Mettersi nelle mani dell’altro

“E ora qui viene il bello!” mi dico, segretamente sorridendo, quando si passa all’esercizio pratico. Come diceva Giambattista Vico “la pratica invera la teoria”, di questa, infatti, la pratica ne verifica la bontà. Siamo di fronte a coppie di fidanzati in un corso di formazione, tutti figli di emigranti. Imparano, così, a mettersi nelle mani dell’altro. Imparano, in fondo, una qualità essenziale per la loro vita a due: la fiducia.

Test efficace. Li guardo allora lentamente bendare gli occhi del partner, accompagnarlo dolcemente fuori, passo passo... “Attento c’è un gradino... ora c’e un ostacolo, bada...” Poi, seduti, lo si imbocca, gli si dà qualcosa da mangiare... Sembra di trovarsi, di colpo, davanti - invece che a dei giovani belli e robusti - a una coppia di vecchietti, dopo un lungo cammino di... fiducia reciproca! Bella, originale lezione, che contrasta con lo spirito del nostro tempo: non cedere all’altro. Restare fermi sul proprio punto di vista. Mantenersi solidamente in piedi, sicuri del proprio io.

Mettersi nelle mani dell’altro è un’arte lunga e consumata dei migranti, dei genitori di questi giovani nati qui all’estero. Anzi, è il senso stesso della loro esistenza. A occhi chiusi hanno imparato a vivere un’altra vita, un altro ritmo, in una società radicalmente differente, quella inglese. Hanno imparato a lasciarsi portare dai meccanismi di un nuovo mondo, sapendo che la cosa più importante per gli esseri umani non è imparare a sopravvivere o ad essere più competitivi, ma imparare a vivere insieme. E semmai, spesso, a vivere di fede. Me lo ricorda ancora Olga, anziana emigrata italiana, mentre scende nella profonda, oscura metropolitana londinese. “Mia nuora ha paura di scendere al tube, ma me Dio mi aiuta!”

Alla domenica, vedendoli alla messa portare il pane e il vino durante la presentazione dei doni li osservo interiormente. Questa bella processione la fanno con dignità e un certo sano orgoglio: pare sappiano, avanzando, che è la loro vita che portano davanti a Dio. Il pane passato tra infinite mani per crescere, trasformarsi in farina, cuocersi al forno è la loro storia. E l’uva nell’essere coltivata, raccolta, trasformata, diventando un vino meraviglioso è la loro esistenza. Trasformata da tante mani, da modi differenti di vivere, di parlare, di incontrarsi la loro vita in emigrazione ha fatto lo stesso cammino. E si è fatta bella. Complessa. Originale. “Ha saputo introdurre speranza nelle vene della Storia” direbbe don Tonino Bello.

Ormai quasi a Pasqua, questa settimana in cui ogni giorno è santo fa rivivere a loro la vita e la morte del Figlio dell’Uomo, in un modo tutto particolare. In lui, nato fuori casa, rifugiato in Egitto, formato dal deserto, percorrendo la Palestina in ogni senso... avvertono il valore profondo del migrare e soprattutto il coraggio. Quello di mettere una vita inerme, la sua, nelle mani degli uomini, di una croce, nelle mani del mondo infine. Come loro. Perchè “chi vuole la pace - aggiunge sentenziosamente Vincenzo, un anziano emigrato meridionale - vede, ascolta e tace!”.
In fondo, in questi giorni santi i nostri emigranti sentono quanto è importante per il Cristo conservare viva, in mezzo al suo martirio, una forza paradossale: la fiducia. Mettersi interamente nelle mani del Padre. Così vorrebbero fare loro, un giorno. E lo trovo straordinario.

(Renato Zilio, missionario scalabriniano a Londra)

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