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Quasimodo, l’uomo deforme

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Quando, nel 1831, Victor Hugo scrisse “Notre Dame de Paris”, decise di ambientare la vicenda nel Medioevo, epoca di streghe al rogo e gobbi portafortuna, di superstizioni e formule magiche, di zingari e demoni.
A volte bastava un tratto fisico sbagliato per condannare una persona.
Quasimodo di tratti fisici sbagliati ne ha parecchi.
Sono passati due secoli, e il suo personaggio appare ormai un simbolo consolidato, l'emblema intramontabile della deformità, dell'uomo simile al mostro. Dopo di lui, “brutti”, i “mostruosi” hanno sempre più popolato arte, cinema e letteratura; tra i molti, mi vengono in mente l'Elephant Man di David Lynch, l'Edward mani di forbice di Tim Burton, Frankenstein, Cyrano de Bergerac.
La descrizione attraverso cui Victor Hugo presenta il suo Quasimodo appare efficace quanto impietosa: il naso tetraedico, la bocca a ferro di cavallo, quel cespuglio rosso e quella enorme verruca a nascondere gli occhi, i denti simili ai merli di una fortezza, il labbro calloso, il mento forcuto e, soprattutto, l'espressione diffusa su tutto ciò, di quel misto di malizia, stupore e tristezza. Sotto la testa, tra le spalle, una gobba enorme, e poi gambe simili a lame di roncole, piedi enormi, mani mostruose; e insieme a tanta deformità un certo qual portamento vigoroso, agile e coraggioso, tale da incutere timore: tutto questo è Quasimodo. Ci si immagini, se mai è possibile, quell'insieme.
La sua bruttezza è alla base della sua infelicità.
La sua bruttezza è il suo handicap, capace di condizionargli in modo pesante l'intera esistenza. È questa la sua prigione. Il campanile viene dopo.
Per tutti, Quasimodo non è altro che il campanaro, il gobbo di Notre Dame, il guercio, lo storpio. Oltre non è possibile andare. L'eccessiva deformità spaventa, non consente approfondimenti, non consente di indagare spirito, carattere, intelligenza, risorse, sensibilità. Evviva! Evviva! Grida la folla senza capire.
La bruttezza genera rifiuto e paura.
Stiano attente le donne gravide!
È il diavolo.
Ci getta il malocchio dai camini.
Oh, che brutta anima!
Che orrore!
Oh, maschera dell'Anticristo!
Ciò che non si conosce fa paura.
Il diverso turba la quiete, mette in gioco ogni sicurezza, molto spesso avvicina a verità indesiderate. Il rifiuto non è quindi altro che una difesa nei confronti del diverso che può far male.
Esiste un criterio per stabilire ciò che è bello e ciò che è brutto?
Non credo sia mai esistita una ricetta precisa, ma certamente alla risposta concorrono numerosi fattori, tra i quali grande importanza riveste il contesto socio-culturale, politico ed economico. Il gusto estetico di ogni persona non è mai solo soggettivo, così come non è mai freddo, mai può fare a meno dei sentimenti.
Il padre adottivo di Quasimodo è un potente arcidiacono, e nel medioevo un potente arcidiacono non poteva permettersi un figliastro deforme. Per lui Quasimodo, guercio, gobbo, storpio, non era che un press'a poco, un essere da nascondere all'intera comunità, segregandolo sui tetti della cattedrale, rendendolo lo schiavo più sottomesso, il servo più docile, il cane da guardia più vigilante.
Una vita normale non è concessa a Quasimodo: egli non può camminare spensierato per le strade della sua città, conoscere gente, comunicare, guardarsi intorno, amare. Non può, ma vorrebbe.
Vorrebbe passeggiare, fare amicizia, parlare, sperimentare e sperimentarsi, amare. Vivere. Ma non può.
Però non si rassegna, e grazie a una donna prova ad andare oltre le sue prigioni. Questa donna è Esmeralda, la zingara che balla e fa magie, la ragazza inquietante e ammaliante, la figlia del vento, la ladra. Una donna pericolosa, da evitare, una donna che vive ai margini, sempre in bilico tra la realtà e la leggenda. Una donna speciale e inesplorata, come speciale e inesplorato è il suo compagno di morte. Quasimodo, il campanaro. Quasimodo, l'alter ego di tutti coloro per cui l'apparenza è una gabbia.