Burn-out: quando il lavoro “brucia”

Uno dei sintomi dell'arrivo di un esaurimento nervoso è la convinzione che il proprio lavoro sia tremendamente importante. Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che considerano importante il loro lavoro” (Bertrand Russell).

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Burn-out, letteralmente “bruciarsi”. E’ con questa parola che C. Maslach nel 1975 identifica e definisce una vera è propria sindrome da stress tipica delle helping professions, gli operatori d’aiuto. Parliamo cioè di psicologi, psichiatri, responsabili e addetti a servizi di prevenzione e protezione, personale della protezione civile, fisioterapisti, anestesisti, medici ospedalieri, avvocati, assistenti sociali, studenti di medicina, ma anche poliziotti, carabinieri, poliziotti penitenziari, vigili del fuoco, infermieri, operatori assistenziali, tecnici di radiologia medica e potremmo citarne altri, tutti potenziali vittime di quello che altro non è che l’esito patologico di ripetuti eventi stressogeni.

Ci si riferisce alla reazione ad un ripetuto stress lavorativo, che, nelle professioni appena citate, proprio per le loro stesse caratteristiche, si ingigantisce a causa di un inevitabile coinvolgimento emotivo. In sostanza, allo stress personale di questi operatori, si assomma quello delle persone aiutate. Questa condizione, più altri elementi quali variabili individuali, fattori socio-ambientali, lavorativi e socio-organizzativi, concorrono a determinare l’insorgenza del burnout.

CAUSE e FASI DELLA SINDROME:
Quando si parla di fattori individuali nell’insorgenza di questo disturbo, si fa riferimento ad una delle quattro fasi tipiche che l’operatore sanitario attraversa per poi giungere a sperimentare il burnout : l’idealizzazione della professione d’aiuto, in particolare immediatamente prima di intraprenderla. La scelta di un lavoro di tipo assistenziale è spesso accompagnata da un entusiasmo idealistico, dovuto a motivazione consce (desiderio di aiutare gli altri e migliorare se stessi) e inconsce (approfondire la conoscenza di se e sviluppare una sorta di capacità di sercitare “controllo” su gli altri).

Al carico di aspettative segue una fase di stagnazione, dovuta al fatto che queste vengono inevitabilmente disattese. E’ in questa fase che intervengono i fattori lavorativi e socio-organizzativi citati in precedenza : sovraccarico di mansioni, che risultano magari frustranti e inadeguati, un’organizzazione del lavoro disfunzionale, assenza di equità nel contesto lavorativo, carenza di un senso di appartenenza comunitario all’ambiente lavorativo, valori contrastanti tra l’individuo e il livello organizzativo.

La terza fase, quella di frustrazione, è di certo la peggiore che il soggetto si trova a vivere : senso di inutilità, di inadeguatezza e insoddisfazione accompagnano questo stadio.

Nella quarta e ultima fase, una vera e propria apatia si abbatte sulla professione del soggetto, causandone quella che viene definita una morte professionale.

CONSEGUENZE:
Ciascuna di queste fasi porta con se varie reazioni del soggetto. Dal senso di “onnipotenza” provato nell’intraprendere professioni di aiuto si passa, gradualmente fino ad arrivare allo stadio conclamato della sindrome di bounout, ad atteggiamenti da prima negativi verso l’utenza, poi verso la propria professione, fino ad un totale disinvestimento e disinteresse per il proprio lavoro. A ciò segue un aumento dell’assenteismo, un calo di impegno nelle proprie mansioni e nella qualità delle performance. Nei casi più gravi la sindrome non si traduce solo in comportamenti etero distruttivi, ma anche autodistruttivi, arrivando a comportare disturbi di carattere psicosomatico (esaurimento fisico, frequenti mal di testa, insonnia, ulcera, sonno disturbato da incubi), del comportamento (atteggiamenti negativi verso la vita e verso se stessi) o più propriamente psichici (senso di colpa, isolamento, rigidità di pensiero, umore alterato).

PREVENZIONE e CURA DEL BURNOUT:
Per attuare un’efficace prevenzione da questa vera e propria sindrome, sarebbe opportuno che si partisse dal modificare alcune convinzioni che tipicamente ruotano attorno alle figure di assistenza sociale : molto spesso, gli operatori di questi settori vengono visti come dei “missionari”, persone in dovere di prestare determinati servizi alla società. Se questi lavori venissero considerati più come tali e meno come delle vocazioni, ciò modificherebbe una certa mentalità che concorre spesso a far sentire frustate queste persone.

Sarebbe inoltre importante creare un clima lavorativo nonché un’organizzazione del sistema tali da garantire la maggiore serenità possibile, tenendo conto del peso emotivo che grava su chi svolge queste professioni. Potrebbero essere necessari periodi di pausa o la suddivisione delle mansioni, nonché una maggiore “libertà” nella gestione del carico di lavoro. Potrebbe risultare utile anche cercare di svincolare queste professioni dalle, a volte troppo rigide, regole burocratiche.

Da non sottovalutare non è però la sola organizzazione del lavoro, ma soprattutto la preparazione psicologica di coloro che decidono di intraprendere le helping professions, per fare in modo non solo di tenere sotto controllo le loro aspettative, ma anche di sviluppare una consapevolezza e un autocontrollo che sono indispensabili non solo per la salute dell’operatore, ma anche per la qualità del servizio che verrà offerto all’utente e quindi per il benessere di quest’ultimo, di cui non dobbiamo mai dimenticarci. In questo senso, sarebbe opportuna una supervisione constante degli operatori, proprio nella consapevolezza della “pesantezza” che possono assumere alcuni percorsi professionali.

I rimedi per lo stress lavorativo sono vari e conosciutissimi, ciò che forse risulta più utile è concentrarsi sulla prevenzione, di modo da rendere sempre meno frequenti i casi di crollo psichico, come il burn-out.

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Un Commento


  1. Interessantissimo rapporto. Chiaro e molto comprensibile.

    (Graziela Salterini)

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