“Quando la vite si maritava agli oppi” il racconto di settembre di Normanna Albertini

“La tina – al femminile – era il grembo sicuro in cui l’uva diventava vino”

Le viti maritate agli oppi

La tina – al femminile – era il grembo sicuro in cui l’uva diventava vino.

Piazzata in cantina, era un’alta, maestosa signora dall’abito di legno bruno; le doghe tenute insieme da possenti cerchi di ferro.

Femmina, come le botti ben allineate lì vicino, sui basamenti contro una parete, emanava un alcunché di magia e mistero dietro la piegatura sinuosa delle assi, la loro perfetta saldatura.

Magici e misteriosi erano i rumori, i brontolii sommessi che ne scaturivano nei dieci/venti giorni seguenti la pigiatura, come indiscreto, eccessivo, aspro e felpato, era l’odore che invadeva tutte le stanze e impregnava abiti e cose. Quando sentivi quell’odore, già t’immaginavi le “mondine” ritirate dalla stufa, sbrigativamente spellate e tuffate, ancora calde, nel vino novello.

Il dolce della polpa delle castagne e dei marroni, soavemente combinato con l’acido di quel vino appena rosseggiante, dalla bassissima gradazione, ma dal sapore speciale, era una delle finestre che s’apriva sull’autunno. L’estate era davvero finita.

Io avevo paura a scendere in cantina. Era una paura infusa a dovere, a furia di raccomandazioni e favole, e serviva a tenere noi bimbetti a debita distanza dal pericolo di ruzzolare per le scale.

E lontano dal vino e dai salumi, quasi di sicuro.

Per quel che avevo capito dalle parole di mio nonno Carlo, in cantina soggiornava la Burda, una creatura spaventosa, forse una strega; un essere che mi avrebbe acchiappato per le trecce e divorato al volo.

Ogni volta, quindi, che dovevo scendere là sotto, mi prendeva un nodo alla gola e brividi freddi mi ghiacciavano la schiena, sempre immaginandomi quel mostro che usciva dal buio dietro la “moscarola” (dove salami, coppe e pancette erano protetti dalle mosche e insetti affini), o dal sottoscala.

La Burda abitava anche nel pozzo della “casa vecchia”, dove andavo a tirare su l’acqua (solo per gli usi domestici, non essendo potabile), e anche lì mi sarei voluta sbrigare per non incappare nella vecchia strega.

Ciò nonostante, dovevo trattenere le mie paure e il secchio agganciato alla catena dovevo calarlo adagio, facendo in modo che s’appoggiasse pressoché parallelamente alla superficie dell’acqua senza liberarsi, che altrimenti erano guai.

Un secchio in fondo al pozzo, sfuggito al gancio, significava dover mettere mano ai “lovv”: i “lupi”. Sorbirsi i rimbrotti di tutta la famiglia – e pure qualche scapaccione – non era divertente (però, se capitava ad un adulto, mica lo sgridavano!) e dopo stavi lì, inerme e col cuore gonfio, a guardare il nonno che afferrava la catena, risalita tutta sola, e ci attaccava quell’attrezzo, una sorta di mazzo di arpioni, o di denti ricurvi (ecco perché, forse, il nome “lupo” o “lupi”); poi lo lanciava giù, trascinandolo avanti e indietro sul fondo finché il secchio non veniva riagganciato e recuperato.

La Burda non ho mai saputo cosa fosse concretamente, ma ancora oggi scendere nella cantina dei miei mi costa un po’ di fatica…

Della cantina un altro essere – questa volta reale – mi atterriva. Aveva otto zampe, due grosse chele e una coda ricurva con tanto di pungiglione. Era nero, lo scorpione, a volte marrone scuro e, nonostante mia madre ramazzasse regolarmente il pavimento e tenesse la cantina in ordine assoluto, questo sgradito ospite era facile ritrovarselo sullo stipite della porta o ben appiattito in qualche angolo.

Eppure, quella volta che io e mio fratello, piccolissimi, decidemmo di andare a verificare laggiù cosa stesse succedendo – seguendo il brontolio della tina in fermentazione, il profumo del mosto e il volo rosseggiante di nugoli di moscerini su per le scale – non ci spaventarono né la Burda né lo scorpione.

E fu una vera catastrofe.

Probabilmente l’idea era stata mia. Ero io, di solito, quella che “strolgava”… Quella volta esagerai.

Veramente, c’eravamo già stati in cantina a seguire tutte le operazioni della pigiatura. Delegato a tale specifica azione era mio padre. Immaginai che toccasse a lui perché era alto alto, con le gambe lunghe, quindi l’unico a poter entrare nell’enorme tina senza scomparirci dentro, come io invece temevo.

Lo osservammo indossare due mutandoni di tela a righe lunghi fino alla caviglia, freschi di bucato, tagliati e cuciti da mia nonna (quelli che vestiva regolarmente mio nonno), arrotolarli fin sopra al ginocchio, poi lavarsi con cura piedi e gambe in un mastello.

Non avevo mai visto mio padre a gambe nude; non ci si scopriva, allora, anche se si facevano mestieri in cui si doveva sopportare il caldo più atroce, e non ci si scopriva, per lavarsi, davanti ai bambini. Nessun uomo portava i pantaloni corti in campagna e quasi nessuno nemmeno le maniche corte. Ho sempre visto mio nonno con le camicie a maniche lunghe arrotolate fino ai gomiti, ma mai a braccia scoperte. In famiglia, solo mio padre, muratore, osava la canottiera.

Quella volta, eccolo a gambe nude entrare nella tina e cominciare a camminarci dentro, premendo con forza sul mucchio dell’uva che vi era stata versata. Un lavoro lento, lungo, indubbiamente faticoso. Niente del folklore danzante e musicale di cui oggi lo si ammanta.

Tristi ricostruzioni filmistiche dei mestieri d’una volta che – pur da salvare, in parte, per gli aspetti didattici – mancano di deferenza alla fatica e al sapere di quella gente che davvero li ha praticati.

La vite, per esempio, richiedeva una cura e un impegno continuo, durante tutto l’arco dell’anno, inverno compreso, quando era tempo di potature. Era coltivata a piantata, cioè appoggiata a filari regolari di alberi che ricoprivano quasi tutti i campi, perlomeno quelli esposti al sole.

Anche la vite, come la tina, è femmina; in Toscana, dicevano che la vite ha bisogno “dell’omo”, e l’omo, per la vite, era un albero.

La vite si legava all’albero, l’abbracciava, vi si appoggiava per salire verso il sole, cercando il calore che faceva maturare l’uva, allontanandola dall’umidità del terreno, però non al modo di una soffocante edera malefica, né come un’ingombrante, inutile vitalba.

La vite si sposava all’albero. Era un amore: un tacito reciproco consenso. Un matrimonio con l’acero campestre (l’oppio), oppure l’olmo, il gelso, o persino il pioppo nelle zone di pianura.

In alcune parti d’Italia, non a caso chiamavano questa coltivazione “vite maritata”. È  un tipo di coltura che pare risalire agli Etruschi e che da noi si è mantenuto fino a circa quarant’anni fa.

In media montagna, la vite era dunque coltivata accontentando la sua naturale tendenza di rampicante e, di solito, non veniva innestata, né irrigata; soprattutto, non subiva trattamenti antiparassitari, fatto salvo l’uso del verderame e dello zolfo.

Tutto sommato, trattamenti naturali.

Infatti, su quegli alberi e in mezzo a quelle viti, nidificavano molteplici tipologie di uccelli, dai merli al tordo sassello, al picchio, che, regolarmente, si sentiva martellare sui tronchi. E poi cince, cinciarelle, capinere. I passeri no, i passeri preferivano i tetti che dividevano con gli storni a primavera. Sotto quelle piantate, nell’erba, quaglie, allodole che s’alzavano in volo chiassoso, upupe in cerca di formiche, donnole a caccia di pulcini. E la ballerina grigia, dal capo scuro, che saltellava nel fieno mentre si rastrellava. Tutto un mondo animale andato perduto con lo sradicamento di quel tipo di vigneto.

Quelle piantate erano inoltre, per me, un bel parco giochi. Sapevo arrampicarmi su ogni albero, sfruttando proprio i sarmenti legnosi della vite abbarbicati ai tronchi e, poiché le piante erano regolarmente potate a formare, nella chioma, una sorta di ombrello rovesciato, alla biforcazione dei rami c’era sufficiente spazio per immaginare di trovarsi in un fortilizio.

Conoscevo ogni albero e, quando la nebbia invadeva i campi, sognavo di trovarmi in una palude, di navigare lì in mezzo su una canoa, alla maniera di una squaw indiana – come avevo visto nei fumetti di Tex Willer – e che ogni albero fosse una tenda-rifugio.

Mio padre, che lavorava fuori e che tornava solo a sera, nulla sapeva di questi miei giochi e rimase di sasso quando, un giorno, mi vide lassù, sull’ultimo ramo di un oppio. Mi sgridò a dovere, mi ordinò di scendere, spiegandomi cosa mi sarebbe potuto succedere se fossi caduta, e mi disse di non farlo mai più. Non sapeva, lui, che io m’arrampicavo ovunque: su alberi, calanchi, muri delle case, persino sugli enormi gradini della cava di pietra del Monte Battuta.

L’avevo imparato da Tex Willer, che sempre s’arrampicava sui muri e sulle rocce, quand’era il caso…

In mezzo alle viti, in ogni campo, nelle posizioni più soleggiate, c’erano le piante dei meli e dei peri. Frutti antichi, frutti oggi scomparsi; frutti che non necessitavano di nessun trattamento, perché resistenti a parassiti e malattie. Soltanto poche, contenute potature era il lavoro che richiedevano.

La mela ruggine, o francese, dal colore rosato rugginoso e dalla polpa zuccherina, farinosa, era la prima a maturare; poi la mela rosa, che durava tutto l’inverno, e il “pomb costle” , una mela rossa, dalla polpa succosa e dalla forma simile alla stark; la mela renetta, che la mamma usava per fare le frittelle, intinte nella pastella dolce, e le torte; il “pomb campanin”, una mela piccola, giallo/verde, dalla buccia sottile, polpa bianca, dolce e fragrante.

La fioritura dei peri e dei meli, con i loro racemi di fiori candidi, era tutto un ronzio di api e di bombi, un profumo unico, e i petali che il vento spandeva intorno andavano ad imbiancare l’erba giovane dei prati.

Allorché sradicarono la piantata, e vidi il trattore (un Same Leone dei fratelli Magnani del Fariolo) estirpare gli alberi uno ad uno, dopo che, intorno, avevano scavato, squarciandone le radici, provai un dolore immenso: mi sembrò uno scempio, uno spreco, uno sfregio alla natura, alla bellezza, al creato; un vero peccato mortale.

Lo fecero perché, ormai, i trattori, sempre più grossi, non riuscivano più a muoversi in mezzo e sotto ai fili di ferro che collegavano gli alberi e su cui si stendeva la vite; inoltre, l’operazione dell’aratura risultava quasi impossibile e, intorno ad ogni pianta, bisognava vangare e pure tagliare l’erba con la falce. E poi c’era il clima: mio nonno diceva che l’uva non maturava più come prima, che qualcosa era cambiato.

Il vino pareva sempre più brusco, con una gradazione sempre più bassa e finiva per fare i fiori , cioè si riempiva di fiocchi biancastri, credo d’origine fungina. Mio nonno dava la colpa agli aratri che andavano troppo a fondo e rovinavano le radici delle piante, e poi al tempo, che non era più quello di una volta. Penso a quel che deve aver provato a veder distrutto tutto il suo lavoro di anni e anni, tutte quelle piante amorevolmente curate per una vita…

La prima uva a maturare era quella dello “Stet”, un campo in basso, molto in basso rispetto alla casa; una specie di conca che imprigionava il calore del sole per il godimento delle viti.

Era un filare abbastanza basso perché io potessi arrivare ai grappoli: densi, dai chicchi completamente appiccicati uno all’altro, neri e di nero, dolcissimo succo. Prendevo un pezzo di pane e correvo fin là, staccavo un grappolo, poi un altro, e mangiavo pane e uva. In estate lo avevo fatto con le amarene: pane e amarene; più tardi, lo avrei fatto con le noci.

Tutto si doveva mangiare col pane, era un imperativo categorico: la frutta, la pastasciutta, il minestrone, il budino, per non parlare dei salumi.

Se osavi metterti in bocca una fetta di prosciutto senza pane, ecco che partiva l’imprecazione: “Non mangiare a cane! Prendi il pane!”

In ogni nuova stagione, mio nonno faceva dunque i trattamenti con la poltiglia bordolese e con lo zolfo alle sue viti.

Quand’egli portava a casa i cristalli azzurrognoli del verderame, quasi gioielli preziosi, io lo seguivo, curiosa, in tutte le fasi della preparazione dell’acqua delle viti.

Dopo aver preparato il verderame, lui partiva con la carriola di ferro, la ruota che faticava ad avanzare nel terreno cedevole, e cominciava a spruzzare il portentoso liquido celeste-turchese sui filari. In realtà, se poi ne avanzava, l’acqua delle viti veniva spruzzata un po’ ovunque: nell’orto, sulle verdure e sulle rose.

Il celeste-turchese arrivava dappertutto e alcuni spruzzi rimanevano per un po’ in giro, finché le piogge non lo scolorivano; ci volevano però giorni e giorni prima che tutte le viti fossero adeguatamente irrorate e messe al sicuro da infezioni fungine.

Era spossante spingere quella pesante carriola, fermarsi, spruzzare, ripartire; riempirla quando l’acqua era esaurita. E il trattamento andava poi ripetuto.

In seguito, si passava allo zolfo. Aveva un mantice, mio nonno, simile a quello che avevo visto nella fucina dei cavapietre a Predolo, ma molto più piccolo. Era attaccato a due stanghette di legno che, aperte, gli facevano prendere aria e, richiuse soffiavano quell’aria attraverso un serbatoio pieno di zolfo, poi in un tubo da cui la polvere dorata finiva sulle piante.

Credo che fossero tre i trattamenti da fare con lo zolfo, e mio nonno rientrava sempre in casa completamente giallo-uovo da capo a piedi.

Lo zolfo che mio nonno usava per le viti aveva anche un’altra funzione: quella di essere impiegato come disinfestante per lo “scrigno”, il cassone dove si metteva il grano dopo la trebbiatura, e pure per le stanze, se infestate da qualche insetto. Mia nonna Eva prendeva una “padella” – di quelle che si usavano per scaldare il letto con le braci e il “prete” di legno – , ci metteva cenere, braci, poi, credo, lo zolfo sulle braci e di nuovo la cenere. Ne scaturiva un odore nauseabondo, un gas sicuramente tossico (anidride solforosa?); la padella veniva collocata nello “scrigno” o nella stanza da disinfestare e poi il tutto veniva accuratamente sigillato.

Non so per quanto tempo lo zolfo dovesse agire, ma quando il cassone veniva aperto, c’erano sempre piccoli insetti stecchiti sul fondo. Ora lo “scrigno” poteva accogliere il grano con sufficiente sicurezza. Usando il verderame, o qualcosa del genere, ricordo invece una sorta di concia delle sementi del frumento prima della semina, forse la mattina stessa.

Era tutto di mio nonno il lavoro intorno alle viti.

Un anno che s’era slogato una spalla, prese mio fratello, ch’era un ragazzino, e lo mandò sugli alberi. Gli disse, passo passo, dove tagliare, dove potare sia il tutore, sia la vite. Perciò, quell’anno, la potatura la fece mio fratello. Senza tragedie, ch’era così in campagna: gli adulti non si preoccupavano di crearti grandi traumi; sapevano che, se seguivi le loro istruzioni, potevi imparare; sapevano che ne avevi le capacità, perché loro c’erano già passati. E tu imparavi, e questo, poi, ti dava una grande sicurezza.

È un filo di comunicazione del sapere tra generazioni che la modernità ha interrotto, creando, probabilmente, spaventose fragilità – e solitudine – nei giovani.

Prendere coscienza di essere capaci di fare tante cose e arricchirsene, pian piano, sotto la supervisione degli adulti, aumentava gradualmente l’autostima, e questo era uno dei lati positivi della civiltà contadina. Uno di quelli negativi, invece, era la poca sorveglianza sui bambini.

Sì, il controllo sociale, nei paesi, era tanto e ogni adulto si sentiva in dovere di sgridare o riprendere ogni minore, parente o meno, ma, in genere, si contava troppo sul buonsenso dei piccoli e le donne – mamme e nonne e zie – erano sempre troppo impegnate nei loro lavori per riuscire a tenere d’occhio a sufficienza i figli e i nipoti.

Si era liberi di muoversi, di esplorare, di dare sfogo alla propria infantile curiosità.

Come quella volta, funesta, in cui io e mio fratello (forse tre anni lui e quattro io) scendemmo in cantina a controllare il brontolio del mosto.

Mettemmo l’orecchio contro la tina: dentro era tutto un gorgoglio; era come se il liquido bollisse e, in alto, un nugolo di moscerini del vino pareva abbeverarsi, nuotando nei vapori pungenti che esalavano dalle uve in fermento. L’odore era straordinario, acre, brusco come frutta non ancora matura e sollecitava le papille gustative.

Non so se sia stata voglia di assaggiare quel vino o semplice curiosità, ma uno di noi due (non ricordo chi…) cominciò ad armeggiare intorno a quello che pareva un rubinetto, collocato in basso nella tina. Lo chiamavano “spinello” e, da lì, alla fine del processo di fermentazione, mio nonno avrebbe spillato un bicchiere di liquido per valutare se era pronto da travasare nelle botti.

Traffica traffica, lo “spinello” si aprì.

Il vino cominciò a scendere, copioso, in terra. Provammo a chiudere, ma non ci riuscimmo. Era un fiume di vino, ormai, che si allargava sulla pavimentazione di cemento. Scappammo.

Richiamata, presumibilmente, dal forte odore, mia madre scese in cantina e scoprì il disastro. Da quel momento, per me è il buio: non ricordo niente. Senz’altro, presi talmente tante botte che la mia mente ha cancellato tutto. Mi hanno raccontato, più avanti negli anni, che, dopo aver richiuso lo “spinello”, mia madre e mia nonna cominciarono a raccattare tutto il vino possibile, lo filtrarono e… lo riciclarono. Insomma: si poteva buttare via il lavoro di un anno?

Il vino, dal pavimento, dunque, per quanto possibile, finì nelle botti e venne bevuto durante l’anno.

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10 Commenti

  1. Bel racconto, ricco di nomenclatura di cose che i nostri nonni hanno usato, ricco di storia e stupenda la riflessione in cui, i “grandi” insegnavano ai giovani il FARE, che dava loro sicurezza e la manualità che “imparata, è per sempre”. Bravissima Normanna.

    (Ilde Rosati)

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  2. Grazie Signora Albertini, leggo sempre con piacere e ammirazione i Suoi bei racconti di tempi e usanze passate. Rivedo la mia infanzia. Ho 85 anni compiuti vedovo e senza figli passo il tempo in compagnia di Wikipedia, Redacon e i suoi racconti. Mi sebra di rivivere i miei anni d’infanzia. Il computer con la risorsa dello zoom facilita la lettura e reende ancor piu gradevoli i racconti
    Ancora grazie

    (ErmeteMuzzini)

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  3. Grazie, signor Muzzini! Per me è emozionante sapere che lei apprezza i miei racconti e, soprattutto, che riescono a riportarla indietro nei ricordi. Quando si scrivono queste cose è facile cadere nel patetico, nell’eccesso zuccheroso del “come si stava bene una volta”, che, invece, vorrei evitare. Cerco di scrivere soltanto per fermare un pezzo della storia dei campi (quella che ho fatto in tempo a vivere), attraverso gli occhi disincantati di una bambina curiosa e vivace. Anche Ilde Rosati sta facendo la stessa cosa, a suo modo, per esempio, con le sue belle illustrazioni degli attrezzi e oggetti ormai scomparsi di quella civiltà. Così come un grande servizio alla memoria viene da Savino Rabotti con le sue opere. Grazie a tutti!

    (Normanna Albertini)

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  4. Sempre molto belli, suggestivi e pieni di ricordi questi racconti che fanno parte del patrimonio comune di una generazione che poi ha visto cambiamenti velocissimi nella società. Grazie!

    (Elisabetta Marmiroli)

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  5. Normanna, ti ringrazio nuovamente per i ricordi che susciti in me, ricordi che alla soglia imminente dei 60 (e per la ancora piena attività lavorativa agricola, per altri 7 anni a causa di un regalo recente) erano quasi sopiti. Ti informo inoltre che i tuoi racconti li stampo e li porto ai miei genitori di 84 e 76 anni, i quali non dispongono di un pc e che li leggono provando un immenso piacere dalla lettura e li conservano tutti gelosamente, commentandoli con me alla visita successiva.

    (Luciano)

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  6. Che delizia e che piacere questo prezioso regalar memoria.

    (Annarosa)

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  7. Grazie Normanna del bellissimo racconto. La parola “tina” mi era scomparsa dalla mente e grazie a te mi è ritornata a galla assieme a tante altre operazioni collegate al vino.

    (Elio Bellocchi)

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  8. Racconto sublime, che riporta all’infanzia, io abitavo ed abito a Tizzola e direi che il racconto è un quadro autentico di vita vissuta dai bambini nella nostra società rurale ormai scomparsa.

    (Danilo Albertini)

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  9. Straordinariamente vivace, maturo e al contempo ingenuo questo vibrante racconto. Complimenti! Mi è stato suggerito da Luisa Valdesalici (non so se è un’amica comune) e data la sua sensibilità non avevo alcun dubbio sul fatto che mi sarebbe piaciuto.

    (Rita)

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  10. Ho sempre letto ogni suo racconto, anzi letto e riletto. Non ho mai commentato perché sono certa che ogni mia parola non riesce a comunicare l’emozione che provo nella lettura. Ho suggerito questo ultimo racconto ad un’amica, Rita Cerretti, conosciuta virtualmente tramite blog, poi conosciuta anche personalmente. L’ultimo suo post era dedicato al lavoro dei contadini per avere poi quel prezioso prodotto che è il vino (che ha anche un grande significato religioso). Nel suo caso erano contadini spezzini. Ha poi associato al racconto del lavoro manuale poesie di Pablo Neruda ed una di un autore locale. Mi pareva che questo racconto fosse un arricchimento al post della mia amica. L’ho condiviso, tramite FB, certa che lo avrebbe apprezzato, era inevitabile! Ed ora come concludo? Complimenti! Sì complimenti ma con un’aggiunta: spero di leggere e rileggere presto un altro racconto. Dimenticavo un “piccolo particolare”… l’età… i miei 65 anni mi fanno apprezzare ogni particolare. Grazie! Sì, forse grazie, anche per me, è una parola che può compensare il suo raccontare.

    (Luisa Valdesalici)

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