A Sologno di Villa Minozzo il 5 luglio si è discusso del futuro dell’Appennino. Al centro del dibattito, organizzato dalla Prolo loco locale: demografia, servizi, economia e nuove strategie per rilanciare le aree montane. Un tema centrale per la montagna reggiana, che ha visto la presenza di sindaci, studiosi e rappresentanti del territorio, in dialogo aperto con un numeroso pubblico.
Ad aprire i lavori è stato il sindaco di Villa Minozzo Elio Ivo Sassi, che ha illustrato in dettaglio la rete di servizi presenti sul territorio comunale, elencandoli frazione per frazione. Ha poi posto l’attenzione sulla mancanza di un ufficio di zona dell’Amministrazione provinciale, ritenuto necessario per migliorare la gestione delle infrastrutture locali, in particolare strade e cantieri.
Il convegno è stato moderato dal giornalista Luca Tondelli, che ha introdotto i vari relatori.
Il sociologo Bonacini: «Il nodo è il lavoro, non solo il turismo»
Il primo intervento è stato quello del sociologo Giuseppe Bonacini, che ha illustrato i dati demografici e socio-economici dei sette comuni montani dell’Unione, che contano complessivamente 32.091 abitanti.
Bonacini ha ricordato come, a partire dal 1951, la popolazione dell’Appennino sia in costante calo, ad eccezione del comune di Castelnovo ne’ Monti. Particolarmente critiche le situazioni di Villa Minozzo e Ventasso, una volta cuore pulsante della montagna reggiana: Villa, in particolare, è stato fino al 1931 il comune più popoloso, superato poi da Castelnovo dopo l’apertura dell’ospedale, oggi principale fonte di occupazione con 293 dipendenti.
Bonacini ha sottolineato anche la fragilità del tessuto familiare, con una media di 2,08 componenti per famiglia rispetto alla media nazionale di 2,24. Le famiglie unipersonali rappresentano il 43,2%. L’indice di vecchiaia è estremamente elevato: da 216,3 a Castelnovo fino a 416 a Ventasso, a fronte di una media nazionale di 187,9.
«Il vero nodo da affrontare è il lavoro. Il turismo è importante, ma non può essere l’unico motore economico. È necessaria una nuova manifattura. Lo spopolamento non si contrasta solo garantendo i servizi, ma creando prospettive di sviluppo economico», ha affermato Bonacini, riprendendo un pensiero di Nicolai.
Sala (UNIMONT): “Definire cosa è montagna, rilanciare le filiere locali”
Il professor Stefano Sala dell’Università degli Studi di Milano, sede UNIMONT, ha presentato i risultati del Libro Bianco della Montagna, una ricerca multidisciplinare promossa dal Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
I dati emersi mostrano una situazione difficile per i comuni montani, soprattutto in Emilia-Romagna: –5,9% di residenti nei comuni montani della regione negli ultimi 10 anni, contro una media nazionale di –1,8%; 0,05 posti letto ogni 1.000 abitanti nelle strutture sanitarie montane dell’Emilia-Romagna, contro una media italiana di 3,91; 0% di accessibilità ferroviaria entro 45 minuti nei comuni montani regionali, a fronte del 67% dei comuni non montani.
«Serve una nuova definizione di ‘zona montana’, oggi troppo generica. Occorre investire nella filiera del legno e valorizzare le risorse locali. La politica regionale ha un ruolo determinante nella gestione della montagna», ha evidenziato Sala.
Baruffi: «Servizi universali per attrarre e trattenere residenti»
L’assessore regionale al bilancio e alla montagna Davide Baruffi ha sottolineato l’impegno della Regione Emilia-Romagna nel rilancio delle aree montane.
«I servizi sono decisivi per trattenere la popolazione. Vogliamo rendere universale il servizio degli asili nido, come la scuola. E stiamo lavorando per rendere le università regionali più attrattive, con la speranza che i giovani poi restino a lavorare qui», ha dichiarato Baruffi.
Secondo l’assessore, lo spopolamento non riguarda solo l’Appennino ma l’intero Paese. Solo tre regioni, tra cui l’Emilia-Romagna, avranno un saldo demografico positivo entro il 2050, e ciò esclusivamente grazie all’immigrazione.
«Per far stare bene la pianura, bisogna far stare bene la montagna, da cui provengono fondamentali servizi ecosistemici», ha aggiunto. Baruffi ha anche annunciato l’uscita imminente di nuovi bandi regionali per finanziare le cooperative di comunità.
Breschi: «Montagna penalizzata, servono zone franche fiscali»
L’intervento del professor Marco Breschi, demografo e sindaco di Sambuca Pistoiese, ha toccato alcuni nodi normativi e strutturali: mancata chiarezza tra montagna, aree interne e leggi speciali; norme edilizie troppo rigide che impediscono la riapertura di case un tempo abitate; criticità nel prelievo del legno, pur con una delle aree boscate più vaste d’Europa
«Non è possibile che importiamo l’80% del legno pur avendo enormi risorse boschive inutilizzate. Servono servizi, lavoro, trasporti e soprattutto connettività, con modelli come quello neozelandese per le scuole isolate», ha detto Breschi, concludendo con una proposta concreta: «Zone franche fiscali per compensare le disuguaglianze di accesso ai servizi».
Manfredini: «Le cooperative sono infrastrutture sociali»
A rappresentare il mondo della cooperazione è intervenuta Sara Manfredini, presidente della cooperativa sociale Il Ginepro, che ha descritto l’attività di gestione dei servizi socio-educativi come presidio essenziale per la tenuta del territorio.
Ha citato come esempi virtuosi le cooperative di comunità: Valle dei Cavalieri (Succiso), San Rocco (Ligonchio) e Alti Monti (Civago), che oltre a generare occupazione, favoriscono l’aggregazione e l’interesse locale.
Giovanelli: «Inversione di tendenza grazie all’immigrazione»
Il convegno si è concluso con l’intervento di Fausto Giovanelli, presidente del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, che ha voluto sottolineare un segnale di speranza:
«Negli ultimi 5 anni la popolazione dell’Appennino è stabilizzata. Nel 2024 abbiamo registrato 1.500 immigrati contro 1.198 emigrati, con un saldo attivo di +302 unità».
Giovanelli ha invitato a non cadere nella retorica della ‘morte’ della montagna, ma a valorizzarne i punti di forza, anche attraverso una gestione razionale dei boschi, possibile solo tramite l’accorpamento delle proprietà.
Ferretti: «Un convegno da ripetere»
A chiudere il dibattito, l’intervento dal pubblico del sindaco di Ventasso Enrico Ferretti, che ha elogiato l’alta qualità scientifica e la concretezza delle proposte emerse nel corso della giornata:
«Occorre che questi momenti di confronto si moltiplichino: la montagna ha bisogno di idee, ma anche di chi le sa mettere in pratica».











Come saggiamente si dice nel finale di questa sintesi, la montagna ha bisogno di idee, ma anche di chi sa o riesce metterle in pratica, e dal momento che nel corso di tutti questi anni le idee non sono mancate, da parte di tanti “suggeritori”, ci si può legittimamente chiedere perché mai la totalità o quasi delle stesse, o comunque la loro stragrande maggioranza, non sia riuscita a decollare, e ne è comprova il fatto che pure questo incontro abbia cercato soluzioni per dar futuro all’Appennino.
Non è di certo la prima volta che sentiamo parlare di ragionevoli e sensate proposte, come il ritorno di attività manifatturiere, un tempo abbastanza presenti sul nostro territorio, e che alimentavano anche forme di lavoro svolto a domicilio, un “rientro” che finora pare esser mancato, e pure l’investire nella filiera del legno, tesi che non difetta sicuramente di logica, stenta casomai a partire se incontrasse effettivamente “criticità nel prelievo del legno, pur con una delle aree boscate più vaste d’Europa”.
Io confido che vada al più presto in porto il Progetto di Legge nazionale n. 2126, del 2024, trattandosi di “disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, ma la politica regionale ha comunque un ruolo determinante nella gestione della montagna, come qui leggiamo, il che è peraltro del tutto comprensibile dal momento che ogni comprensorio territoriale delle aree montane ha le proprie peculiarità e può quindi richiedere interventi più specifici, rispetto ad altre realtà.
Vedrei altresì con favore le qui citate “zone franche fiscali per compensare le disuguaglianze di accesso ai servizi”, e più in generale la cosiddetta “defiscalizzazione” delle attività svolte in zone montane, giacché lascerebbe libero ciascun operatore di continuare o intraprendere le attività di propria scelta, beninteso all’interno di regole precise, anche di salvaguardia ambientale, visto che i tentativi di “indirizzo”, ancorché apprezzabili, non paiono aver sinora prodotto i risultati attesi.
Infine, le Coop. di Comunità possono essere una risposta importante negli ambiti più periferici e decentrati, ma non le vedrei come un modello estendibile ad ogni contesto territoriale, specie dove la imprenditoria privata ha saputo mantenere in vita le rispettive attività, e da auspicabili forme di “defiscalizzazione” potrebbe ricevere una ulteriore spinta a non “demordere”, così da creare prospettive di sviluppo economico, perché non basta il solo garantire i sevizi come qui sta scritto (a mio avviso con ragione).
P.B. 06.07.2025
In questo “resoconto” della giornata di Sologno, del 5 luglio, si parla di Asili Nido da voler rendere quale servizio universale, obiettivo senz’altro importante, anche per sostenere e incoraggiare la natalità, e giusto in tal senso ne andrebbe parimenti previsto un funzionamento che, quanto ad orario, vada incontro a quei genitori occupati per lavoro durante l’intera giornata, ossia mattina e pomeriggio, specie qualora si abbia eventualmente a che fare con famiglie monogenitoriali, e che non possono semmai contare sull’aiuto di altri congiunti.
Se poi il futuro del nostro Appennino deve ripartire dalle persone (come recita suggestivamente il titolo del presente articoli), mi auguro che nel corso del dibattito si sia parlato anche degli anziani, visto il nostro elevato indice di vecchiaia, e di chi, più in generale, si trova in condizioni di una discreta ma precaria autosufficienza, ossia di persone che si trovano casomai a vivere da sole (e sono forse non poche, stante l’alta percentuale delle famiglie uni-personali, qui data oltre il 40%) e desiderose di continuare a rimanere in casa propria.
Aspirazione più che legittima, e forse appagabile in molti casi col solo ricorso a forme di supporto nei rispettivi lavori domestici, realizzabili anche tramite collaborazioni non continuative, ossia occasionali, di tipo “agile”, facilmente attivabili, e pure a carico dell’interessato, quanto a spesa, se hanno tali caratteristiche, poiché l’alternativa può comportare soluzioni dai costi poco o nulla sostenibili per lui (e suoi congiunti), tematica, quest’ultima, che mi sembra avere in genere pochi momenti di approfondimento, mentre invece li meriterebbe vistane la portata.
C’è poi chi confida alquanto sulla immigrazione, riguardo all’avvenire delle zone montane, e possono non mancarne le ragioni, ma io punterei nel contempo, o innanzitutto, a frenare o contenere l’esodo della popolazione locale, e a farne possibilmente rientrare una quota, perché l’attaccamento al territorio e sue usanze, e tradizionali occupazioni, valorizzando le risorse del posto, è un “traguardo” raggiungibile verosimilmente meglio con chi ha qui le sue radici, mentre chi viene da fuori, e con altre mentalità, necessita giocoforza di molto maggior tempo per arrivarvi.
Trovo infine opportuno l’accenno a “norme edilizie troppo rigide che impediscono la riapertura di case un tempo abitate”, e un pari concetto è probabilmente estendibile ad altri settori, al che potrebbe forse ovviarsi, o almeno tentare di farlo, con proposte abbastanza circostanziare da avanzare al legislatore regionale (che a sua volta potrà sottoporle alla Conferenza Stato-Regioni, se la materia fosse di competenza nazionale), da parte di chi è a diretto contatto con le problematiche del territorio, vedi Amministratori locali, Organizzazioni sindacali, Associazioni di categoria ……
P.B. 08.07.2025