Home Cronaca Dopo il dibattito in rete: «Il bosco non è una moda, vi...
Intervista a Eleonora Grasselli

Dopo il dibattito in rete: «Il bosco non è una moda, vi racconto la mia scelta»

2970
2

La storia di Eleonora Grasselli ha fatto discutere. Dopo l’articolo del Resto del Carlino sulla sua scelta di lasciare la vita di prima e trasferirsi nei boschi dell’Appennino, sui social sono arrivati complimenti, critiche e soprattutto una domanda: quanto è davvero possibile fare una scelta del genere? C’è chi la considera coraggiosa e chi pensa che, senza una certa sicurezza economica, non sarebbe nemmeno possibile provarci. C’è chi sogna di seguirne l’esempio e chi teme che un Appennino sempre più cercato possa finire per essere consumato proprio da chi lo scopre. Abbiamo quindi chiesto a Eleonora di raccontarci cosa c’è dietro quella scelta: le difficoltà che da fuori non si vedono, il rapporto con il bosco, il modo in cui si vive e ci si prende cura di un territorio e, soprattutto, se oggi, con quello che sa, rifarebbe la stessa scelta.

Quando ha deciso di cambiare vita e trasferirsi nei boschi, qual è stato il momento preciso in cui ha capito che voleva farlo davvero?

Non è stato un colpo di fulmine come qualcuno immagina. È stata una scelta graduale, maturata e concretizzata nel corso degli anni. Sono cresciuta a Trinità di Casina e prima di trasferirmi nella casa in cui vivo attualmente (in comune di Carpineti), ho vissuto in diversi luoghi dell’Appennino (Castelnovo ne’ Monti, Marola, Casale di Bismantova) cercando mano a mano di avvicinarmi sempre di più al bosco e alla natura, vivendo questo come una necessità per me e per il modo in cui amo condividere il tempo con i miei cani. La scelta definitiva è stata 8 anni fa quando ho avuto la fortuna di incontrare la casa che ora definisco il mio nido selvatico.

Nel passaggio dalla vita precedente a quella attuale, qual è stata la cosa più difficile da lasciare e quale invece quella di cui non ha sentito affatto la mancanza?

La cosa più difficile è lasciar andare il “ruolo”, ciò che ti rende facilmente riconoscibile, etichettabile e socialmente apprezzato. Svolgevo il mio lavoro in un ambiente molto stimato ed ambìto, quale è il mondo della moda, per la maggior parte delle ragazze affascinante e idealizzato. Prenderne le distanze è stato uno strappo anche per me ma, ad un certo punto della vita, mi sono accorta dell'importanza di fare distinzione tra le mie ambizioni e ciò di cui realmente il mio animo aveva bisogno.

Nei commenti sui social all’articolo che racconta la sua storia c’è chi la definisce coraggiosa e chi invece dice che una scelta del genere è possibile soltanto se si hanno le spalle economicamente coperte. Quanto conta, concretamente, la possibilità economica nel poter fare una scelta come la sua?

La possibilità economica in sé non ha un'influenza determinante. Dipende da come vuoi spendere o destinare la tua “possibilità economica”. Si può faticare a vivere con uno stipendio certo o essere gratificati seppur nell’incertezza economica di un lavoro autonomo cucito sulle proprie passioni. Vivo in affitto e ciò che riempie la mia vita non ha necessità di grandi disponibilità. Dipende dalla nostra scala di priorità.

Vivendo nei boschi, quali sono le difficoltà concrete che chi guarda da fuori non immagina? C’è qualcosa che aveva idealizzato e che invece si è rivelato molto più complicato?

La casa in cui vivo è contornata da boschi e campi ma non è isolata, una piccola strada di circa 800 mt mi separa dal paese. Non vivo fuori dalla società ma solo distante abbastanza per potermi immergere in una realtà che per i giorni nostri pare inusuale. Innanzitutto occorre acquisire nuove consapevolezze sul mondo naturale, sugli animali selvatici e sulle possibili interazioni con i nostri animali domestici (nel mio caso i cani), si può riscoprire che la natura ed il bosco ci offrono erbe e frutti utili per la nostra alimentazione e che ormai sono dimenticati. Un altro aspetto è quello della solitudine con se stessi a cui poco siamo abituati.

Poi ci sono i contrattempi e occorre avere un’accortezza in più sugli eventi atmosferici che possono condizionare una giornata, possono cadere alberi a causa del vento, la strada può essere poco praticabile per la neve prima dell’arrivo di un mezzo che la pulisca. Non avevo idealizzato questa vita, l’ho scoperta passo a passo integrandomi sempre più con il mondo naturale.

Molti commenti parlano della natura come di una cura contro lo stress e la vita frenetica. Per lei è stato davvero così oppure il rapporto con il bosco è qualcosa di più complesso?

La natura è senz’altro un supporto contro lo stress e la vita frenetica ma non in quanto elemento distaccato da noi e da cui assorbire benefici. La natura è parte di noi, come noi lo siamo di lei ed è per questo che ci permette una riconnessione con la nostra anima, un ritorno a noi stessi. Quindi sì, è senz’altro qualcosa di più complesso se la si vuole vivere pienamente e non come una semplice cornice all’interno della quale ci occupiamo di altro.

Cosa significa, nella pratica, vivere in un bosco e prendersi cura del luogo in cui si abita? Quanto questa scelta comporta anche responsabilità verso il territorio?

Significa prima di tutto conoscerlo, acquisirne la storia ed il vissuto. Significa scavare nella memoria di chi ha abitato questi luoghi prima di noi e se n’è preso cura. Il passato non deve essere dimenticato ma integrato da nuove conoscenze e consapevolezze. Significa distaccarsi dai cliché ed osservare come funziona il mondo selvatico e come l’uomo può convivere con esso senza sentirsi dominatore e senza esserne sopraffatto. Significa conoscenza e rispetto del territorio e dell'ambiente.

Alcune persone nei commenti dicono di voler fare la stessa scelta, mentre altre temono che se tutti iniziassero a spostarsi verso la montagna questa finirebbe per essere invasa e trasformata. Secondo lei qual è il confine tra ripopolare e valorizzare l’Appennino e trasformarlo in una nuova destinazione turistica?

L’Appennino deve essere vissuto e conosciuto, nelle sue peculiarità e caratteristiche. Non è un posto per tutti, come credo nessuno lo sia, ma per chi ritrova in se stesso le medesime qualità. I luoghi in generale (in questo caso l’Appennino), non devono essere visti come semplici coreografie, oasi in cui trovare riparo in determinati momenti, senza fondersi e calarsi nelle realtà che li caratterizzano. Occorre rispetto.

Se oggi potesse tornare al giorno in cui ha deciso di mollare tutto, sapendo quello che sa adesso, lo rifarebbe?

Certamente si, nello stesso identico modo. Per chiudere il cerchio di questi anni e mettere su carta i miei pensieri, ho scritto "Anima Selvatica" edito da Antiche Porte, un piccolo libro che non ha la pretesa di insegnare nulla ma di raccontare una storia autentica.

2 COMMENTS

  1. Credo che questo “ dibattito “ e confronto di diverse opinioni vada alimentato e proseguito perché -proprio perché abbastanza originale spontaneo e insolito- sia molto molto utile a far aggiornare e arricchire la percezione e l idea di cos è e cosa può essere e diventare l Appennino, con le sue peculiari caratteristiche: limiti e qualità.

    • Firma - Fausto Giovanelli
  2. A proposito della eventualità che la montagna possa “essere invasa e trasformata”, nei giorni scorsi mi è capitato di ripassare dopo tanti anni in una località del nostro Appennino, non quello reggiano ma di pari o analoghe caratteristiche, che avevo conosciuto e ricordavo quale borgata rurale piena di vita, con gente in strada, trattori e mezzi in movimento, e muggiti che salivano dalle stalle, e che ho ritrovato adesso molto diversa da allora (o quantomeno dal ricordo che ne avevo conservato).

    Un buon numero di case figura essere ancora abitato, da come ho desunto dalle auto che vi sostavano davanti, ma non ho visto persone in giro, quasi a significare che ciascuno “fa per sé”, o quasi, il che mi ha fatto pensare abbia a trattarsi di seconde case, utilizzate durante la stagione estiva, e pure invernale visto il posto, e semmai non appartenenti più alle famiglie originarie, almeno in parte (oppure casomai date, o prese, in temporaneo affitto, così da non aver modo di potersi costituirsi in “comunità”).

    E’ forse possibile che finita l’estate, e per gran parte dell’anno, molte di tali case non siano abitate, ma è in ogni caso positivo che non siano rimaste vuote, e c’è da augurarsi che il ritorno in Appennino, o la sua scoperta per chi non vi ha le proprie radici, porti al recupero di quelle rimaste finora inabitate, ma temo che potranno apparire un qualcosa “senza anima”, agli occhi di chi aveva conosciuto la nostra montagna di un tempo, le sue tradizioni, consuetudini, maniere di “stare insieme” (e rete sociale).

    P.B. 23.08.2026

    • Firma - P.B.