Con l'arrivo del nuovo anno, eventi "prevedibilmente sorprendenti" provenienti dall'altra sponda dell'Atlantico hanno scosso ancora una volta il sistema di equilibri geopolitici, sfidando il tessuto stesso della politica estera e paradigmi economici consolidati.
L'eccezionalità ormai stabilita nella norma dell'amministrazione Trump continua a traghettare il mondo verso nuovi assetti con politiche apparentemente erratiche ma tutt'altro che casuali.
In attesa di capire l'impatto dei più recenti interventi, Venezuela in primis, vale la pena volgere lo sguardo a quello che è stato probabilmente il più grande shock di politica economica globale del 2025: il "liberation day" commerciale e le sue onde d'urto, arrivate fino alle aziende reggiane, montane e non.
Con un marketing tanto paradossale quanto beffardo nella sua grottesca tempistica, nell'aprile dell'anno scorso, per coincidenza a ridosso dell'ottantesimo anniversario dalla liberazione dal nazifascismo, l'amministrazione Trump lancia il "Liberation Day" e l'inizio di una politica di ritorsione commerciale basata sull'inasprimento dei dazi doganali. Non una commemorazione, ma un messaggio: "liberiamo" l'economia americana, afflitta da pratiche scorrette dei propri partner commerciali internazionali.
Un ordine esecutivo ha introdotto dazi aggiuntivi ad valorem su beni esteri, con nuove aliquote differenziate per paese. Per la maggior parte dei prodotti UE la tariffa si è infine attestata al 15%, con livelli ancora più alti nei settori considerati sensibili come acciaio, alluminio e rame. Un salto netto rispetto a un regime in cui i dazi medi spesso oscillavano tra il 2% e il 3%. Il risultato è stato un aumento dell'incertezza per gli esportatori nel mondo, compresi quelli della provincia di Reggio Emilia, dove l'export è un volano fondamentale.
Dopo nove mesi, qual è l'impatto concreto del Liberation Day? Chi sono ad oggi i vincitori?
Un inaspettato successo apparente
Il verdetto provvisorio è chiaro: il peso maggiore, finora, è caduto proprio sugli Stati Uniti. I primi a pagare sono infatti gli stessi importatori americani che cercano di assorbire i maggiori costi comprimendo i propri margini o riorganizzando le operazioni. Ma non basta: una parte significativa finisce comunque nei prezzi al dettaglio e i consumatori americani ne devono sopportare una quota crescente. Gli unici "vincitori parziali" sono pertanto alcuni produttori domestici USA, che beneficiano di una concorrenza estera indebolita.
Ma non si pensi che questo renda la politica automaticamente fallimentare, ed è qui che sta l'ironia. Nonostante il coro iniziale quasi unanime di economisti contrari, l'amministrazione Trump può rivendicare risultati iniziali coerenti con i propri obiettivi dichiarati. Le entrate fiscali da dazi sono aumentate sensibilmente. Il deficit commerciale si è ridotto nel breve periodo. L'inflazione ha spinto verso l'alto i prezzi in alcune categorie, ma l'impatto complessivo appare finora contenuto.
Eppure alcune nubi si stanno addensando per l'amministrazione Trump. Una decisione pendente della Corte Suprema potrebbe stabilire se i "dazi d'emergenza" del 2025 siano stati legittimi. Se la risposta fosse negativa, potrebbero aprirsi scenari di rimborsi agli importatori con effetti dirompenti. Inoltre, le politiche commerciali godono spesso di un ritardo tra causa ed effetto: l'inflazione potrebbe non aver ancora espresso tutto il suo potenziale e la pressione sui consumatori americani potrebbe intensificarsi. Il conto potrebbe essere in arrivo.
L'Appennino reggiano e il suo oro stagionato: il Parmigiano reggiano sotto dazio
La vocazione esportatrice di questo angolo d'Italia non sembra essere rimasta immune ai cambiamenti di politica commerciale di uno dei suoi più grandi mercati di sbocco.
La Camera di Commercio dell'Emilia riporta che le esportazioni totali di Reggio Emilia per il periodo gennaio-giugno 2025 sono diminuite del -1,8% su base annua, con un calo del -7% per le esportazioni verso gli Stati Uniti, che hanno addirittura registrato un -13% nel primo trimestre, poi parzialmente recuperato. Reggio e provincia hanno così sperimentato un rallentamento misurabile nelle esportazioni verso gli Stati Uniti nella prima metà del 2025, coerente con lo shock tariffario combinato a uno shock d'incertezza che ha colpito la domanda e la tempistica delle spedizioni.
Se ci spostiamo sull'Appennino reggiano, il prodotto bandiera è uno: il Parmigiano Reggiano. L'esposizione agli Stati Uniti è importante essendo il primo mercato estero, con circa il 22,5% dell'export registrato nel 2024. Se una parte del dazio si trasferisce sul consumatore americano, la dinamica è immediata: il Parmigiano diventa più caro. Una stima spesso citata suggerisce che un 24 mesi possa passare da 50 $/kg a 55 $/kg e oltre.
Questa situazione è aggravata dalla sfortunata facilità con cui il Parmigiano Reggiano può essere effettivamente sostituito dal temuto "Parmesan" generico e altri surrogati, sia di origine contraffatta che non. Si stima che, in termini di volume, gli Stati Uniti producano già internamente circa 12/13 volte più "Parmesan" rispetto alla quantità di autentico Parmigiano Reggiano importato, secondo uno studio del 2024 del Dipartimento dell'Agricoltura statunitense.
Con una scelta così ampia e un'educazione limitata, i consumatori americani potrebbero iniziare a indirizzare i propri acquisti verso alternative al Parmigiano Reggiano, malgrado la domanda sia meno elastica dei suoi stessi sostituti.
Un'arma a doppio taglio (e tre possibili rimedi)
L'esposizione al nostro primo partner commerciale, politico e militare si può rivelare un'arma a doppio taglio. Mantenere la vocazione al commercio estero richiede non solo resilienza, ma anche diversificazione strategica: è la lezione che emerge da questa tempesta tariffaria.
Educare i mercati esistenti sul valore inimitabile del nostro patrimonio enogastronomico rimane fondamentale, ma altrettanto cruciale è esplorare nuove regioni e mercati emergenti che possano offrire sbocchi al momento meno volatili e politicamente capricciosi. Tre possibili imperativi dunque: diversificazione dei mercati, tutela del marchio con educazione del consumatore, continuità su canali di distribuzione premium.
In fondo, il "Liberation Day" di Trump potrebbe avere un effetto paradossale: ridurre la dipendenza dei nostri produttori dal mercato americano.
D'altronde l'Appennino reggiano, che ha trasformato la montagna in una fabbrica di valore stagionato, ha già attraversato inverni ben peggiori.
Giovanni Borghi



