
“Una scelta obbligata per salvare il lavoro di dieci famiglie”. Una fusione per non chiudere, necessaria per tutelare il lavoro e la dignità di dieci famiglie dell’Appennino reggiano.
È quanto si è trovato costretto a fare Martino Dolci, presidente del Caseificio del Parco, realtà d’eccellenza a Gazzolo di Ramiseto, nel cuore dell’Appennino, dove il Parmigiano Reggiano viene prodotto con latte di montagna e foraggi locali, a oltre 800 metri d'altitudine tra le province di Reggio Emilia, Parma e Massa Carrara.
Secondo quanto pubblicato su ildolomiti.it., la chiusura ufficiale della cooperativa è avvenuta il 21 gennaio con l’atto notarile che ha sancito la fusione per incorporazione con la cooperativa Quattro Madonne di Serramazzoni, in provincia di Modena. Il passaggio formale di proprietà dovrebbe concludersi entro fine aprile.
Al giornalista Generoso Verrusio Dolci ha spiegato: «Non avevamo alternative, era l’unico modo per garantire un futuro ai nostri dipendenti che con amarezza racconta le difficoltà sempre maggiori legate alla raccolta del latte. E ha aggiunto che «con la produzione così ridotta non saremmo andati avanti ancora per molto. Fa male, soprattutto perché proprio quest’anno avevamo finito di pagare il mutuo ventennale che ci aveva permesso di avviare questa impresa».
Martino Dolci, 72 anni, è una figura storica del territorio. Nato e residente a Palarino, gestisce con il figlio Daniele l’azienda agricola di famiglia “La Ca’ dei Lupi”, con circa 200 capi di bestiame. Ma il suo impegno va oltre l’attività privata: è stato consigliere comunale, sindaco di Ramiseto tra il 2014 e il 2019, e assessore all’Agricoltura dell’Unione dei Comuni Montani.
Il Caseificio del Parco era nato per lavorare esclusivamente latte locale. Ma con il passare degli anni i conferimenti da parte dei produttori della zona sono diminuiti drasticamente: dalle 22 forme giornaliere del passato, oggi si sarebbe arrivati a malapena a dieci. «I pochi allevatori rimasti si orientano verso soluzioni più remunerative, ed è legittimo - Ammette Dolci -. Ma il nostro progetto si fondava sulla cooperazione e sul bene comune, non su logiche di puro profitto».
Le sue parole sono intrise di amarezza, ma anche di un amore profondo per la montagna e per il suo lavoro. «Senza contadini, non c’è neanche accoglienza per i visitatori».
Dolci non nasconde la speranza che le nuove generazioni riescano a ribaltare questa tendenza, ma è consapevole della difficoltà: “Da soli non ce la si può fare. Servono politiche vere, concrete, a sostegno di chi vive e lavora in queste terre”.





