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“ModiDi” essere lesbiche e bisessuali nei servizi sanitari italiani

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MODI DI, realizzata in collaborazione e con il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità è la prima ricerca estensiva sulla salute della popolazione lesbica e bisessuale realizzata in Italia. Tramite un questionario somministrato attraverso una molteplicità di canali, sono stati raccolti dati statisticamente attendibili su una serie di argomenti di rilievo: stato di salute, pratiche sessuali, fattori di rischio e di protezione nei confronti dell'HIV e MTS, uso di sostanze, visibilità sociale, modalità di accesso alle risorse istituzionali di prevenzione e benessere ed alla vita di comunità.
Il campione analizzato di 2084 femmine è composto da donne che risiedono per la maggior parte al nord del Paese (62,4,% al Nord, 21,3% al Centro, 16,3 % al Sud), il campione includeva donne che si definivano con un'etichetta che fa riferimento all'omosessualità e/o ha avuto un rapporto sessuale lesbico negli ultimi 12 mesi. La distribuzione per fasce d’età è a favore delle giovani, l’età media è infatti di 29 anni.

E’ un ritratto di luci e di ombre quello sulla condizione delle FSF in Italia che emerge dall'analisi della ricerca, condotte su un campione di 2084 femmine, che si autodefiniscono lesbiche in meno della metà dei casi: Quelle che si definiscono “lesbica” sono infatti il 40,7%. Tra le altre il 6,5% sceglie “omosessuale”, il 4,5% “gay”, ma ben il 28,2% solitamente non usa definizioni (più del doppio del campione maschile), il 13,3% è bisessuale. “Altro” è indicato dal 4,2% e il restante 2,6% si divide tra “non so” e “eterosessuale”.

Se alcuni aspetti i risultati della ricerca testimoniano una realtà più evoluta di quanto si credesse, come la genitorialità (il 20,5% delle lesbiche, con più di 40 anni, hanno almeno un figlio), altri, come la visibilità con i familiari, i colleghi e gli operatori dei servizi, sottolineano ancora una situazione sociale difficile.
Solo il 15% delle donne del campione esaminato sono infatti pienamente “visibili”, cioè non nascondono il proprio orientamento sessuale in alcun ambito sociale: con gli amici, in famiglia, con i propri colleghi di lavoro o studio. E il 4,1% delle donne, invece, non ne ha mai parlato con nessuno.

L’ambito in cui risulta più facile fare “coming out” è quello degli amici, che ne sono tutti o quasi a conoscenza nel 53,7% dei casi. Più impegnativa appare la situazione in famiglia, dove solo il 38,9% delle intervistate ha svelato il proprio orientamento sessuale omosessualità a tutti o quasi i familiari più stretti, mentre il 30% non ne ha mai parlato ad alcuno. L’ambiente più difficile per il “coming out” è infine il luogo di lavoro, dove solo una minoranza del 21,5% delle partecipanti condivide con i colleghi questa parte di sé, contro il 36,5% che non ne ha mai fatto parola. La visibilità sembra essere particolarmente legata all’età e alla zona geografica di residenza: sono infatti le più giovani e le donne che risiedono al Sud a dichiararsi meno.

Per quanto riguarda la relazione con i servizi psico-sanitari è opportuno sottolineare come a fronte di un uso adeguato dei servizi istituzionali (le percentuali del campione superano infatti le medie Istat nazionali per controlli ginecologici effettuati, evidenziando un dato in controtendenza rispetto agli studi internazionali che rilevano un minor ricorso al pap-test e alla mammografia per le DSD(1)) sono una minoranza le donne che rivelano il proprio orientamento sessuale agli operatori dei servizi. Infatti solo il 13,2% ha parlato di questo aspetto di sé con il medico di base, percentuale che sale con il ginecologo, il 29,7% infatti si è svelata. Questo dato può forse essere in parte spiegato dal fatto che il 34,5% delle partecipanti è molto o abbastanza d’accordo con questa considerazione:

“Temo di ricevere un trattamento peggiore a causa del mio orientamento sessuale, quando mi rivolgo a medici o infermieri”, poco o per nulla il 54,1%, l’11,4% non sa.
Così , nonostante il 69,3% dichiari molto importante la conoscenza dell’orientamento sessuale da parte del ginecologo, solo il 23,5% si dichiara.

La percezione delle intervistate è che la relazione con il medico o il ginecologo dopo lo svelamento sia rimasta uguale o leggermente migliorata. Poche ne indicano un peggioramento. Lo svelamento sembra mantenere invariata la relazione: la conoscenza dell’orientamento sessuale della propria paziente non viene usata, dal ginecologo, come risorsa relazionale importante?
Al campione è stato chiesto cosa hanno risposto alla domanda “Fa uso di anticoncezionali?” fatta dal ginecologo.

Dai dati emerge che in una domanda di routine come questa essa non viene usata dalle pazienti come una possibilità di svelamento; infatti, il 30% delle rispondenti dichiara generalmente di non farne uso non specificando il motivo rispetto al suo lesbismo. E’ da sottolineare, però, che questa domanda parte dall’assunzione di eterosessualità delle pazienti senza rilevare in sede di primo colloquio l’orientamento sessuale o i comportamenti sessuali delle proprie pazienti. Tuttavia nel 26% dei casi il ginecologo non propone questa domanda lasciando quindi, forse, alla donna la possibilità di esprimersi se la questione è per lei significativa e non dandone per implicito rilevanza a priori.

Un dato interessante riguarda lo svelamento allo psicologo: il 21,3% dichiara che questo professionista non è a conoscenza (o non sa) dell’orientamento sessuale della paziente. Proprio in un contesto in cui si condividono parti di sé questo aspetto non viene rivelato? La paziente potrebbe essere preoccupata di come la pensa il terapeuta, anticipando, per esempio reazioni negative?

Questa ipotesi è suffragata dal fatto che il 10,8% delle partecipanti ha dichiarato che il proprio terapeuta ha idee negative sull’omosessualità.

Secondo i dati epidemiologici, 1 persona su 20 ha nel corso della sua vita esperienze sessuali occasionali o continuative con persone dello stesso sesso. Ciononostante questa ricerca ha mostrato che la maggioranza delle lesbiche e bisessuali non svela il proprio orientamento sessuale al medico (di base, ginecologo,…). Cosa rende difficile l’incontro tra donne lesbiche/bisesuali e operatori sanitari? Da un lato la difficoltà delle donne lesbiche e bisessuali a svelarsi, dall’altro lato l’assunzione a priori di eterosessualità delle utenti da parte degli operatori che ostacola la comunicazione.

Questa invisibilità nei contesti sanitari può avere effetti rilevanti per il benessere psicofisico delle donne lesbiche e bisessuali; se il professionista sanitario potrebbe essere quindi portato talvolta a sottostimare la consistenza numerica di queste pazienti le cui problematiche rischiano di rimanere invisibili, le donne lesbiche/bisessuali perdono l’opportunità di segnalare i propri bisogni e di essere a proprio agio in questo contesto relazionale.

Margherita Graglia, psicologa e psicoterapeuta:
Oltre all’attività clinica, opera come formatrice e consulente all’interno di vari progetti, italiani ed europei, inerenti l’orientamento sessuale e l'identità di genere. E’ autrice di diversi articoli sui temi della salute mentale e dell’orientamento sessuale e co-curatrice di “Gay e lesbiche in psicoterapia” (2006, Raffaello Cortina) e “Orientarsi nella diversità” (2004).

(Fonte: Risky-Re: Network Informativo sui Comportamenti a Rischio)
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Note
1) Donne che fanno sesso con donne