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ne parliamo Massimo Muratori, Maria Grazia Vasirani e Luciano Franchini

Le fotografie diventano storia: torna “Carpineti che fu”. Intervista ai curatori del progetto

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Il progetto “Carpineti che fu” torna nel 2026 con il suo secondo capitolo, in occasione della Giornata Mondiale della Fotografia (19 agosto). Dopo il successo della prima edizione, la mostra invita i cittadini a portare fotografie e cartoline storiche – fino al 1999 – alla biblioteca comunale “Don Milani”. Qui verranno scansionate, digitalizzate e restituite ai legittimi proprietari, trasformando ricordi privati in patrimonio collettivo.

Dalle feste paesane ai volti delle frazioni, dalle cartoline spedite agli amici lontani agli spazi urbani trasformati dal tempo, ogni fotografia racconta una storia.

Il secondo capitolo della mostra amplia lo sguardo: nuove immagini e temi raccontano trasformazioni sociali e paesaggistiche di Carpineti. Dalle modifiche del paesaggio urbano alla continuità di tradizioni e luoghi simbolo, ogni fotografia restituisce uno spaccato di vita vissuta.

L’esposizione fisica, visitabile durante la millenaria Fiera di Carpineti 2026, sarà affiancata da una dimensione digitale, fruibile al Castello di Carpineti, alla Pieve di San Vitale e in Biblioteca. Così tutti i cittadini potranno avvicinarsi alla propria storia attraverso linguaggi diversi, pensati per dialogare con generazioni e sensibilità differenti.

 

A guidarci attraverso questo viaggio nel passato sono alcuni collaboratori del progetto, Massimo Muratori, Maria Grazia Vasirani e Luciano Franchini.

Maria Grazia, quanto lavoro c’è dietro la raccolta, la selezione e la digitalizzazione delle fotografie?

C’è un lavoro silenzioso e paziente, che spesso non si vede ma che è fondamentale. La raccolta significa innanzitutto ascolto: accogliere le persone che arrivano in Biblioteca con le loro fotografie non è solo un passaggio tecnico, è un momento di fiducia. Ogni immagine ha una storia, un ricordo, a volte anche una piccola emozione che riaffiora.

Poi c’è la fase della selezione, che richiede attenzione e rispetto. Non si tratta solo di scegliere fotografie “belle”, ma immagini capaci di raccontare qualcosa della comunità: uno scorcio che non esiste più, un volto che rappresenta un’epoca, una festa che ha segnato una generazione.

La digitalizzazione, infine, è un lavoro accurato e meticoloso. Ogni fotografia viene trattata con cura, scansionata, catalogata e restituita rapidamente al proprietario. È un impegno importante in termini di tempo ed energie, ma è anche la parte che trasforma un ricordo privato in un patrimonio condiviso.

Qual è stata, Maria Grazia, la fotografia o la storia che più vi ha colpito e che vi ha fatto capire che “Carpineti che fu” doveva continuare?

Più che una singola fotografia, è stato un insieme di sguardi. In particolare ci ha colpito vedere persone fermarsi davanti a un’immagine e dire: “Qui c’ero anch’io” oppure “Quella è la casa dei miei nonni”.

In quei momenti abbiamo capito che il progetto non era solo una mostra, ma uno spazio di riconoscimento collettivo. Un’immagine di una festa paesana, magari semplice e spontanea, ha acceso racconti, aneddoti, risate. È lì che abbiamo compreso che “Carpineti che fu” non poteva restare un episodio isolato: aveva acceso un bisogno di memoria condivisa.

Che valore ha oggi recuperare e condividere fotografie stampate e custodite negli archivi familiari?

Ha un valore profondo, quasi controcorrente. In un’epoca in cui produciamo migliaia di immagini digitali che spesso restano nei telefoni, le fotografie stampate hanno un peso diverso: sono state scelte, conservate, custodite.

Recuperarle significa salvare frammenti di storia che altrimenti rischierebbero di andare perduti. Condividerle significa trasformare un ricordo familiare in un tassello della memoria collettiva. È un gesto generoso, ma anche un atto di responsabilità verso le generazioni future.

Quelle immagini raccontano chi eravamo, ma aiutano anche a capire chi siamo diventati.

Quali trasformazioni di Carpineti emergono con più forza dalle fotografie raccolte? C’è un cambiamento che vi ha sorpreso particolarmente?

Dalle fotografie emerge con forza la trasformazione del paesaggio urbano e delle frazioni: edifici che non esistono più, spazi che oggi hanno un’altra funzione, scorci che si sono modificati nel tempo. Ma emerge anche il cambiamento sociale: il modo di vestire, di stare insieme, di vivere le feste e i momenti pubblici.

Ci ha colpito in particolare il confronto tra la semplicità di certe scene del passato e la ricchezza di relazioni che trasmettono. Anche in contesti molto essenziali, si percepisce un forte senso di comunità.

Forse la sorpresa più grande è stata rendersi conto di quanto, nonostante tutto, alcune cose siano rimaste immutate: i luoghi simbolo, certe tradizioni, il legame profondo con il territorio. Le fotografie mostrano il cambiamento, ma raccontano anche una continuità. Ed è proprio questo equilibrio tra trasformazione e radici che dà senso al progetto.

Massimo, che valore ha oggi recuperare e condividere fotografie stampate e custodite negli archivi familiari?

Un altro spaccato sorprendente è emerso leggendo il retro di cartoline con immagini di Carpineti spedite a persone residenti in altre località che rievocano rapporti di amicizia e parentela di quando la cartolina era utilizzata come gli attuali messaggi sui social.

Luciano, nel progetto “Carpineti che fu” c’è anche un lavoro fatto direttamente nelle case delle persone. Che esperienza è raccogliere le fotografie andando a trovare chi le custodisce?

È una delle cose che personalmente mi emoziona di più. A volte ricevo una telefonata e qualcuno mi chiede se posso passare a casa sua per vedere alcune fotografie. Allora vado, e già il fatto di entrare nelle case delle persone è qualcosa che mi rende orgoglioso: significa che si fidano di te e ti aprono la porta dei loro ricordi.

Poi arriva la parte più bella. Le fotografie diventano l’occasione per raccontare storie: ogni immagine, ogni cartolina porta con sé un episodio, un nome, un pezzo di vita. Spesso ci si siede attorno a un tavolo e si finisce a parlare a lungo.

E naturalmente non manca mai l’ospitalità: un caffè, un tè, qualche fetta di salame… e qualcuno che scherzando dice: “Ma perché non resti anche a pranzo?” o “Rimani a cena”.

Alla fine esci che è passata mezza giornata, magari per digitalizzare solo due o tre fotografie. Ma sono proprio quelle le giornate più belle.