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diga di Vetto al centro del dibattito

“Salviamo l’Enza”: «Serve un piano dell’acqua per il XXI secolo»

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Il tema della diga di Vetto è al centro del dibattito tra le istituzioni e i movimenti ambientalisti. Ad intervenire ora è il Coordinamento "Salviamo l'Enza", secondo il quale «la crisi climatica non si affronta con una sola grande diga. Serve un Piano dell'Acqua per il XXI secolo»..

«Le recenti dichiarazioni dell'onorevole Gianluca Vinci, dei deputati Andrea Rossi e Ilenia Malavasi e di Coldiretti – spiega il Coordinamento – sembrano accomunate da una convinzione: che la diga di Vetto rappresenterebbe la risposta ai problemi della siccità e dei cambiamenti climatici. Una narrazione semplicistica e politicamente insufficiente».

Per i membri del Comitato, «ridurre una delle più grandi sfide ambientali dei prossimi decenni alla costruzione di una sola grande opera significa ignorare la complessità del problema e rinunciare a una vera politica di adattamento climatico. Le associazioni del Coordinamento "Salviamo l'Enza" hanno già illustrato, con dati e documenti, le numerose criticità ambientali, economiche, sociali e idrogeologiche del progetto della diga di Vetto, oltre alle gravi incertezze evidenziate nel ricorso promosso da WWF e LIPU davanti al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche».

«Anche ipotizzando (con grande fantasia) che tutti gli ostacoli amministrativi, tecnici, ambientali e giudiziari vengano superati – affermano – la diga non potrà comunque rappresentare una risposta all'emergenza idrica che stiamo vivendo oggi. Tra progettazione definitiva, autorizzazioni ambientali, espropri, reperimento delle risorse economiche, gara d'appalto e costruzione dell'opera, difficilmente l'invaso potrebbe entrare in funzione prima di dieci o quindici anni. Sempre ammesso che vengano reperite le risorse necessarie: parliamo infatti di un investimento complessivo che, considerando tutte le opere connesse, potrebbe raggiungere circa un miliardo di euro. La crisi climatica, invece, non aspetterà quindici anni. Per questo riteniamo profondamente sbagliato continuare a presentare la diga come l'unica soluzione possibile».

«Serve un piano dell'acqua, non una sola grande opera»

Per il Comitato «le risorse pubbliche dovrebbero essere orientate verso una strategia integrata, capace di produrre risultati concreti già nei prossimi anni».

E aggiungono: «Occorre investire contemporaneamente su: riduzione delle perdite delle reti acquedottistiche; efficientamento dell'uso irriguo; ricarica artificiale delle falde acquifere; realizzazione di una rete diffusa di piccoli e medi invasi aziendali e comprensoriali; recupero e riutilizzo delle ex cave come serbatoi idrici strategici; recupero delle acque reflue depurate, migliorando ulteriormente i sistemi di trattamento affinché diventino una risorsa stabile per l'agricoltura, l'industria e l'ambiente; rinaturalizzazione dei corsi d'acqua e tutela degli ecosistemi fluviali; valorizzazione e recupero dei bacini idrici esistenti; adeguamento e potenziamento delle casse di espansione di Montecchio, sfruttandone pienamente le potenzialità di accumulo idrico già previste nel progetto originario».

«Nessuna di queste opere – spiegano dal Comitato – presa singolarmente, risolverà il problema. Tutte insieme, invece, possono costruire un sistema resiliente, distribuito, meno vulnerabile ai cambiamenti climatici e molto più rapido da realizzare rispetto a una sola grande infrastruttura».

Secondo gli ambientalisti, «anche l'agricoltura deve cambiare. I cambiamenti climatici stanno modificando profondamente la disponibilità della risorsa idrica. Non possiamo immaginare che l'agricoltura del futuro continui a essere organizzata secondo modelli concepiti cinquant'anni fa. Occorre ripensare le colture, i fabbisogni irrigui, le tecniche agronomiche e l'organizzazione della produzione, favorendo specie più resilienti, tecnologie irrigue ad alta efficienza, agricoltura di precisione e pratiche capaci di trattenere maggiormente l'acqua nei suoli. Anche questo significa adattarsi ai cambiamenti climatici».

In chiusura, il Coordinamento lancia un appello alla politica: «Chiediamo a tutte le forze politiche di uscire dalla sterile contrapposizione tra favorevoli e contrari alla diga. La vera sfida non è scegliere una grande opera, ma costruire un Piano dell'Acqua regionale, moderno, scientificamente fondato e condiviso, capace di affrontare contemporaneamente siccità, sicurezza idraulica, tutela degli ecosistemi, agricoltura e cambiamenti climatici. È tempo di superare gli slogan. La crisi climatica richiede visione, programmazione e coraggio. L'Emilia-Romagna ha bisogno di una politica che guardi ai prossimi trent'anni, non alle prossime elezioni».