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Appennino e turismo

Venire in montagna non basta. Bisogna imparare a conoscerla

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La riflessione di Alessandra Curotti parte dalla Pietra di Bismantova e arriva a un’idea diversa di turismo: più consapevole dei luoghi, più attento alla loro fragilità e più vicino alle comunità che li abitano.

La Pietra di Bismantova è una montagna che non ha bisogno di presentazioni, è una forma che riconosci prima ancora di sapere dove sei, una parete che per generazioni è stata il punto di riferimento di chi vive ai piedi dell’Appennino e che oggi è diventata anche una delle sue principali destinazioni turistiche. Il servizio del Tg2 (è possibile rivederlo qui al minuto 25:40) l’ha raccontata per quello che è nell’immaginario di chi arriva dalla città un posto bello, da vedere e dove passare una giornata. Ma la Pietra è anche altro. È geologia, paesaggio, biodiversità, storia, spiritualità, un luogo fragile che negli ultimi anni ha conosciuto una frequentazione sempre più intensa. Però dietro quella stessa attrattività c’è una domanda più ampia: come si racconta un territorio quando cresce il numero delle persone che vogliono conoscerlo? E soprattutto, come si fa a far capire a chi arriva il valore di ciò che sta attraversando?

Alessandra Curotti, geologa del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano e guida ambientale escursionistica

Per Alessandra Curotti, geologa del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano e guida ambientale escursionistica, non si tratta di stabilire in assoluto quale sia il modo giusto o sbagliato di vivere la montagna. Le persone arrivano per ragioni diverse: il grande caldo, la bellezza dei luoghi, la facile accessibilità. È però necessario incentivare le modalità, anche differenti e nuove, per accompagnare le persone alla conoscenza del luogo. Un ruolo importante lo hanno gli Enti, Il Parco Nazionale, le numerose associazioni presenti, il CAI, le comunità locali per cercare di rendere le persone più consapevoli dei valori che hanno questi luoghi. “La Pietra è una delle zone dove c’è una frequentazione molto alta e dove secondo me bisognerebbe cercare di dare un po’ più di senso alle visite. Perché maggiore conoscenza porta a maggiore rispetto del luogo” - spiega Curotti.

La Valle dei Gessi Triassici (foto Parco Nazionale)

È un ragionamento che non riguarda soltanto Bismantova. Quest’estate, con il caldo intenso in pianura, la montagna è diventata per molti una destinazione naturale, ma la pressione dei visitatori si concentra anche in altri luoghi dell’Appennino: i Gessi Triassici, le Fonti di Poiano, i laghi ceretani, il Lago Calamone. “Molti sono lì senza essere magari consapevoli del valore e anche della fragilità dei luoghi, senza pensare che una frequentazione molto alta e concentrata in brevi periodi può provocare impatti negativi. Quindi sicuramente bisogna rendere più consapevoli le persone del valore di dove stanno camminando, di ciò che li circonda."

Uno degli strumenti attraverso cui la conoscenza e sensibilità per l’ambiente può maturare sono le guide ambientali escursionistiche. Curotti appartiene a una generazione professionale che, quando ha iniziato a lavorare in Appennino, era molto meno numerosa. Oggi ci sono più corsi e più persone che scelgono di accompagnare altri dentro il territorio. Ma accompagnare, appunto, non significa soltanto arrivare da un punto all’altro. “Una guida ambientale non fa solo accompagnamento trekking: trasmette conoscenze e chiavi di interpretazione del patrimonio storico-naturale che si sta attraversando. A volte basta poco: far toccare una pianta testimone del periodo glaciale, osservare le tracce fossili su una pietra del sentiero, descrivere una tipologia architettonica dell’Appennino, parlare della storia dei castagneti che sicuramente si incontrano lungo i percorsi matildici. Il Parco propone numerose attività formative per le guide ambientali, perché è importante che abbiano conoscenze e informazioni sui progetti e sulle azioni portate avanti, sia nel territorio del Parco sia nella Riserva di Biosfera, che è ben più grande. Sono numerosi gli operatori turistici, Guide, strutture ricettive e alcuni tour operator che hanno aderito alla CETS - Carta Europea del Turismo Sostenibile - proposta dal Parco che impegna loro in azioni concrete per turismi consapevoli e a minor impatto”.

Geoguida Pietra di Bismantova e Gessi Triassici

Interpretare significa aggiungere qualcosa a quello che si vede e raccontare perché un luogo ha quelle caratteristiche, quali storie porta con sé, quale valore naturalistico possiede. È un lavoro che può essere svolto da una persona, ma anche attraverso strumenti pensati per chi sceglie di muoversi autonomamente. È anche questo uno degli obiettivi della nuova geoguida della Pietra di Bismantova e dei Gessi Triassici. La prima versione risale a dieci anni fa, è stata ristampata tre volte e ora verrà aggiornata. Viene utilizzata dalle guide ambientali, dalle scuole e dai visitatori che vogliono approfondire la conoscenza del territorio anche senza essere accompagnati. “Sono passati quasi dieci anni, quindi anche la comunicazione sarà un po’ diversa. Dieci anni fa i Gessi non erano Patrimonio dell’Umanità e ora si metterà in evidenza questo aspetto, perché lo siamo diventati insieme ad altri 6 siti gessosi dell’Emilia-Romagna, quali sono i valori universali che Unesco ha riconosciuto e le responsabilità di tutti nei confronti di questi luoghi. E’ importante far comprendere a tutti come questi luoghi offrano benefici, benessere, bellezza”.

I riconoscimenti UNESCO (MAB e Patrimonio dell’Umanità) entrano anche nel modo in cui quei luoghi vengono raccontati. E la conoscenza diventa parte di una responsabilità più ampia, perché la frequentazione lascia tracce. “I problemi ci sono: l’eccessivo calpestio e l’erosione del suolo, i rifiuti che vengono lasciati, usi impropri dei luoghi, disturbo della biodiversità...” Ma per capire quanto un luogo sia frequentato e quale pressione subisca non basta affidarsi alle impressioni. “Anche su questo il Parco sta lavorando, all’interno di Humanita, un progetto europeo che coinvolge diversi partner. Humanita, acronimo di Human Impact of Tourism on Natural Areas, nasce proprio dalla necessità di capire che cosa accade nei luoghi dove un alto valore ambientale si accompagna a una forte frequentazione. Contare le persone diventa così il primo passo per poter decidere, sulla base dei dati, come gestire quei flussi”.

Prima di decidere come intervenire, dunque, si prova a capire quante persone arrivano, quando arrivano, dove si concentrano e quale pressione esercitano sui luoghi. È un passaggio che porta il discorso sul turismo fuori dalla sola promozione. Perché l’Appennino, secondo Curotti, non ha bisogno di smettere di attrarre visitatori, ha ancora spazio e potenzialità. “Penso che il nostro territorio abbia delle ottime potenzialità e ci sia anche spazio di sviluppo consapevole: destagionalizzare le proposte, offrendo contenuti attrattivi in modo diffuso, promuovendo i nuovi turismi legati ai cammini, tutte  azioni che si stanno portando avanti; poi accade che ci siano periodi e luoghi con presenze importanti che bisogna cercare di gestire al meglio."

Cooperativa di Comunità Valle dei Cavalieri

Il punto è allora come riempire quello spazio. Una possibilità passa dal rapporto con le comunità che quei luoghi li abitano. Curotti parla di turismo di comunità non come alternativa al turismo tradizionale, ma come una delle forme attraverso cui si può entrare più profondamente in relazione con un territorio. “C'è anche una maggiore richiesta da parte delle persone che vogliono conoscere un territorio. Magari si approcciano semplicemente per fare un trekking, o un tratto di una delle vie storico-religiosa che attraversano la Riserva di Biosfera, però poi il fatto di entrare in contatto con le comunità locali, sperimentare un’accoglienza più autentica che ti fa vivere le  tradizioni, la storia, i valori, il cibo, promuovendo un’esperienza di visita e di incontro meno superficiale, penso sia davvero importante”.  Le cooperative di comunità possono inserirsi in questo modello, ma il loro ruolo, sottolinea Curotti, non riguarda soltanto chi arriva. “Il fatto che ci siano adesso più cooperative di comunità nel territorio del Parco e della Riserva è positivo non solo per il turismo, perché riescono a offrire anche dei servizi alla popolazione residente. Hanno questo duplice aspetto: proporre un turismo di tipo sostenibile e più consapevole, ma anche offrire servizi alle comunità residenti”.

È forse qui che si trova la parte più interessante, non nella contrapposizione fra turismo e tutela e nemmeno nella ricerca di un numero ideale di visitatori ma nella possibilità di cambiare il modo in cui un territorio viene attraversato, in un equilibrio, a volte difficile, tra la conservazione ambientale e la fruizione.

3 COMMENTS

  1. La prima riflessione cui, a mia volta, sono indotto da queste righe, è il dedurne che mentre si sono notoriamente spesi non pochi anni per attrarre i visitatori sul nostro territorio, ci troviamo ora a constatare che si va ragionando delle eventuali conseguenze derivabili da una eccessiva presenza di turisti, e relativa pressione ambientale, soprattutto verso determinate aree particolarmente “vulnerabili”, giacché parecchi di loro potrebbero trovarsi “lì senza essere magari consapevoli del valore e anche della fragilità dei luoghi, senza pensare che una frequentazione molto alta e concentrata in brevi periodi può provocare impatti negativi”, talché si cerca ora il modo di poter gestire il problema e porvi se del caso rimedio (pare quasi di trovarci di fronte ad una situazione andata capovolgendosi).

    La seconda deduzione che credo di poterne trarre è quella di una mancata riuscita dell’opera di informazione e sensibilizzazione esercitata in materia, e in molteplici forme, durante tutti questi anni, da parte di Enti e soggetti vari, che hanno applicato il ragionevole e saggio principio secondo cui una “maggiore conoscenza porta a maggiore rispetto del luogo”, con risultati tuttavia poco soddisfacenti, almeno in apparenza, e il ruolo delle “guide ambientali escursionistiche” si configura di indubbia importanza in tal senso, anche per evitare che si frequenti la montagna in maniera talora imprudente o troppo disinvolta, abbigliamento incluso, ma non so quanti siano coloro che se ne avvalgono in maniera abituale, o potrebbero farlo, rispetto a chi sceglie di muoversi autonomamente.

    A loro volta le Cooperative di Comunità mi sembrerebbero concepite per “offrire servizi alle comunità residenti”, in quei territori, vedi ad esempio all’interno delle nostre zone, lo spopolamento si è fatto maggiormente sentire, con annessa chiusura di diverse attività, a cominciare da quelle di natura commerciale, vedi i negozi di prossimità, e con accluso rischio che possa cedere la tenuta della rete sociale, e ancorché le Cooperative di Comunità possano verosimilmente promuovere il turismo sostenibile, nell’ambito degli scopi elencati nella L.R n. 12/2022, io non le vedrei comunque costituibili ovunque, nell’ambito montano, ossia pure laddove il tessuto sociale ancora regge, anche grazie alla perseverante tenacia, intraprendenza e “resilienza” dei nostri singoli operatori economici.

    In ogni caso tutti gli strumenti possono tornare utili per “far capire a chi arriva il valore di ciò che sta attraversando”, pur se resto nondimeno abbastanza scettico sulle risultanze, se mi vengono in mente i rifiuti abbandonati in continuazione lungo le strade, e non solo, o chi casomai si lamenta per il canto mattutino di un gallo, o per l’odore dello stallatico, o se penso al fatto che in altri Paesi della Vecchia Europa, anche fortemente industrializzati, si è comunque mantenuta una forte considerazione per l’agricoltura e grande rispetto per la terra e la campagna (campi, boschi, ecc …), perché è da lì che traiamo molteplici benefici, un concetto se vogliamo “utilitaristico” ma che ha lungamente funzionato pure da noi, e che forse dovremmo un po’ riscoprire (ma dubito abbastanza che ciò possa accadere).

    P.B. 25.08.2026

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