
L'uovo contiene i quattro elementi come il Cosmo: acqua (l'albume), terra (il guscio), fuoco (il colore del tuorlo), e aria, che lo circonda, lo conserva, lo protegge.
Tornando però alla nostra infanzia penso che tutte queste elucubrazioni non interessassero granché alla gente comune. Dicevano, scendendo prosaicamente nel quotidiano:
I' öv i' ên bûn ânch dop Pasqua.
[Le uova sono buone anche dopo Pasqua].
E potere approfittare di una variazione sul tema del cibo solito non dispiaceva di certo.
L'uovo sodo e colorato serviva per giocare, (Scoccino), ma anche come squisito cibo alternativo (uova sode e radicchi di campo). Questi ultimi (i nostri antenati li chiamavano risûn, riccioni), capitavano al momento giusto per degustarlo. Dopo, quando fiorivano, sarebbero diventati amari e immangiabile. E allora, a cominciare dalla cena di Pasqua e avanti finché c'erano scorte, si gustava l'insalata di radicchio (riccioni) e uova sode.
Savino Rabotti




