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"L'aria d'cà..." un libro da leggere e da ascoltare

Il dialetto della Valle del Tassobbio rivive nella poesia di Savino Rabotti

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Un libro da leggere e da ascoltare: scrittura e sonorità di una lingua orale.

Il dialetto della Valle del Tassobbio rivive nella poesia di Savino Rabotti grazie ad un’iniziativa dell’Associazione La Marmacola con il Comune di Castelnovo ne’ Monti e la casa editrice Consulta.

“L’aria d’cà… Versi nel dialetto della Valle del Tassobbio”, un libro con fotografie in bianco e nero di James Bragazzi, prefazione di Giuseppe Giovanelli, letture registrate da Nicola Bonacini di Normanna Albertini, Davide Del Rio, Fausto “Stolo” Manfredi e Mara Redeghieri.

Nato nel 1935 a Castellaro di Vetto (Reggio Emilia), Savino Rabotti è noto per i numerosi testi in cui riscopre tradizioni e cultura della propria terra, con una particolare attenzione a ricerche linguistiche sul dialetto (mastodontico il suo lavoro pubblicato nel “Vocabolario dei dialetti del medio Appennino reggiano”, nel 2010), in un sottile e tutt’altro che scontato intreccio tra capacità divulgativa e affondo nel rigore della traduzione.

L’averlo vissuto come linguaggio quotidiano gli permette poi di usarlo non solo nella multiforme capacità descrittiva propria delle lingue parlate ma, con un attento sguardo sul suo passaggio alla forma scritta, fletterlo in un registro lirico con cui raccontare esperienze di vita quotidiana e vibrazioni dell’anima.

La Valle del Tassobbio (foto di James Bragazzi)

Sono una cinquantina le poesie che sono state appena raccolte e pubblicate nel più recente volume dedicato a quest’autore con cui il Comune di Castelnovo ne’ Monti, in collaborazione con l’Associazione culturale La Marmacola, rende omaggio al suo lungo lavoro, avvalorando l’idea che il dialetto non sia una lingua minore, appartenente esclusivamente al passato, ma sia invece una vera e propria lingua madre, “radicata nella storia e nel paesaggio, veicolo di identità e riflessione per le nuove generazioni”.

Le cascate del torrente Tassobbio (foto di James Bragazzi)

Dunque, non una reliquia da custodire in un museo, ma una chiave di lettura per capire il presente nella relazione tra il territorio e le comunità che lo abitano. Capace di generare consapevolezza e senso di appartenenza, il dialetto viene proposto come patrimonio da proteggere, esigenza vitale per la sopravvivenza e futura trasmissione delle radici di un territorio e della sua gente. Negli anni, Rabotti ha individuato e a volte immaginato una serie di simboli e accentazioni perché la traduzione scritta del dialetto possa essere unanimamente riletta e parlata con la corretta pronuncia, rendendolo di fatto possibile per tutti studiarlo e praticare con la sua dizione.

Il libro “L’aria d’cà…. Versi nel dialetto della Valle del Tassobbio” (“Consulta librieprogetti”, 128 pagine, con fotografie di James Bragazzi) arricchisce una collana varata con il Premio biennale nazionale di Poesia dedicato a Luciano Serra (di cui lo stesso Rabotti è stato fin dall’inizio nella giuria, presieduta dal prof. Paolo Briganti) e che al suo primo vincitore, il recentemente scomparso e compianto Daniele Beghè, ha visto succedersi i vincitori delle successive edizioni (Simona Sentieri, Lucia Diomede, Michele Meschi) e altre raccolte di poesia contemporanea, dall’inusuale raccolta di quelle di Silvio D’Arzo, al trio parmense Casoli-Gaita-Reale, al tributo a Don Pasquino Borghi di Giovanni Laurent Cossu, che esce negli stessi giorni di quello di Rabotti.

Progettata da Elisa Pellacani con una serie di lune stampate in argento a caldo su carte ogni volta di colori diversi, la collana continua il suo ideale ciclo lunare perpetuo con questa nuova raccolta che rende giustizia dei numerosi premi che negli anni hanno ricevuto le poesie di Rabotti ma soprattutto vive di un lavoro corale, a partire da quello delle voci che, insieme a quella dell’autore, hanno letto le poesie: Normanna Albertini, Davide Del Rio, Fausto “Stolo” Manfredi, Mara Redeghieri. Registrate da Nicola Bonacini, si possono ascoltare tramite i codici QR contenuti nel libro, avvicinando così alla lettura intimistica l’ascolto nelle sonorità e nelle dizioni corrette con cui acquistano corpo.

Il libro ha anche un apparato di traduzioni all’italiano, con cui poter leggere le poesie anche se non si conosce il dialetto. “Essere “interno” - scrive Giuseppe Giovanelli nella prefazione al libro - non vuol dire mancare d’importanza: vuol dire semmai essere il cuore di un organismo che, pulsando, mantiene vita, attività, creatività a tutto l’organismo. Ecco perché riscoprire e curare queste nostre piccole realtà montane vuol dire prendersi la cura prima, sostanziale, di tutta la montagna; andare alle cause, non ai sintomi”. Un viaggio sonoro, quello proposto da questo libro, quasi una canzone in cui l’afflato spirituale e l’attenzione per quelle piccole cose del quotidiano che sanno rendere grandioso un giorno qualunque, propri delle corde di questo poeta, vibrano di nuovo, fanno eco, di vallata in vallata, superando i tornanti e facendo innamorare di una lingua che effettivamente tanto morta non è.