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La pecora nera

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Ci sono episodi che per tutta la vita, a volte anche oltre, lasciano un segno, un marchio. E non te ne liberi più. Magari chi te lo ripropone pensa di fare cosa gradita, di essere spiritoso, di farti rivivere un momento importante, o, almeno, di accattivarsi la tua benevolenza, e non percepisce la sfumatura di delusione che esprimono i tuoi occhi impercettibilmente socchiusi e non luminosi come quando s’incontra un amico.

 

Un fardello simile me lo porto dietro anch’io da quando avevo 11 anni, un episodio che, da sempre, ho ritenuto un incidente di percorso, non un gesto degno di passare alla storia. Per me la Storia era Mazzini, era Garibaldi, non un umile pastorello di una decina di pecore. Io invece sono quello che ha tagliato la gamba ad una pecora.

 

Domenica delle palme, una splendida giornata di primavera incipiente, con ancora molte pozzanghere in giro, formate dallo sciogliersi della neve nelle località a bacìo. Di andare a pascolare proprio non ne avevo voglia. Ma quel compito me lo aveva affibbiato il nonno, essendo io il primo dei nipoti, e non si poteva transigere. Ciò significava che gli altri membri della famiglia (cioè i miei giovanissimi zii) dovevano assolvere a compiti più onerosi. Ironia? No, realtà! Quegli zii più vecchi di me di dieci, dodici anni erano cresciuti di grado. E chi è nato contadino sa cosa comporti: alzarsi presto, alternarsi tra i campi e la stalla, mangiare in fretta e riposare tardi.

 

Rassegnato, decisi di orientare le poche pecore di famiglia (una decina) verso il castagneto dei Paoli, una conca esposta a Nord, ma dove, nelle radure o lungo le coste, cominciava a far capolino la prima tenera erba. E io immaginavo che questa avrebbe ingolosito le pecore. Il piano strategico era di condurre il piccolo gregge nella parte bassa del castagneto e poi, lentamente, andarle ad attendere in cima, al vertice.

Chi ha avuto la possibilità (o la necessità) di sperimentare la pastorizia potrà confermarvi che le pecore, per natura, quando ci si avvicina all’imbrunire, tendono a portarsi in alto. Non so chi lo abbia scoperto, ma pare che questo condizionamento sia dettato da esigenza di difesa. Sperando di non annoiare i lettori, ricordo che l’ultimo lupo della vecchia generazione era stato appena abbattuto su, dalle parti di Succiso, e portato in giro come trofeo di guerra. Se l’episodio per noi umani costituiva una liberazione, per le pecore non era cambiato nulla perché quell’informazione di sicuro non l’avevano recepita. Il lupo per loro era sempre è comunque una battaglia persa. L’unica via di scampo restava la possibilità darsela a gambe e di batterlo in velocità. La pecora non viene considerata molto intelligente, ma se è capace di rendersi conto che correre in discesa sia più facile che farlo in salita forse non è poi così tonta quanto si crede!

 

Quelli erano i miei piani. In giro non vi erano ancora campi lussureggianti di erba medica o trifoglio, per cui, credevo, le pecore avrebbero seguito l’istinto e si sarebbero orientate verso la sommità del castagneto. Lì le avrei attese per ricondurle al chiuso appena il sole alludeva a sbadigliare dall’orizzonte parmense.

Piccolo particolare: prima di partire (e senza essere visto, altrimenti sarebbero stati guai!) sono riuscito a prendere una mannaia, una Pudàja, che Ermenegildo aveva appena affilata e poi appoggiata su un gradino della scala perché si asciugasse al sole. Sarebbe stato il mio passatempo mentre le pecore brucavano. Poco lontano da casa incrociai Vito, più piccolo di me, e anche lui già oberato dal dovere di portare fuori le pecore di famiglia. Senza neanche pensarci su ci unimmo e lasciammo che le pecore si mescolassero. La mannaia che recavo con me ci dava una parvenza di sicurezza, di maggiore età. Aggiungeteci che quello era il periodo in cui i getti giovani dei castagni e dei salici vanno in amore. Che c’è di meglio che realizzare, con le loro scorze, sebiöl e pive? La mannaia appena affilata era lo strumento ideale.

 

Ci avviammo proprio verso la parte più bassa della vallata, sicuri che le pecore avrebbero seguito il tragitto da noi immaginato. Ma ci era sfuggito un piccolo particolare: al di sotto del castagneto vi era un campo seminato a grano che proprio in quel periodo sfoggiava una vivacità di intenti da lasciare ammirati. Il campo era senz’alberi, per cui il sole lo poteva intiepidire da mattino a sera, e le pianticelle di grano rispondevano con gratitudine a quei benefici raggi. Quel tappeto di verzura non deve essere sfuggito all’unica pecora nera del gruppo. Mi chiederete come mai c’era una pecora nera fra tante altre tutte bianche. Il motivo era molto semplice: la lana di questa serviva a variare un pochino i maglioni fatti a mano. Una riga di colore dava un tono di ricercatezza all’oggetto.

Cominciò una gara di astuzia tra la pecora nera e noi, soprattutto con me, perché quella bestia apparteneva alla mia famiglia. Sbraiti, urla, servirono per poco. Lei voleva andare laggiù, dove l’erba era più fresca. Ma io sapevo che se fosse arrivata a quel campo il danno sarebbe stato immenso. Non per quello che due o tre pecore avrebbero potuto brucare (in definitiva poteva servire ad irrobustire il grano), ma perché gli zoccoli delle pecore sono piccoli, stretti, e camminare dentro un campo di grano tenero significava buttare all’aria chissà quante piantine. E ciò avrebbe scatenato la rabbia del padrone del campo. E a rimetterci sarei stato solo io, responsabile di quel gruppetto di ovini.

Disperato e impossibilitato a correrle davanti per fermarla, non mi restò che lanciare l’accetta (l’unico oggetto a disposizione) davanti alla pecora con la speranza che il tonfo l’avrebbe  spaventata e io avrei potuto recuperare quel tanto di spazio per impedirle di arrivare al campo di grano. Non fu così. La pecora nera era andata più veloce del previsto, e, al momento in cui l’accetta si avvicinava al terreno, l’animale si trovò sotto di essa quel tanto che bastò per colpirla ad una gamba posteriore, tagliando di netto il nervo dell’arto. Vidi la pecora roteare su sé stessa, incapace di reggersi. Per alcuni istanti fu buio! Poi, dopo un turbinio di ipotesi tutte da scartare, di paure e di ricerca di scuse, prevalse il buon senso. Domandai all’amico Vito di portare a casa tutte le altre pecore e di chiedere a mia zia, poco più grande di me, se poteva venire ad aiutarmi. Robusta ed allenata, la zia si caricò l’animale sulle spalle e la portò fino a casa.

Quel pomeriggio il nonno era andato all’osteria con gli amici. Alla pecora pensarono la zia e uno zio che, essendo da poco rientrato dalla prigionia con un piede ferito, aveva qualche nozione di pronto-soccorso, ma soprattutto disponeva di un medicinale di avanguardia per quei tempi, i sulfamidici, capaci di bloccare le infezioni e cicatrizzare in fretta le ferite. Disinfettarono l’arto della pecora poi lo steccarono e fasciarono stretto per tentare il recupero.

Come prima reazione, in casa, mi fu assestato un bel manrovescio da mio padre (strano, perché lui non alzava mai le mani! E questo mi convinse ancor più della gravità del mio gesto!), e poi l’immancabile a letto senza cena. Ma tutto questo non mi pesò. Restava l’incognita del lunedì mattina. Fortuna volle che  il nonno si recasse al mercato a Castelnovo. Ma al pomeriggio tutta la famiglia, nonno compreso, si recarono a ripulire un campo da poco dissodato, ove occorreva togliere sassi e radici appena divelte. Mi ingiunsero di andare lì  con le pecore. Hai voglia di stare al largo il più possibile, ma il nonno non vedeva la pecora nera. Con indifferenza chiese informazioni ai figli che dovettero relazionarlo sull’accaduto. Al momento del rientro seguivo il gruppetto dei lavoratori cercando di restare un poco attardato, dietro di loro. Ma il nonno, con fare indifferente, mi ordinò di passare avanti, e quando gli fui vicino lo vidi portarsi le mani dietro la schiena e slacciarsi la cintura. Perché poi avesse l’abitudine di allacciarsi la cintura dietro non l’ho mai saputo. Quello che so e che ricordo bene è la staffilata che mi fasciò i glutei e i polpacci, lasciando un senso di bruciore e la carne arrossata. Per il resto furono una quarantina di giorni di tranquillità. Tutte le altre pecore erano docili ai comandi.

Pensate che quella pecora avesse capito la lezione? Affatto! Dopo la lunga convalescenza un bel giorno fu deciso di riammetterla nel gruppo. E ricominciò la disperazione. Appena rientrata riprese, ossessiva, a cercare tutti i pertugi che le permettevano di entrare nei campi proibiti!

 

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