Racconti d’Appennino 6 / Cuore di Vetto

Sfidando il caldo della risalita, mi sono avviata verso il paese presto, con Gandhi al guinzaglio, per comprare il giornale. La luce della mattina é unica da queste parti e l'aria è veramente aria, difficile definirla diversamente. Fresco sulla pelle. Mi arrivano da lontano echi di lavoro dai campi, dai cantieri, da qualche officina ma mi é impossibile dire quanto lontani, tutto é dilatato in uno spazio immenso. A quell'ora non si incontrano altri camminatori, ma se succede ci si saluta con un buongiorno complice e già amico.

Sulla strada incontro Kiflé, un medico eritreo naturalizzato vettese dall'elegante parlata afro/emiliana, un passato di militante per la liberazione della sua terra. La nostra conoscenza risale all'anno scorso, in cui con sua moglie e altri amici abbiamo trascorso una bella serata estiva chiacchierando  e ridendo ad un concerto di musica ebraico gitana mangiando gnocco fritto!

Strane storie. In paese, taglio per il borgo vecchio di Vetto, che é carino da morire ed é pressoché disabitato. O almeno cosi sembra. Fatto di pietra e legno. Tutto appare piccolo, essenziale. Anche le case, stanze misurate e altezze "appena quanto basta". Piú facile stare caldi d'inverno. Gironzolo. Si aprono vicoli stretti e piazzette che ricordano set cinematografici del neorealismo. Dettagli rivelano un passato in cui la gente viveva gli spazi insieme e condivideva cose e fatiche. Il pozzo dell'acqua, una panchina/tronco, un'altra panchina di pietra addossata a un muro, un grande forno con uno sportello di ferro arrugginito e ombre di fumo nero tutto intorno. Anelli per legare i cavalli, ferri fuori dalle porte per pulire dal fango gli scarponi prima di entrare in casa.  C'é una stalla che sembra evacuata da poco... Noto un po' di paglia in una mangiatoia, una ruota di legno di un carro e tini sbiaditi sul fondo della stanza. Un interruttore di ceramica bianca, inferiate di ferro battuto. Vago odore di vacche. Mi passa di fianco una donnina con un grande cesto di vimini fra le mani abbronzate e un foulard annodato sulla testa. Un grembiulone fiorito. L'odierna razdura? Cammino dietro di lei per un vicoletto silenzioso  fino a che svolta l'angolo e...

Bello perdersi senza meta alla scoperta di un tempo perduto - penso - oggi arrivo fino al vecchio forno... sfornano il pane nero cotto a legna e non voglio tornare a casa senza!

(Paola Savi)

* * *

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2 Commenti

  1. Racconto meraviglioso. Mi sembrava di esserci io pure. Il paese dove sono nata è piccolissimo ma bello e io a volte girandolo alle prime luci dell’alba, quand’ero ragazza, mi fermavo, chiudevo gli occhi e mi immaginavo come doveva essere bello una volta quando si condivideva tutto quello che faceva stare insieme, dal mangiare, al lavoro, al relax e non esisteva questo assurdo individualismo di massa!

    (Mariapia Corsi)

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  2. Grazie….. Che bello paola

    (Paola Savi)

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