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“Essendo sacerdote mi si permetta di parlare dei miei confratelli…”

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Si è concluso venerdì 11 scorso a Roma l’anno sacerdotale. Essendo della categoria, mi si permetta di parlare dei miei confratelli nel sacerdozio, di cui tanto si scrive quando “cadono in errore” – ai preti si perdona sempre molto poco, anzi, niente! – e meno quando esercitano bene il loro “mestiere”.

Si perdona poco perché dal prete si esige molto! Quando dal popolo si masticava un po’ di latino, si diceva che il prete era un alter Christus, un compito sublime, che aveva spaventato, mettendolo in fuga dalla sua parrocchia, il santo Curato d’Ars. Scappato perché si sentiva indegno e in fuga perchè oppresso dal male del mondo, che gli si rovesciava addosso nel confessionale, al quale accorrevano da tutta la Francia, gente semplice ma anche intellettuali, che da lui trovavano sempre la porta aperta del perdono e della riconciliazione.

Del prete si parla meno se esercita con competenza il suo “mestiere”: lo trovi in parrocchia, sui campi da gioco dell’oratorio, dentro le sale di un ospedale; in una scuola come in una periferia di grande città, incrocio di genti d’ogni parte della terra; in un campo rom o in una università, nella redazione di un giornale o nell’alfabetizzazione dello straniero, in carcere o in paesi fuori dal mondo, dove sperimenta spesso la solitudine o l’aridità del lavoro…

La storia è piena zeppa di preti santi, ma anche l’oggi presenta figure bellissime di sacerdoti. C’è chi li ricerca, li accoglie, chi li rifiuta o li bacchetta o li elimina con l’indifferenza e ripetuti gesti di violenza fisica. E’ davvero lungo l’elenco di sacerdoti uccisi e dei quali si parla poco! Non ci sono neppure le raccolte delle firme come per la salvalguardia delle balene, delle foche, dei panda! Sembra che cristiani e sacerdoti non siano una “razza da salvare”!

Sono state scritte, invece, delle pagine belle di letteratura attorno alla loro figura, ma quante altre nascoste: durante la guerra, la Resistenza, la Shoah. Nel giardino dei Giusti a Gerusalemme sono numerosi gli alberi dedicati ai sacerdoti che hanno lottato per salvare gli ebrei dalla violenza barbara del nazismo. Altrettanto luminose le pagine scritte dai sacerdoti della carità! I loro nomi sono conosciuti nelle varie Regioni d’Italia. Se Milano ricorda Don Gnocchi e don Monza, in Emilia sono popolari i nomi di don Mario Prandi e di don Dino Torregiani, di monsignor Oreste Benzi, a Roma ricordano mons. Di Liegro, don Picchi, don Santoro, in Puglia monsignor Tonino Bello, in Sicilia don Pino Puglisi, don Diana… Ma la lista deve essere completata dai nomi di quei sacerdoti che, nel nascondimento, giorno per giorno, hanno cercato di essere luogo dell’anima per tanta gente anonima come loro. Non saranno famosi agli occhi degli uomini, ma lo sono a quelli di Dio. Meritano davvero una parola di gratitudine. C’è da essere fieri per la loro vita consumata nella fedeltà al Signore e nella fedeltà all’uomo.

1 COMMENT

  1. Grazie per il vostro “lavoro”
    E’ vero, siamo sempre pronti a giudicare i sacerdoti, pretendiamo che siano perfetti… Ma poi nel momento del dolore e della disperazione corriamo da loro perchè nel nostro cuore sappiamo che solo da loro possiamo trovare conforto e consolazione; non esiste nessuno psicologo, medico o psichiatra che possa far vedere una luce quando tutto sembra buio.

    (Patrizia Bianchi)