Anche il nostro Appennino ricorda Francesco Guccini, uno dei più grandi cantautori italiani, scomparso nella sua Pavana (Pistoia) dove aveva scelto di ritirarsi dopo una vita trascorsa a scrivere e cantare. Un Appennino del cuore, la montagna dei nonni e delle prime esperienze amorose, e poi la migrazione in città: una storia comune a molti montanari.

Il ‘Maestrone’ si è spento circondato dall'affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari. Guccini apparteneva al mondo delle osterie, delle balere e della musica condivisa; un universo che forse oggi non esiste più, ma che le sue canzoni hanno reso eterno, fino a entrare nelle antologie scolastiche. Da Dio è morto a La Locomotiva, da Noi non ci saremo a L’Avvelenata, da Il vecchio e il bambino ad Auschwitz, passando per Eskimo, Autogrill e moltissime altre.
Ci fu un’epoca, però, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in cui i più grandi cantautori italiani salivano nell’Appennino Reggiano, chiamati a esibirsi nei locali simbolo del tempo. Se al Valverde di Cavola di Toano passarono Loretta Goggi, Gianni Morandi, Nicola Di Bari, Antonello Venditti e Claudio Villa, non era da meno il Belvedere (oggi Ok Club) di Cervarolo (Villa Minozzo). Il locale riuscì negli anni a portare sul palco artisti del calibro di Nomadi, Roberto Vecchioni, Vasco Rossi, Nuovi Angeli, Dik Dik, PFM, Rino Gaetano, Francesco De Gregori, Renato Zero, Le Orme, Mia Martini, Ivan Graziani, Orietta Berti, Iva Zanicchi, Mango, Anna Oxa, Dee D. Jackson, Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, Banco del Mutuo Soccorso, Viola Valentino, Equipe 84, Camaleonti, Gianni Bella, Eugenio Finardi, Alan Sorrenti, Caterina Caselli, Dino e, sul fronte del cabaret, Gigi Sabani, Gigi e Andrea, Cochi e Renato, Gianfranco D’Angelo, Enzo Braschi, I Gatti di Vicolo Miracoli, Alberto Radius e molti altri.

«La scelta musicale – spiega Ezio Costi, figlio dello storico gestore, che ancora oggi apre la discoteca in alcune occasioni – era di mio padre Mireno. A parte Celentano e Al Bano, qui sono saliti quasi tutti».
Tra questi vi fu anche Francesco Guccini che, dopo il grande successo dei brani scritti per i Nomadi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, si stava affermando da cantautore ormai quarantenne.
Guccini, ricordano i testimoni di allora, salì a Cervarolo con i suoi musicisti nel maggio tra il 1980 e il 1981. Si ricorda la sua richiesta di disporre le sedie direttamente sulla pista da ballo e l'accoglienza calorosa del paese, dove si intrattenne volentieri con la gente del posto. Poi l'esibizione, accompagnata immancabilmente dall'amato fiasco di vino Toscano. Dopo la cena post-concerto, la festa continuò nell'aia, dove Guccini cantò fino al mattino. Infine, dopo un breve riposo sulle scale, ripartì per la sua Bologna, in via Paolo Fabbri, dove abitava con la prima moglie. Dieci anni più tardi ci fu la sua ultima esibizione nel Reggiano, al Palasport di Reggio Emilia, in un palazzetto gremito per un concerto organizzato dalla Coop di cui chi scrive conserva un ricordo magico.
Prima che cantante, Guccini fu cronista per la Gazzetta di Modena, un lavoro che lui stesso definiva "massacrante". Ma la sua vera magia è stata quella di affermarsi come autore (non a caso Umberto Eco lo definì il più colto dei nostri cantautori) e di aver raccontato il suo Appennino, a due passi dal nostro. Scrittore di grande talento, esordì con il romanzo Cròniche epafàniche nel 1989: un viaggio nella lingua, nella memoria e nel mondo ormai scomparso dell'Appennino pavanese, a cui fecero seguito numerosissimi libri tra romanzi, memorie, testi autobiografici e opere di "lessicografia sentimentale".
E come recita una delle sue canzoni più toccanti (L’Albero ed io):
«Quando il mio ultimo giorno verrà, dopo il mio ultimo sguardo sul mondo, non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà. Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio: voglio tornare, anche dopo la morte, sotto quel cielo che chiaman di Dio».





