Disturbi del linguaggio e della comunicazione nei bambini

I disturbi specifici del linguaggio (DSL) hanno oggi una diffusione del 5-7 % in età prescolare e tendono a ridursi nel tempo. L’incidenza è infatti dell’1-2% in età scolare.
Può sembrare strano, ma uno dei problemi principali relativi ai disturbi del linguaggio nei bambini è legato alla capacità di diagnosi degli stessi. Questo, come vedremo, sia per l’alta comorbilità di questo tipo di deficit con altri quadri psichiatrici, sia perché gli stessi genitori tendono ad aspettare del tempo prima di rendersi conto dell’effettivo presenza di un disturbo nel loro bambino.

COME SI DEFINISCE UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?

Con il termine disturbo specifico del linguaggio (Leonard, 1998) ci si riferisce a una condizione clinica, caratterizzata da una significativa limitazione nello sviluppo delle abilità linguistiche, in assenza di fattori spesso associati a difficoltà di apprendimento del linguaggio, quali problemi uditivi, difficoltà nelle abilità non verbali, anomalie neurologiche o psicologiche.
Il linguaggio di questi bambini è spesso difficile da comprendere, a causa della pronuncia non intelligibile di alcune parole, ossia non comprensibili nemmeno dal genitore.
Questi bambini costituiscono un gruppo molto eterogeneo nel quale produzione e comprensione possono essere differentemente implicati, come diverso può essere il livello di deficit nelle aree del linguaggio (fonetica, fonologia, morfosintassi, lessico, semantica e pragmatica).
Vengono, invece, definiti disturbi secondari del linguaggio l’insieme eterogeneo di condizioni cliniche in cui il disturbo del linguaggio rappresenta un “sintomo” di quadri sindromici e nosograficamente definiti (ritardo mentale, disturbi generalizzati dello sviluppo, paralisi cerebrali, deficit uditivi e malformazioni degli organi fonatori).
Indipendentemente dalla tipologia del disturbo, è necessario adottare protocolli per la valutazione di bambini con ritardo di esordio del linguaggio che descrivano in maniera analitica i diversi parametri linguistici, sia ricettivi sia espressivi, che cognitivo-comportamentali per poter formulare una prognosi evolutiva di disturbo del linguaggio.

Il ritardo di esordio del linguaggio rappresenta uno dei principali motivi di consultazione clinica in età pre-scolare. Può presentarsi sia in forma isolata, priva di anomalie di sviluppo di altre funzioni, sia, per l’appunto, in associazione con altre patologie, quali deficit uditivo, ritardo mentale, disturbi nella sfera relazionale, patologie neurologiche e/o malformative, deprivazione ambientale grave (Molteni et al., 2006).
Generalmente, le difficoltà linguistiche sono rilevate dopo i tre anni o quando il bambino inizia a frequentare la Scuola dell’Infanzia.
Nei primi tre anni di vita, la presenza di qualsiasi “atipia” nello sviluppo linguistico è, di solito, sottovalutata dai genitori e dai pediatri, che considerano il ritardo come una condizione transitoria legata alla variabilità individuale. Spesso adottano un approccio “wait and see” (aspetta e vedrai), salvo che non siano presenti problemi evidenti di diversa natura, come ritardi cognitivi, disturbi nella sfera relazionale o autismo.
In realtà, l’abbassamento di età di prima consultazione è raccomandabile per aumentare la probabilità che una diagnosi precoce, e quindi un precoce intervento riabilitativo, porti ad un miglioramento della prognosi evolutiva dei quadri patologici, in particolare nei casi di Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL) (Gherardi et al., 2006).

COME ACCORGERSI CHE UN BAMBINO È AFFETTO DA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?

La maggior parte degli Autori concorda sulla necessità di considerare l’ampiezza del vocabolario espressivo e la capacità di produrre enunciati di più parole, come uno degli indici più stabili per la definizione del ritardo.
Sono considerati a rischio i bambini che, a 24 mesi, presentano un vocabolario inferiore a 50 parole in produzione o l’incapacità di combinare due parole nelle prime frasi (Rescorla, 1989; Thal, 1988; Paul, 1991).
È dunque necessario effettuare una diagnosi differenziale tra i ritardi primitivi di acquisizione del linguaggio e i ritardi del linguaggio all’interno di disordini dello sviluppo.
Nella realtà clinica, i rapporti tra queste due patologie non sono chiaramente delimitabili e devono essere tenuti in considerazione perché difficoltà primitive di sviluppo del linguaggio possono costituire un fattore di rischio per lo sviluppo mentale del bambino, ostacolandone un’armonica maturazione (Chilosi et al., 2002).

Se il ritardo espressivo si presenta in soggetti normoudenti, con normali abilità cognitive non verbali e sviluppo non atipico, questi vengono definiti “late-talkers” (parlatori tardivi). Una minima parte di late-talkers presenta anche una compromissione del linguaggio ricettivo (Mirak e Rescorla, 1998; Thal et al., 1997; Rescorla e Lee, 2000).
Alcuni autori (Rescorla e Schwartz, 1990; Ellis Weismer et al., 1994) riportano che circa il 50% dei soggetti, riconosciuti come Late Talkers a 24 mesi, a 36 mesi dimostra di aver risolto il problema.
Whitehurst e Fischel (1994), invece, riportano che la percentuale si riduce nettamente con l’età, partendo da un 15% a 24 mesi, fino a ridursi al 3% a 60 mesi. La maggior parte dei bambini late-talkers, a 60 mesi, dimostra normali abilità di linguaggio espressivo a fronte di un 3% che mantiene un persistente disturbo del linguaggio.
Per questi soggetti possono delinearsi due tipi di traiettorie evolutive: la normalizzazione entro i 4 anni o l’evoluzione in un disturbo persistente. Nel primo caso si parla di late bloomers (bambini che sbocciano tardi), nel secondo disturbi specifici del linguaggio (Caselli et al., 2002).

COME AIUTARE IL BAMBINO AFFETTO DA DSL?

Oltre ovviamente al rivolgersi ad un esperto nel trattamento di questo tipo di disturbi, i genitori di bambini affetti da deficit del linguaggio possono fare molto per loro. E’ essenziale non parlare dinanzi al piccolo del suo problema, evitando così di sottolinearlo e ingigantirlo. A tal fine, è molto importante ascoltare il bambino quando parla, con serenità, senza anticipare la fine delle sue frasi o mostrare fretta e insofferenza. E’ bene evitare di correggerlo se sbaglia, ma è opportuno ripetere nella forma corretta la frase o la parola errata.
E’ importante parlare molto al bambino, cercando di mettere in evidenza le altre qualità che sicuramente ha. Un ambiente rilassato e accogliente, che non faccia percepire al piccolo l’ansia degli adulti per il suo deficit, è un elemento fondamentale per garantirgli una buona autostima e soprattutto che il suo problema non divenga più grande di quello che effettivamente è.

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2 Commenti


  1. Alessandro Volta cominciò a parlare a 3 anni.

    (mn)

    Rispondi
  2. Pensieri e parole
    Forse Alessandro Volta pensava più che parlare.

    (AnnaMaria Gualandri)

    Rispondi

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