C'è un momento in cui, oltre a fotografare la realtà — come fa puntualmente la Lapam avanzando anche concrete proposte —, occorre provare ad andare oltre. Quel momento è arrivato da tempo, sia per l'Appennino reggiano che per la montagna italiana nel suo complesso.
Vivere e fare impresa in montagna non è mai stato semplice. Lo sa chi ogni mattina percorre decine di chilometri per raggiungere il posto di lavoro; lo sa chi gestisce un'azienda e deve fare i conti con tempi e costi che altrove non esistono; lo sa soprattutto chi vive sul crinale, dove lo spopolamento continua a lasciare il segno e dove il ritorno di giovani famiglie e nuove attività economiche procede ancora troppo lentamente.Al di là delle analisi, sappiamo che per fortuna da anni si parla di aree interne, di strategie, di resilienza e di rinascita. Ciò che va profondamente rivisto, però, è il "collante" di queste politiche.
Se vivere in montagna comporta costi maggiori — fatto ormai riconosciuto da tutti —, è ragionevole che tali svantaggi vengano almeno in parte compensati. Ciò vale sia per gli artigiani e i lavoratori dipendenti che spendono di più per muoversi, sia per chi produce (come gli agricoltori) e deve sostenere, ad esempio, costi più alti per l'acquisto dei mangimi. Non si tratterebbe di creare dei privilegi, ma di ripristinare un principio di equità a favore di chi presidia un territorio che, come noto, se abbandonato scivola a valle.
Chi decide di restare o di investire in Appennino svolge infatti una vera e propria funzione pubblica: mantiene vivi i territori, preserva i servizi essenziali, contribuisce a garantire la stabilità dei versanti gestendo i corsi d'acqua per far defluire le piogge ed evitare inondazioni in pianura, tutela un paesaggio preso d'assalto nei fine settimana e contribuisce a evitare l'abbandono di un patrimonio che appartiene a tutti.
L'analisi di Lapam Confartigianato ha recentemente quantificato uno di questi svantaggi: per un imprenditore della montagna i costi legati agli spostamenti sono oltre il doppio rispetto a quelli sostenuti da chi opera nel resto della provincia, con un aggravio medio stimato di 2.168 euro all'anno. È un dato su cui riflettere. Se il mercato impone un costo aggiuntivo per il solo fatto di operare in Appennino, è proprio su questo divario che la politica deve intervenire.
IL RUOLO DEL PUBBLICO
In questa direzione la Regione Emilia-Romagna aveva dimostrato lungimiranza quando decise di incentivare economicamente chi sceglieva di trasferirsi nei comuni montani. Una misura intelligente, che meriterebbe di essere riproposta e rafforzata.
Oggi serve però un passo ulteriore: il coraggio di immaginare forme di fiscalità differenziata o, meglio ancora, di ristorno fiscale (una misura che chiediamo inascoltati da anni). Uno sgravio sul costo dei carburanti per chi lavora e fa impresa in montagna non sarebbe un privilegio, ma la compensazione concreta di un divario certificato. Sarebbe il modo per restituire competitività a un territorio che continua a garantire lavoro, servizi e presidio ambientale nonostante condizioni oggettivamente più difficili.
Accanto a questo, resta centrale il tema delle infrastrutture. Per troppo tempo ci si è accontentati di convivere con collegamenti insufficienti, dimenticando che la competitività di un territorio si misura anche dal tempo necessario per raggiungerlo.
Occorre chiedere con forza una viabilità adeguata per il crinale ed affrontare senza pregiudizi le opere necessarie a valle. La variante alla Vecchia non dev'essere un tabù ideologico, ma una soluzione da valutare esclusivamente sulla base della sua utilità per cittadini e imprese. Allo stesso modo, se davvero si progetterà la metropolitana di superficie, sarà indispensabile prevedere fin dal principio uno scambiatore a Rivalta o ancora più a sud, per rendere il servizio realmente accessibile anche all'Appennino. Infine, non si può più rinviare il potenziamento della fibra ottica, ormai indispensabile quanto le strade per chi lavora, studia o fa impresa.
La montagna non chiede assistenzialismo. Chiede condizioni che le permettano di competere ad armi pari. Chi sceglie di vivere e lavorare qui non sta chiedendo un trattamento di favore: si sta assumendo una responsabilità che produce valore per l'intera
comunità.
IL RUOLO DEL PRIVATO
Se queste azioni venissero intraprese con visione e coraggio, si innescherebbe un meccanismo virtuoso ed estremamente potente.
Sia le nuove economie di comunità basate sulla sostenibilità (agricoltura a km zero, servizi ecosistemici, turismo esperienziale, startup sociali, cooperative di comunità), sia le attività ad alto valore aggiunto e ad alto reddito (lavoro remoto qualificato, trasformazione manifatturiera e agroalimentare d'eccellenza, filiere tecnologiche, produzione energetica, gestione di fondi di impatto ESG) troverebbero nell'Appennino un contesto ideale in cui insediarsi.
Un territorio reso competitivo dagli incentivi pubblici saprebbe attrarre nuove risorse e competenze, imponendosi come alternativa reale alle città asfissiate dal traffico, dal cambiamento climatico e da una qualità della vita in calo. Il caso di Casina e la saturazione del suo mercato immobiliare nel capoluogo ne sono la dimostrazione: garantendo migliori collegamenti fisici e digitali, questa capacità di attrarre persone e investimenti non potrà che crescere.
È giunto, insomma, il momento del coraggio. Il coraggio di una politica capace di incentivare lo sviluppo economico delle zone più svantaggiate. Solo così parlare di rilancio delle aree interne smetterà di essere uno slogan e diventerà finalmente una realtà.
Gabriele Arlotti




