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Don Gnocchi, “il soldato della bontà”, e don Luigi Melesi, “un prete da galera”

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Si conclude il 13 giugno l’anno sacerdotale voluto da Benedetto XVI per ridare entusiasmo e freschezza ai sacerdoti della Chiesa universale. Personalmente ho scelto alcuni compagni di viaggio, che mi aiutassero a ripensare il mio essere prete. Uno è il Beato don Gnocchi, “il soldato della bontà”, come lo ha definito il Cardinal Montini; l’altro, “un prete da galera” come titola il libro scritto da un giornalista su di lui, una sorta di “prete ergastolano”, cappellano a San Vittore da oltre trent’anni. Solo una drammatica malattia al cuore, lo ha rapito agli ospiti del carcere cittadino, diventato sua casa, dove ogni giorno andava e veniva dai salesiani di via Copernico, con il carico delle sofferenze e delle speranze di tanti là rinchiusi, molti dei quali innocenti.

Come don Gnocchi, nel campo del dolore innocente, don Luigi Melesi ha lavorato in carcere, un campo delicato, complesso, ricco di umanità sconosciuta ai più. Era suo compito consolare, correggere, rieducare, far vivere, una missione che gli ha fatto saltare il cuore. Non è possibile, stare a San Vittore e vivere con distacco le mille Vie Crucis che si intrecciano là dentro con la violenza della solitudine, dell’abbandono, i sensi di colpa, aggravati dalla precarietà del futuro, da processi rinviati, da legami affettivi distrutti, dall’incertezza del “dopo”, da troppe fughe dalla vita.

Ho sentito Don Luigi l’altro giorno, all’Università Bocconi, ad un incontro di Laureati degli anni Settanta, ospiti in via Bocconi 12, il mitico pensionato, di cui ha scritto Salvatore Grillo. E’ stata una conversazione appassionata sul tema della speranza, della fragilità della giustizia, della formazione della coscienza dell’Uomo che ha sbagliato, offrendo a tutti l’occasione di una vita nuova nella Speranza.

Mi sembrava di risentire le parole del card. Montini a San Vittore (Don Luigi lo aveva conosciuto bene negli anni di Arese, dove lavorava con “i barabitt”): “Quando la società punisce chi giudica immeritevole di vivere con gli altri, deve fare un esame di coscienza per vedere se siano più colpevoli quelli che sono nelle carceri o più colpevole la società stessa che non ha prevenuto questa loro debolezza. Vi chiedo a perdono se non vi abbiamo dato quello che era necessario alla vita, se non avete avuto alla società tutto quello che era necessario per farvi buoni, onesti e bravi come gli altri”. Lo stesso pensiero di Don Luigi che, con la sua vita, narrata nel libro “Prete da galera”, ha fatto saltare tanti nostri schemi. Lo hanno applaudito a lungo, un applauso commosso, sincero, non il “boato” che lo aveva accolto nella Messa celebrata nella Rotonda di San Vittore dopo 15 mesi di assenza per malattia. Avevano recepito la sua lezione: non reprimere quanto prevenire, cercando che il male non esista in radice, senza appesantire la mano su chi ha sbagliato, non sempre per colpa sua.

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1 commento


  1. Mi iscrissi all’associazione Don Gnocchi nel 1968, un anno dopo aver riacquistato parzialmente la vista dopo uno spaventoso herpes zoste.- Lo feci perchè la cornea dell’altro occhio, anche se un po’ miope, era sana. E allora mi dissi: perchè buttarla via se, per caso, defungo un po’ in anticipo? Nel 1972 mi iscrissi anche alla, allora, piuttosto novella Aido, prima sede in Bergamo. Mi chiesero di restare solo con loro, per non scontrarsi, eventualmente, con l’altra associazione, nell’eventualità di… Da allora ho un senso di colpa verso Don Gnocchi e qui, finalmente, posso scrivergli che l’ho sempre amato, stimato e ho letto quanto più potevo su di lui. E poi accadde questo. Io ho ricevuto tre anni fa una cornea e ogni sera ringrazio e prego per chi me l’ha lasciata in eredità.

    (Graziella Salterini)

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