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L’archivio racconta 1 / La storia di Gaetana Fabbiani

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Iniziamo con questo articolo ad esplorare gli archivi castelnovesi. Ci guida Corrado Giansoldati, appassionato della materia, che sta conducendo interessanti ricerche di cui parleremo a tempo debito. Intanto gustiamoci, volta per volta, le storie che fanno capolino dai vecchi fogli sbiaditi... Buona lettura.

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La prima storia che il nostro archivio ci racconta parla di una giovane che nacque a Castelnovo e, coraggiosamente, volle andare incontro alla vita in un luogo sconosciuto e lontanissimo, specie per quei tempi: Poggio Bustone, in provincia di Rieti, arrampicato sulle impervie montagne della Sabina, a fianco del Terminillo, territorio che allora era Umbria, prima che il fascismo annettesse al Lazio anche la provincia di Rieti. Era una maestrina nemmeno ventenne e dovette essere proprio la necessità di lavorare a portarla in quel luogo impossibile di cui, certo, qualcuno le aveva parlato. Conobbe un giovane del posto, anch’egli maestro nella stessa scuola elementare, e lo sposò. Ma ora lasciamo che sia l’archivio a proseguire il racconto, dando voce ai documenti per rendere vani lo spazio ed il tempo che, altrimenti, ci escluderebbero inesorabilmente dalla conoscenza di questa bella storia.

Ritorniamo allora a Castelnovo, nella canonica della Pieve, dove, il 25 aprile 1940, l’arciprete Don Antonio Ugoletti riceve una lettera spedita il giorno prima da Pistoia. In bella calligrafia, il mittente scrive: “Reverendissimo Signore, anche a nome di mio fratello Giovanni, Vescovo di Livorno, vengo a pregarla di un favore. Avrei bisogno del certificato di Battesimo della mia povera madre, Fabbiani Gaetana, nata a Castelnuovo nel 1855 e battezzata presso codesta chiesa.
Detto certificato mi serve per sposarmi. Le sarei tanto grato se potesse inviarmelo con sollecitudine. Accludo lire dieci per le spese che potrà incontrare e se poi vi fosse da pagare qualche cosa me lo faccia sapere e tosto invierò la somma richiesta. Il certificato lo mandi, per favore, raccomandato.
Grazie e saluti cordialissimi anche da parte di mio fratello
.
Devot. mo
Cav. Guido Piccioni – Insegnante
Pistoia – Via Mura Urbane”.

L’arciprete, certamente colpito dalla prestigiosa parentela vantata dall’interlocutore, si premura di rispondere subito e lo fa con la sua ormai collaudata macchina da scrivere che usa sin dal tempo in cui, fra il 1920 ed il 1928, era cappellano alla Pieve: il Vescovo Brettoni e l’arciprete Bertoldi scrivevano ancora a mano, lui lo faceva già a macchina. Ma leggiamo la risposta di Don Antonio.

Don Antonio Ugoletti

Ill.mo Signore, eccoLe l’atto di Battesimo della sua compianta Mamma e voglia gradire i miei auguri per il suo prossimo matrimonio. E vivissime grazie Le esprimo per la sua, la quale mi ha rivelato con grande sorpresa e gioia ch’è stata madre di Mons. Vescovo di Livorno una donna nata in nostra parrocchia.
Ho subito sfogliato un vecchio registro di stato d’anime ed ho ritrovato la famiglia dei suoi avi materni, Fabbiani Giuseppe e Betalli Fortunata (a loro volta figli, rispettivamente, di Michele e Margherita Bazzoli e di Giovanni e Teresa Corsi, ndr) annotati col numeroso seguito di sette figliuoli: Michele Andrea, Margherita, Maria Giuseppina, Maria, Daniele, Giovanni e Gaetana Attilia. Ma contro i primi due figli e al terz’ultimo e penultimo sono segnati i decessi avvenuti in giovanile età. E degli altri tre sopravvissuti io, che pure da vent’anni sono qui prima come cappellano poi come parroco, non avevo mai sentito parlare
”.

E prosegue l’arciprete: “Mi sono recato anche a consultare un parrocchiano molto innanzi negli anni e da questi ho potuto attingere qualche ricordo.
Mi ha detto che Michele, divenuto sacerdote, morì in cura d’anime nei sobborghi di Reggio; che Daniele morì mentre ancora studiava al Politecnico di Milano e mi ha rammentato l’attestazione di lode di un condiscepolo: ch’egli, cioè, era forse lo studente più bravo del Politecnico; che Giovanni divenne maestro e insegnò nel vicino comune di Ramiseto, morendo poi ad appena ventidue anni; e che anche Gaetana divenne maestra e, giovanissima, si recò a insegnare nelle vicinanze di Roma e non fece più ritorno nel paese nativo, ma vi si recò bene molt’anni dopo un suo figlio in abito talare, o ancora studente o neo Sacerdote a Pistoia. Ma non sapeva però neppure il mio vecchio informatore che quel giovane fosse diventato il Vescovo di Livorno. La prego, Sig. Cavaliere, di voler porgere a Monsignore i miei più rispettosi ossequi e la preghiera di permettermi di rinnovarli di persona a Livorno appena mi se ne presenti la desiderata occasione e, ancora, una speranza: che si degni l’Ecc.mo suo Fratello di onorare con una visita quella parrocchia in cui la madre sua ebbe i natali. Le sono cordialmente grato e coi migliori auguri ed ossequi
.
Dev.mo
Sac. Antonio Ugoletti".

L’arciprete, poi, con lettera datata 18 giugno 1940, informerà della vicenda lo stesso vescovo di Reggio, Mons. Eduardo Brettoni. Storia finita, quindi. No, perché altri documenti continuano il racconto della bella avventura umana della nostra Gaetana Attilia, emigrata giovanissima sulle lontane montagne della Sabina.

Dal suo matrimonio col giovane collega reatino Giuseppe Piccioni, nacquero ben dieci figli. I due insegnanti erano amati da tutti i poiani (gli abitanti di Poggio Bustone, ndr) anche perché, “nei gelidi giorni dell’inverno, erano soliti invitare gli alunni a casa loro a ‘fare scuola’ dove, almeno, c’era un fuoco acceso, seppure con i segni di una grande povertà. Ma non era possibile tenere tutti i figli insieme in quella piccola casa e, via via, i maggiori si trasferivano presso una zia che viveva a Pistoia”. Fu così per Giovanni, il maggiore, che abbiamo già conosciuto, che divenne sacerdote e fu vescovo di Livorno dal 1921 al 1959. E fu così per Ulisse che fece carriera come funzionario di Questura. Giovanni ed Ulisse furono sempre legatissimi fra loro seppur diversissimi: santo sacerdote l’uno e di sentimenti anarchici l’altro. E fu così, quando venne il suo turno, anche per il penultimo dei dieci figli: Attilio.

Attilio Piccioni

Attilio Piccioni nacque a Poggio Bustone il 14 luglio 1892. Si laureò in Giurisprudenza, avvocato. Iniziò la sua carriera politica nel 1919, nelle file del Partito Popolare di don Sturzo. All’avvento del fascismo si ritirò dalla vita politica che riprese dopo il 25 luglio 1943. Membro fondatore della Democrazia Cristiana, nel settembre 1946 subentrò a De Gasperi nella carica di segretario politico e in tale ruolo condusse il partito alla vittoria elettorale del 18 aprile 1948. Fu vicepresidente del Consiglio in tre governi De Gasperi, ministro di Grazia e Giustizia e più volte ministro degli Esteri. Nel 1954 venne strumentalmente coinvolto dall’opposizione parlamentare in un fatto di criminalità comune che vide imputato il figlio Piero il quale, nel processo, fu però pienamente assolto non solo dal collegio giudicante, ma anche dalla pubblica accusa. Gli stessi avversari politici, molti anni dopo, riconobbero l’infondatezza del “caso”. Attilio Piccioni morì il 10 marzo 1976. Riposa nel cimitero di Pistoia accanto alla moglie ed ai fratelli Ulisse e Guido, proprio colui che ha dato avvio a questa racconto...

Quanto alla “nostra” Gaetana, al momento non ne conosciamo la data di morte. Sappiamo però che riposa nel cimitero di Poggio Bustone accanto al suo Giuseppe. Sicuramente, da buona castelnovina, ebbe sempre nella mente la sua Pietra e nel cuore lo struggente desiderio di ritornarvi per rivedere i suoi cari. Non è arduo immaginare le cause che glielo impedirono: dieci figli, l’enorme distanza, la scarsità di mezzi: una vita difficile. E questo mi rende ancora più contento di avere conosciuto questa donna veramente speciale, sia pure attraverso dei semplici fogli ingialliti di tanti anni fa. Mi piace anche pensare che ora l’essere tornata tra noi sia, per lei, la carezza di commossa ammirazione che la sua terra riesce finalmente a porgerle dopo tanti anni di reciproca attesa.

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Vedi anche:

L’archivio racconta 2 / Casa Monzani (7 novembre 2009);

L’archivio racconta 3 / Quelle tombe tedesche nel cimitero di Castelnovo (19 dicembre 2009);

L’archivio racconta 4 / Castelnovo ne’ Monti: sparano alla Pieve! (29 gennaio 2010);

L’archivio racconta 5 / Castelnovo ne’ Monti, via I Maggio, 1 (19 marzo 2010);

L’archivio racconta 6 / Castelnovo ne’ Monti, l’oratorio di S. Maria Maddalena è più antico di quanto si supponesse finora (2 maggio 2012);

L’archivio racconta 7 / Le vicende della famiglia Rubini (27 settembre 2012);

L’archivio racconta 8 / La Pieve? Si trova lì perchè anticamente al centro di vie di grande comunicazione (2 maggio 2013);

L’archivio racconta 9 / 1713–2013: la Chiesa (attuale) della Pieve compie 300 anni (24 settembre 2013);

L’archivio racconta 10 / La storia del cimitero di Castelnovo ne’ Monti (2 novembre 2013);

L’archivio racconta 11 / Quella volta che Monte Castello franò su Castelnovo (7 dicembre 2013)

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6 Commenti

  1. Bellissima storia
    Bellissima ed interessante questa storia. Ho letto nel titolo “l’archivio racconta 1”, spero che quel n. 1 significhi il primo di tanti altri! Complimenti, Corrado.

    (Elio Bellocchi)

  2. Ottimo!
    Bravo, Corrado, complimenti per la ricerca precisa e dettagliata. Sicuramente frutto di tanto lavoro ma soprattutto di tanta passione. E’ bello in un momento come questo dove la comunicazione è soprattutto rissa e confusione leggere qualche cosa che ci riporti alla realtà e alla storia e ai valori della nostra terra.
    Ciao.

    (Sergio Sironi)

  3. Le suggestioni del ricordo…
    Corrado, si sa che sei “un amico” della storia, un appassionato a 360 gradi, ma queste ricerche, in particolare, sono una vera sorpresa, un arricchimento per la mente, grazie alla precisione di dati, fatti, documenti e testimonianze, dal magico potere di suggerire l’immagine chiara di luoghi e personaggi del passato, citati e celebrati. Ciò che colpisce soprattutto in te è la passione indicibile per tutto quello che è stato, senza cui non avrebbe alcun senso la storia dei giorni nostri od anche solo la semplice quotidianità. Sono lodevolissime, dunque, le tue ricerche d’archivio minuziose e pazienti, che sanno dare vita e colore al tessuto indistruttibile della memoria collettiva, che non ci si potrebbe mai permettere anche solamente di offuscare.
    Complimenti vivissimi, dunque, per le tue pazienti e minuziose ricerche d’archivio, che sanno dare vita e colore al tessuto indistruttibile della memoria collettiva, che non ci si potrebbe permettere di dimenticare.
    Siamo felici di avere questa ennesima occasione per congratularci con te!
    Con affetto.

    (Vally e Franco)

  4. 4 marzo 2013 alle ore 20:10
    E’ stata per me una sorpresa non solo gradita, ma coinvolgente. Così mi piace la riscoperta del passato: attenta, precisa, emotivamente condivisa, capace di incidere nella memoria di chi legge anche per la chiara essenzialità.
    Tra l’altro, ho ritrovato in questo “racconto” personaggi incontrati in documenti da me presi in esame alcuni anni or sono.
    Fortunata è una delle tre figlie di Giovanni Bettalli, il fonditore di campane (ne rifuse una per la parrocchia di Frascaro nel 1840). Unitasi in matrimonio con Giuseppe Fabbiani di Michele da Rovina, la donna nel 1840 cita in giudizio il padre per avere una dote congrua di zecchini 80.
    Con tale somma Fortunata e Giuseppe acquistano da Rosalba e Venanzio Muzzini la casa con cortile “teggie stalle inservienti ad uso di osteria alle Tavernelle”, più alcune terre.
    Nel gennaio 1856 i due coniugi vendono ad Antonio Rabotti di Giacomo un fondo “al Tavernello”, su cui grava l’ipoteca della dote di Fortunata, e una terra di Giuseppe “al Chioso”, non solo per far fronte alle spese della numerosa famiglia, “ma anche per il mantenimento del figlio maggiore che trovasi nel Seminario Vescovile in Reggio perchè iniziato nella Via Ecclesiastica”. Il nome del giovane è Michele.

    (Maria Teresa Cagni)

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