“Cervarolo, l’altra strage”

Riceviamo e pubblichiamo.

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Oggi, 4 aprile 2012, una delegazione dell’Unione combattenti della Repubblica sociale italiana, del Centro studi Italia, è salita nel bosco sopra Cervarolo di Villa Minozzo alla croce che ricorda l’eccidio di militari e civili italiani e di soldati tedeschi tedeschi, prigionieri nel cosiddetto carcere partigiano ed ivi fucilati dai partigiani alla località appellata dai montanari curva dei morti, il 12 aprile 1945. La croce è stata restaurata.

Vennero fucilati i militari tedeschi Alfred Mochel, Hewald Meyer, Hans Mergen Schroder, Johannes Michel, Karl Schichert, Otto Tavernier, Martin Schefer, Paul Rosner, Hans Saggau, Friedrich Haag, Otto Jerzyk. Fra le vittime anche il polacco Leonard Jasterzembavzki. Gli italiani vittime dell’eccidio furono Umberto Tognoli di Vittorio e di Maria Rabboni, nato a Scandiano il 28.11.1905 ed ivi residente in via Magati, iscritto al Pfr, morto il 13.4.05 a Gazzano, prelevato il 2.4.45; Arnaldo Gambini, nato a S. Polo d’Enza il 30.12.1889 da Carlo e Elena Cabassi, commerciante di legna, reduce e mutilato della guerra 1915-18, squadrista, ma non iscritto alla Rsi; Rodolfo Marchetti, da Pieve Fosciana (Lucca), nato a Vico Pisano il 13.11.1910, Pietro Sassi, nato il 3.9.1903, morto a Gazzano il 13.4.45; Giovanni Boschi, nato a Rubiera il 14.7.1918; Nino Rossi. Fra i parenti dei caduti, Teodoro Sassi, che ha portato il suo saluto da Milano.

L’iniziativa si è svolta nello spirito della riconciliazione nazionale ed in questo senso non dimentica le vittime della rappresaglia tedesca di Cervarolo del 20 marzo 1944 e della rappresaglia partigiana a Monteorsaro del 16 marzo 1944. La comunicazione e la ricostruzione  storica è stata inviata anche all’Ambasciata tedesca.

Ricostruzione storica

Cervarolo, aprile 1945. La strage dei prigionieri.

"La strada è in salita, loro li hanno portati su…"
"Erano 16, 17, li ho cavati dalle fosse io…"
"Erano appena coperti, si vedeva del grigio-verde…"

"In caso di emergenza e che ti dovessi spostare, li devi giustiziare…"
Il Commissario Generale Eros
Il Comandante Generale Il C.S. Maggiore Aldo

La strage nascosta

Il forte carattere ideologico imposto dal 1945 alla memoria ed alla storia della Guerra di Liberazione e civile 1943-45 ha spesso impedito un equilibrato riconoscimento e studio delle violenze commesse dalle parti in conflitto. Monumenti, cippi, intitolazione di strade, celebrazioni, pubblicazioni, memorialistica e storiografia, almeno fino all'ultimo decennio del '900 sono stati a senso unico. Questa è la ragione per la quale una strage di 19 prigionieri italiani e tedeschi avvenuta il 12 aprile 1945 nell'Appennino reggiano è rimasta fino ad oggi priva di una memoria pubblica, di riconoscimenti istituzionali e relegata a poche righe o note nei libri di storia.

La fase bellica in cui si consuma l'eccidio

"Ogni azione di un certo peso doveva ormai essere concepita tenendo conto della prospettiva di uno sfondamento definitivo della 'linea gotica'. Era convinzione diffusa, in quei giorni, che le truppe nemiche attestate sul fronte della Garfagnana si sarebbero avvalse della strada statale n. 63 al momento del ripiegamento". Così la storiografia resistenziale reggiana inquadra il momento bellico il cui si svolge l'eccidio del 12 aprile 1945. Tutto è pronto per la fine, per la ritirata. Aggiunge la storiografia della Rsi: "Subito dopo Pasqua 1945, con una preparazione che distrusse pure chiese e case coloniche,  anche in Italia ebbe via libera l'offensiva finale (il di <primavera< maschera il vero). Dall'esito scontato. Perché Alexander, oltre  il dominio aereo e la penuria tedesca di munizioni e benzina, aveva ormai dalla sua la quinta colonna tedesca delle 'colombe' Wehrmacht, suggestionate da Wolff, che da mesi offriva al Comando del Mediterraneo della reggia di Caserta una propria pace e una mini-resistenza del Gruppo Armate C [tedesco, ndr]. Il 9 aprile, l'8a di McCreery si mosse per la sua invasione, da est,  del nord Italia lungo la statale n. 9, con il II PL (Anders): Bologna cadrà il 21".
La guerra in Italia è al suo atto finale.

Il rastrellamento di sicurezza della statale n. 63

Il rastrellamento dei giorni 10-13 aprile 1945 è preceduto da un'azione partigiana che probabilmente diviene il nesso di causalità del primo: per due volte dal 4 aprile la guerriglia cercò di interrompere la strada statale n. 63, facendo brillare un mina composta da 5 quintali di esplosivo all'altezza della località Schiocchi del Cerreto. L'attentato fallisce per l'intervento del presidio di Cerreto Alpi, ma certamente determinò forte allarme ai comandi germanici, interessati a mantenere libera la circolazione sui possibili assi di ritirata dalla linea del fronte. Nel giro di pochi giorni, infatti, vengono inviate in montagna truppe per riportare in sicurezza la zona.

Arrivano i "mongoli"

L'operazione di allontanamento delle formazioni guerrigliere dalla statale n. 63 viene condotta da quei soldati che i partigiani chiamavano con timore "mongoli".  In realtà non si tratta di mongoli, ma di turchi del Caucaso e dell'Asia centrale, schieratisi a decine di migliaia con le forze dell'Asse. Probabilmente si tratta di fanti della 162^Div. Fant. Turkestan o di unità minori distaccate presso delle formazioni di sicurezza per la loro abilità nella contro-guerriglia. In tre giorni lo schieramento partigiano è costretto ad abbandonare importanti centri abitati, come Villa Minozzo. Viene chiesto anche l'aiuto agli angloamericani che operano alcuni inefficaci bombardamenti su Busana, Carù, Minozzo,  Carniana, distruggendo alcune abitazioni: rimasero uccisi Seconda Paglia, Giuseppe Bestini e la sua consorte, Carlo Battani, di nove anni. I partigiani ebbero un solo caduto, Walter, Vasco Rinaldini.  Gli stessi partigiani vantarono l'uccisone di un centinaio di militari tedeschi, ma non vi sono riscontri e la sproporzione delle perdite suggerisce più di un dubbio.

Il "carcere" partigiano

"Zona 11/4/1945 ore 12,20
Comanda unico zona Brigate Garibaldi Fiamme Verdi (Reggio Emilia)
Commissariato
Al carcere del Comando unico
Data la situazione particolare del momento è indispensabile procedere per lo spostamento dei prigionieri verso Cervarolo. Con questo non si intende radunarli a Cervarolo, ma nella zona dove il responsabile Oscar ritiene più opportune. Si raccomanda di fare un [sic] cernita fra coloro che hanno delle accuse gravi e coloro che non hanno nessuna accusa specifica e di responsabilità ai danni della lotta di Liberazione. I responsabili o gli accusati di gravi danni al movimento di Liberazione devono essere tenuti strettamente sotto controllo e giustiziati in caso di estrema necessità.
L'Ispettore militare del comando unico (Sacchi)
Il Commissario generale (Eros)
Il V. Comm. generale per (Franceschini) (Ermes)"

L'organizzazione di "campi di concentramento"  partigiani risale alla circolare del 9 luglio 1944 del Comando partigiano. Nello stesso periodo funzionano anche due "tribunali" partigiani, unificati, il 20 settembre 1944,  nel Tribunale unico garibaldino, con due "istruttori": i partigiani Oscar e Michele: "il Commissario Eros, [Didimo Ferrari, ndr] mi disse (…) [che] dovevo organizzare le carceri, predisporre personale per l'istruttoria dei detenuti, per la sorveglianza" - ricorda Oscar, Gino Rozzi. Il carcere della 26^Brigata Garibaldi a Deusi diviene, poi, il "carcere generale" alle dipendenze del Comando unico zona. In seguito al rastrellamento della prima decade di ottobre, viene costituito un Tribunale straordinario, che condanna e fucila i prigionieri dichiarati pericolosi e compromessi.  Anche durante il rastrellamento in Val d'Enza del novembre 1944 era stato già preparato un tribunale improvvisato per condannare a morte i prigionieri, ma l'esecuzione viene sospesa, perché arriva notizia che i militari tedeschi non sono vicini: il carcere della 32^ (ex 26bis Brigata) viene comunque spostato a Comano, in Toscana. Ai primi di gennaio 1945 il carcere generale passa dalla sua sede di Case Balocchi a Roncopianigi, in seguito ad un rastrellamento.
Al momento dell'azione del 10-13 aprile "noi ci trovavamo allora a Casa Balocchi", riporta Oscar, "il carcere in quel periodo era pieno perché c'erano soldati che si ritiravano dal fronte, venivano catturati e da noi inviati oltre la linea gotica e consegnati agli alleati. (…) Avevamo 45 tedeschi, una quindicina di militi della Brigata Nera e una ventina di soldati".

L'eccidio dei prigionieri

"A seguito della puntata tedesca nel nostro schieramento da Cerrè Sologno a Montecagno, ci siamo spostati Casa Paradiso (600 m. est Case Balocchi) in attesa di ordini del Comando unico. Siamo rimasti lì fino alla mattinata del giorno 13.3.45, sebbene voci non controllate ci dicevano che i tedeschi erano giunti finoa [sic] Calizzo. Il giorno 13.4.45 due di noi andarono sulla macchia una posizione adatta per occultarci in caso che i tedeschi venissero in Val d'Asta". La località Calizzo è a sud di Villa Minozzo, quindi la notizia può significare che il rastrellamento può continuare anche in Val d'Asta. A questo punto per Oscar diventano operative le disposizioni dei superiori partigiani: "Ricevetti l'ordine dal comando che se i tedeschi fossero entrati in Val d'Asta dovevo procedere alla eliminazione di tutti i prigionieri pericolosi mediante fucilazione". La gravità dell'ordine è spiegata dallo stesso Oscar che spiega quale fosse l'interpretazione dell'aggettivo "pericolosi" in relazione agli 80 (forse un centinaio) prigionieri in sua custodia: "I primi 45 [tedeschi, ndr] e i secondi 15 [militi italiani della Rsi, ndr] erano giudicati prigionieri pericolosi". Di conseguenza, Oscar ed i suoi dovrebbero fucilare nientemeno che 60 militari prigionieri! "Furono momenti difficili", dice indiscutibilmente Oscar.
"Però nella mattinata del giorno susseguente ci giunsero precise notizie che i nostri avevano abbandonato la difesa della Cisa, in cui eravamo tanto fiduciosi, e che forti contingenti nemici erano quasi giunti sul passo della Croce, tra il Monte Cisa e il Prampa". Questa volta, la notizia significa che l'avanzata tedesca non è da Villa Minozzo, verso la Val d'Asta, ma da ovest, con possibilità di scendere velocemente verso lungo la direttrice Monteorsaro, Febbio, Case Balocchi.
"Allora noi vedendoci indifesi da ogni lato e non ritenendo più sicura la nostra posizione dianzi trovata nella macchia poiché il Comando della Cisa aveva dato ordine di fare una linea di difesa sulla costa di Serravalle, la qual situazione poteva divenire critica nel caso che i tedeschi volessero aggirare la suddetta difesa dall'alto, ci spostammo immediatamente, come da ordine del Comando unico in data 11.4.945, a Ca' Vogno, oltre Cervarolo vicino a Gazzano" .
A questo punto, viene deciso di dare esecuzione all'ordine di uccidere i prigionieri. Sulla data, nella Relazione di Oscar, vi è qualche indecisione. I tedeschi il 10 prendono Cerrè Sologno e Primaore, il 12 puntano al Cisa-Prampa e arrivano a Villa Minozzo: è il 13 che arriva la notizia della puntata verso il Cisa.
"Trovandoci nell'impossibilità di continuare oltre la marcia in altre zone ritenute da noi più sicure e avendo tra i prigionieri, che passavano il centinaio parecchi ammalati, abbiamo creduto sia giunto il momento di eseguire gli ordini dateci in merito dal Comando unico".
Ai partigiani si presenta subito il problema di come uccidere tanti prigionieri senza provocare un'ultima disperata rivolta tra i circa 80 militari: "Ogni  4 o 5 prigionieri c'era un prigioniero armato di mitra" , ma di fronte alla morte sicura i soldati avrebbero potuto cercare una difesa. I partigiani decidono, quindi, di ucciderli a gruppi, facendo credere loro di portarli nei campi di concentramento anglo-americani: "Dicevamo loro che si dovevano portare oltre il fronte e chiedevamo chi voleva partire prima. Ognuno voleva partire prima".  A questo punto avviene la selezione di chi doveva finire davanti al plotone di esecuzione: "C'era fra noi un partigiano che era un tedesco e fece lui la scelta di coloro che, in base ad elementi in nostro possesso, avevano le responsabilità maggiori; e tra questi in particolare le SS". Questo è il "processo". "Si procedette prima con i tedeschi", riferisce sempre Oscar. "Ne partirono dieci con 5 partigiani e dopo 30-40 minuti si udì il rumore degli spari dell'esecuzione".
"Giustiziammo 19 elementi tra i più pericolosi e responsabili che avevamo".
"Infatti una nostra squadra di 10 uomini eseguì l'esecuzione in un crepaccio a sud dei paesi di Gazzano e Cervarolo verso Civago".
Nella relazione Oscar stila l'elenco dei militari fucilati, accompagnando i nomi degli italiani con gravi accuse, che risulteranno prive di fondamento, oppure limitate al fatto che si trattava di uomini e soldati che militavano nelle Forze armate repubblicane o nel Partito fascista repubblicano.
"Gli elementi giustiziati italiani sono:
Tognoli Umberto: responsabile Fascio di Scandiano, ha denunciato€ patri[o]ti al tribunale straordinario fascista;
Gambini Arnaldo: squadrista e spia ai danni della causa partigiana;
Marchetti Rodolfo: rifornitore delle truppe tedesche e repubblicane al fronte; si spacciava per ufficiale della Brigata Nera, prelevava dalla popolazione merce con al forza e disturbava renitenti alla leva;
Sassi Pietro, spia ai danni della causa partigiana, ha schiaffeggiato un patriota ferito ed ha partecipato a rastrellamenti;
Boschi Giovanni, bastonatore ai Servi, ha partecipato a rastrellamenti;
Rossi Nino, già condannato alla pena capitale dal tribunale partigiano in data 2 marzo 1945.

Le note di giustificazione della pericolosità degli italiani fucilati dai partigiani non trovano riscontro: appare evidente lo scopo strumentale a giustificare  uccisioni illegittime. A nessuno dei fucilati può essere contestata l'uccisione di alcuno. Gambini Arnaldo è uno squadrista, ha partecipato alla marcia su Roma, ma non gli sono addebitabili crimini se non la fede politica. Svolge attività di commerciante di legna, più volte costretto a prelevamenti di denaro e beni a favore dei partigiani. Non risulta iscritto al Pfr. Marchetti Rodolfo avrebbe la sola colpa di vendere alcolici ai tedeschi e di prelevare generi di conforto ed animali da gregge, provvedendo, peraltro, anche se forse senza regolarità, al pagamento. Sassi Pietro, milite, partecipa ad operazioni di controllo del territorio, ma non gli sono addebitate uccisioni.
Boschi Giovanni, bracciante, sarebbe stato 40 giorni ai "Servi" di Reggio Emilia, dove gli verrebbe contestato uno schiaffeggiamento, ma viene trasferito all'Arra (industria aeronautica) di Correggio, come guardia; in questo servizio verrebbe disarmato da partigiani; di conseguenza è trasferito, in qualità di piantone, al presidio di Rubiera, dove i partigiani lo prelevano a fine marzo 1945. Non c'è altro.
Rossi Nino, si arruola come milite, ma senza particolare adesione politica, tant'è che svolgerebbe mansioni di cuoco.
Questi sarebbero i prigionieri italiani più pericolosi da condannare a morte.

Elenco degli elementi giustiziati tedeschi:
Mochel Alfred, S.S. tedesca
Meyer Hewald, militare tedesco
Mergen Schroder Hans, militare tedesco
Ziekier Willj, militare tedesco

Michel Johannes, militare tedesco
Schichert Karl, militare tedesco
Tavernier Otto, militare tedesco
Schefer Martin, militare tedesco
Rosner Paul, militare tedesco
Saggau Hans, militare tedesco
Haag  Friedrich, militare tedesco
Jerzyk Otto, militare tedesco
Jasterzembavzki Leonard, polacco, spia".

Il massacro sarebbe continuato se non fossero arrivate notizie che non vi era nessuna puntata tedesca verso la zona: "Arrivando poi una staffetta, appositamente mandata in Val d'Asta nella notte e apprendendo la nuova situazione, abbiamo sospesa l'esecuzione che si doveva compiere della restante parte dei tedeschi". Sulla circostanza Rozzi aggiungerà particolari: "Dopo dieci minuti che era partito il secondo gruppo venne un contr'ordine di non procedere all'esecuzione perché i tedeschi stavano ritirandosi. Qui il dramma per fermare l'esecuzione di quelli che erano partiti dieci minuti prima. Avevamo un cavallo. Un partigiano partì subito e fece in tempo. Questi prigionieri erano dispiaciuti perché erano convinti di andare oltre il fronte e pensavano che per loro, in questo caso, la guerra era finita e che dovevano solo aspettare l'armistizio per tornare a casa". Nella testimonianza, pubblicata nel 1978, probabilmente il Rozzi sbaglia a indicare nel secondo gruppo di prigionieri quello che si salva: infatti, se i gruppi erano di 10 soldati, dovevano aver già fucilato altri 9 militari. Nulla viene detto, comunque, nella memoria del '78, della fucilazione degli italiani. Sulla fucilazione dei prigionieri Oscar esprime il peso della terribile decisione: "Questo fu il mio ultimo dramma partigiano e fu anche il più difficile, perché era già da mesi che con diversi prigionieri si viveva assieme condividendo pericoli e disagi di ogni genere, ed era assai doloroso, in ultima analisi, dover cercare uno stratagemma, un modo per massacrarli, senza che se ne accorgessero". L'uccisione dei prigionieri in montagna è una traccia di sangue lasciata dalla guerriglia partigiana sino dal marzo 1944, gli stessi giorni della terribile rappresaglia tedesca di Cervarolo.

La prima esecuzione di militari catturati dai partigiani avviene a Monte Orsaro, fra il 16 ed il 17 marzo 1944. Ci sono molte coincidenze di luoghi e personaggi rispetto la strage del 12 aprile 1945. Anche allora i partigiani si sono scontrati con gli avieri tedeschi affiancati dai militi della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) in pattuglia a Cerrè Sologno. I  partigiani catturano prigionieri e si ritirano inseguiti dai rinforzi italo-tedeschi verso lo stesso passo Cisa, per sostare a Monte Orsaro. Qui è proprio il Commissario politico Eros, Didimo Ferrari, che, preso il comando della formazione dopo il ferimento del Comandante Barbolini, ordina la fucilazione di 6 prigionieri, 3 italiani e 3 tedeschi. Poi si ritira a Cervarolo. Quando i tedeschi arrivano a Monte Orsaro scoprono i corpi dei loro commilitoni assassinati. A questo punto il comando del rastrellamento viene passato ai paracadutisti della Hermann Goring, che piombano su Cervarolo. Eros non difende Cervarolo, ma scioglie la formazione partigiana, che si disperde. L'Hermann Goering esegue la nota e sanguinosa rappresaglia che costa la vita a 22 italiani, compreso il parroco. Il 12 aprile 1945 lo stesso Eros, Didimo Ferrari, ora Commissario generale, firma, insieme al Comandante generale Aldo, la seguente disposizione:
"In caso di emergenza e che ti dovessi spostare, li devi giustiziare, salvo quei tedeschi che si sono presentati" (…). Si tratta di indicazioni a persona che ha sotto la sua responsabilità numerosi prigionieri, visto il tenore del testo:
"I- fa una cernita di quegli elementi che, secondo te, possono essere mandati nei distaccamenti perché presentatisi volontariamente e perché si possono considerare non pericolosi nei distaccamenti come disarmati. Fra questi non vi deve essere nessun tedesco.
II- Quegli elementi che hanno a loro carico gravi accuse e che hai già potuto assodare che sono responsabili di attività antipatriottica li devi tenere sotto severo controllo. A questi devi incorporare anche i tedeschi. In caso di emergenza e che ti dovessi spostare, li devi giustiziare, salvo quei tedeschi che si sono presentati; questi ultimi li devi tenere nella tua formazione sotto controllo per essere in seguito poi trasferiti in un campo di concentramento che gli alleati designeranno al loro arrivo".
Impressiona la continuità di comportamento di Eros, che sembra non tener ancora conto delle conseguenze di lasciare dietro la ritirata di una formazione partigiana i corpi di prigionieri tedeschi ed italiani passati per le armi. Ancor più inquietante è il caso di specie: l'esecuzione di 19 prigionieri italo-tedeschi proprio in zona limitrofa l'abitato di Cervarolo - già vittima di rappresaglia - nella convinzione di doversi ulteriormente allontanare sotto la spinta del rastrellamento in corso da parte delle unità tedesche composte da "mongoli"! Cosa sarebbe successo se i soldati Turkestan fossero arrivati a Cervarolo trovando sotto poche foglie i corpi dei commilitoni?

Le testimonianze degli abitanti

La memoria dell'eccidio dei prigionieri è ancora viva nella comunità di Cervarolo e rimane anche la disponibilità a comunicarla. Questo avviene con la semplicità e la serenità comunità del popolo della montagna, anche in questo caso nonostante la stessa comunità di Cervarolo abbia subito anche la terribile rappresaglia tedesca del 20 marzo 1944. Sul luogo dell'esecuzione di massa, i testimoni del luogo sembrano riscontrare la relazione dell'aprile 1944 ("Una nostra squadra di 10 uomini eseguì l'esecuzione in un crepaccio a sud dei paesi di Gazzano e Cervarolo verso Civago" ): "C'erano due curvi, li hanno uccisi vicino ad un grottone", riferisce il testimone AA; "La strada è incastrata. C'è un grotto", conferma BC. Trova conferma anche il luogo di concentramento dei prigionieri dopo la ritirata da Case Balocchi ("Ci spostammo immediatamente (…) a Ca' Vogno"); riferisce il testimone SM: "Sono andati a Casa Vogno, vicino a Monte Gazzano (…) c'erano due case disabitate, li hanno portati lì (…) sono passati da questa borgata [C.se Monte, Gazzano, ndr] vicino a me e sono andati a Case Vogno".
Dalle testimonianze risulta che gli abitanti del posto vengono tenuti lontano dal luogo delle esecuzioni: "Avevano messo una guardia e non si poteva mica passare per andare lassù dove erano stati uccisi; con uno di Gazzano che era stato in Russia e non aveva paura della guardia e che disse <io passo> andammo lassù alle fosse. (…) I cadaveri erano ricoperti con delle fogliacce, altrimenti erano ricoperti uno dall'altro, perché era un mucchio, si vedevano le gambe, le braccia e anche la testa, i primi puntavano contro il sentiero. (…) noi siamo scappati perché dicevano che volevano uccidere anche quelli che erano andati a vedere".
Successivamente i partigiani chiedono ai locali di occuparsi delle spoglie delle vittime: "Alla mattina hanno preso della gente del paese di casa Munari e sono andati a seppellirli in due buche. Io sono andato circa un'ora dopo che erano stati seppelliti, sono passato di lì. Era una cosa spaventosa. C'era un mucchio di sangue rappreso sulla strada che faceva impressione".
Dopo la guerra, le fosse vengono riaperte e le salme dei soldati vengono seppellite nel cimitero di Cervarolo: "Sono andato a caricarli con mio padre e un mio paesano, avevo un carro con i buoi: il primo era un tedesco, aveva ancora la piastrina, era quasi intatto (…) li mettevamo in una casa a due a due per volta, c'erano i carabinieri, un medico che era di fuori (…) li abbiamo portati al cimitero di Cervarolo".

La strage del 12 aprile 1945 nella storiografia resistenziale

Nonostante si tratti di una delle più gravi stragi della guerra 1943-45  nel reggiano, la storiografia resistenziale non concede importanza alla tragedia. Guerrino Franzini, nella "Storia della Resistenza reggiana", si limita alla cronaca storica riferendo che "il carcere, in via di spostamento e ancora lontano dal posto prescelto come base provvisoria, appesantito dall'enorme numero dei prigionieri di cui vari, per età o indisposizione, rallentavano la marcia, venne trovarsi in serie difficoltà. Fu deciso, pertanto, di fucilare 19 prigionieri scelti tra i più colpevoli (6 italiani e 13 tedeschi), secondo le disposizioni precedentemente impartite dal Comando unico, da applicarsi n caso di emergenza". Più recentemente, in "Combattere si può, vincere bisogna", Massimo Storchi definisce questo tipo di stragi un "costo supplementare in termine di uso della violenza". La guerriglia antifascista, spiega Storchi, costituendo un "carcere" ed un "tribunale" dimostra la sua volontà di esercitare in modo disciplinato ed istituzionale la violenza: il "ricostituirsi del monopolio della violenza" legale nelle mani del "governo resistenziale", afferma Storchi, citando lo storico Pavone. Questo, però, continua l'autore, ha un costo supplementare di violenza: la guerriglia deve essere mobile, il carcere è una posizione fissa: "sottrarsi alla pressione di forze nemiche sempre superiori costringe alla soppressione dei prigionieri che non possono essere abbandonati al nemico in arrivo e non possono essere trasferiti in basi più sicure". Questa la giustificazione alla strage di Storchi che in nota riporta l'eccidio di Cervarolo: "Nel corso dell'ultima incursione tedesca (10-14) le carceri devono trasferirsi dalla sede di Roncopianigi verso Gazzano. La marcia è estremamente difficoltosa per il numero dei prigionieri (oltre 100, alcuni dei quali in precarie condizioni di salute) e nei pressi di Gazzano si passano per le armi <19 elementi tra i più pericolosi e responsabili che avevamo> (gli italiani Tognoli, Gambini, Marchetti, sassi, Boschi e Rossi, 12 tedeschi e 1 polacco). Il miglioramento della situazione militare e la possibilità di tornare sulle posizioni iniziali interrompono la sequenza delle esecuzioni. Quanto avvenuto rispondeva alla disposizione del Comando unico sulla necessità di fare <una cernita fra coloro che hanno delle accuse gravi e coloro che non hanno nessuna accusa specifica>". Tesi certamente giustificazionista di uccisioni illegittime sotto ogni piano delle convenzioni internazionali, utile, in parte, a spiegare in fatto la meccanica stragista. In parte, però, in quanto, nel caso di specie, la velocità di marcia della formazione partigiana, con al seguito un centinaio di prigionieri, in precario stato di salute,  è difficile credere sia stata resa più rapida dalla fucilazione di 19 prigionieri: salvo non siano stati scelti fra i malati, ma si dice che il criterio di selezione dei morituri era altro. Peraltro, l'eliminazione dei prigionieri cessa unicamente per la notizia che non esiste più pericolo. A questo punto sorgono dubbi anche sul criterio di uccidere solo i più "pericolosi". E' evidente che la particolare "comprensione" della storiografia resistenziale davanti a questi fatti di sangue è di carattere puramente ideologico, in quanto vicende equivalenti compiute dalle forze armate tedesche o repubblicane vengono analizzate giudicate quali politiche e procedure stragiste di sterminio dell'avversario.

A tutt'oggi nella località della strage nulla ricorda il tragico evento.

(Luca Tadolini)

Post scriptum
11 Ottobre 2008

Oggi, la “curva dei morti”, come veniva ricordata dopo la guerra, il luogo dove erano state scavate le fosse comuni, è riemerso dall’oblio: grazie ad uno dei parenti delle vittime, Teodoro Sassi, è stata posta una Croce in quel punto di quello che oggi è uno splendido bosco. Nell’agosto 2008 ignote mani hanno rimosso l’omaggio alle vittime, accanendosi nel frammentare la piccola targa. Nella data di questo post scriptum un’altra croce è stata alzata, sempre nel medesimo di quell’antico sentiero, utilizzato un tempo di frequente per portare le greggi al pascolo, oggi percorso dagli escursionisti dell’Appennino.
Un altro parente dei fucilati, Elena Reverberi Mazzi, di Reggio Emilia, ha inviato, il 30 settembre 2008, una nota che chiarisce la posizione di Arnaldo Gambini:
“Gambini Arnaldo
Nato a S.Polo d’Enza il 30.12.1889 da Carlo e Cabassi Elena.
Commerciante di legna.
Reduce e mutilato della guerra 1915-18.
Squadrista, ma non iscritto alla R.S.I.
Fucilato (perché?) il 13.4.1945.
Durante l’ultima guerra, gli è stata impedita qualsiasi attività, perché privato dai partigiani dei cavalli, indispensabili per continuare il commercio.
I partigiani gli hanno sempre chiesto molto danaro, che è stato loro consegnato più di una volta.
Nel 1944 aveva ottenuto la possibilità di salire a Grassano per rifornirsi di un po’ di burro, unico condimento di quell’epoca, insieme ai grassi di suino, incompatibili questi ultimi con la sua salute.
E’ stato preso a Grassano all’inizio dell’autunno 1944 e ha trascorso tutto il periodo, dalla cattura alla fucilazione, coi partigiani (segno evidente che non gli poteva essere attribuita alcuna colpa)”.
La testimonianza di Elena Riverberi Mazzi conferma l’inconsistenza e la contraddittorietà delle giustificazioni fornite durante e dopo la guerra dagli esponenti partigiani coinvolti nella strage. Sulla mancanza di pericolosità per la Resistenza da parte di Arnaldo Gambini, mutilato della prima guerra mondiale, commerciante di legna, in cattiva salute, sembra non esserci dubbi. Appare piuttosto una persona benestante oggetto di prelevamenti di denaro e beni da parte della guerriglia e poi anche vittima del sequestro-prigionia nel carcere generale. Perché fucilarlo? Chiede giustamente la parente. Escluso che il Gambini potesse essere considerato uno degli elementi più pericolosi prigionieri, rimarrebbe il fatto che rientrava fra i prigionieri ammalati che impedivano un rapido spostamento in zone considerate dai partigiani sicure. A questo punto si deve ripetere l’incongruenza fra il problema costituito dai prigionieri malati e l’eventuale selezione dei prigionieri da fucilare tra i più pericolosi. E’ impossibile che i più pericolosi fossero anche i più malati. E, comunque, fucilare i prigionieri malati rimarrebbe un gesto difficilmente qualificabile.
Sull’intera vicenda getta ulteriore luce una lettera di Marianna Azzolini, scritta il 12 luglio 1948, che al tempo della strage era anch’essa prigioniera dei partigiani al carcere generale.
Sull’autore del documento è necessario aggiungere alcune note. Marianna Azzolini , nata a Vetto il 16 aprile 1916, era la sorella di Pietro Azzolini, ufficiale medico della Gnr, prelevato ed assassinato dai partigiani la notte tra il 21 ed il 22 giugno 1944. La sorella Marianna viene catturata dai partigiani nel dicembre, subisce il processo partigiano, sevizie ed una lunga carcerazione. Sulla sua sorte si confrontano l’anima comunista e cattolica della guerriglia antifascista reggiana.
Nella lettera del 1948, prendendo spunto da articoli su “Il Nuovo Corriere della Sera” che riferiscono del ritrovamento di fosse comuni, rievoca la vicenda della fucilazione dei prigionieri, secondo la sua diretta testimonianza, essendo lei stessa, come si è detto prigioniera.
“Colletorto 12 luglio 1948
Carissimo Gianni,
Ti sarò in poco lunga, ma ti scrivo a proposito di 'RECUPERO SALME' perché quanto ti dirò ti serva allorché nella allorché nella Provincia di Reggio Emilia si potrà arrivare a far trattare i resti dei CRISTIANI non come quelli dei cani.
In Valle d’Asta, e precisamente nella località 'Vallone' tra Cervarolo e Gazzano (Comune di Villa Minozzo) esiste tuttora una fosse comune contenente le salme di 19 persone.
Questa fossa venne segnalata su 'Il Nuovo Corriere della Sera' del 5 marzo 1947. Io avevo ritagliato il trafiletto che ho smarrito nei vari… trasferimenti, ma ne ricordo con esattezza il contenuto, perché in seguito a quella segnalazione, io, che a proposito di quella fossa ne so molto di più del Corriere, avevo preparato una precisazione che avrei mandata a 'La Rivista Ideale' se i tempi non mi fossero sembrati prematuri o per lo meno troppo pericolosi per me (e tu sai cosa voglio dire senza che mi prenda della 'fifona' e per la mia famiglia).
(…) Il Nuovo Corriere della Sera riportava l’ubicazione esatta ed aggiungeva che si tratta di soldati tedeschi, prigionieri dei partigiani, fucilati all’alba del 7 aprile 1945, perché essendo in corso un rastrellamento si temeva dai partigiani che tali prigionieri potessero rivoltarsi. Ed ora la mia precisazione.
Leggo su il 'Nuovo Corriere della Sera' del 5 c.m. che 'in un vallone tra Cervarolo e Gazzano, nel comune di Villa Minozzo, è stata segnalata una fosse comune, contenente le salme di 20 persone'.
Tale segnalazione corrisponde al vero. La fossa c’è, ma le salme non sono 20, devono essere 19. Infatti all’appello estremo dei morituri, all’alba del 14 aprile 1945, mancava chi dà questa precisazione perché ricoverata in infermeria a Coriano, non giunse in tempo utile a completare il numero degli infelici che dovevano “passare il fronte col passaporto per la Svizzera”, al Casermone di Gazzano, località non distante al luogo dell’esecuzione, dove all’apparire della minaccia di rastrellamento era stato sfollato il cosiddetto carcere generale partigiano.
Si precisa inoltre che non si tratta solo di soldati tedeschi prigionieri dei partigiani, ma che ci sono anche degli italiani. Tognoli Umberto da Scandiano, un certo Gamini da S. Polo, un milite della G.N.R. da Casina che in quel momento aveva anche la moglie prigioniera dei partigiani, senza dubbio di sorta, dormono il loro ultimo sonno nel vallone di Gazzano. Forse anche la sorella di questo milite da Casina, pure prigioniera, è finita col fratello e può essere che questi non siano gli unici italiani. La data precisa in cui avvenne questa esecuzione di massa fu il 14 aprile all’alba.
A qualcuno può fare anche comodo che le date siano spostate di sette giorni: infatti quella che poteva essere una minaccia di rastrellamento sette giorni prima, era momento di emergenza superata sette giorni dopo. Da quanto si legge su il 'Nuovo Corriere della Sera' pare che i partigiani siano giunti alla decisione di togliere di mezzo tali prigionieri, perché temevano 'potessero rivoltarsi'.
Per quanto i partigiani della mia zona non abbiano mai avuto siffatti timori, in nessun rastrellamento, può far comodo questo: ma la verità è un’altra!
Oscar, il comandante del carcere generale, e Tasso, il commissario del carcere generale (i due nomi sono di battaglia: non conosco di più) da tempo erano… "stufi i dar da mangiare a tante bocche”, perciò, quando si presentò la minaccia del rastrellamento, non videro di meglio che sottoporre i loro desideri, tradotti in una lista di 20 nomi al commissario di guerra Eros (nome e cognome del signore Didimo Ferrari) il quale, approfittando dell’assenza dal Comando unico del Vice Commissario Franceschini (prof. Pasquale Marconi) e del comandante Monti (colonnello degli alpini Augusto Berti) che avrebbero certamente ostacolato l’effettuarsi dell’esecuzione, non esitò ad apporre il suo benestare scritto ed a far firmare l’ordine al suo compagno vice comandante Miro (dott. Riccardo Cocconi, ex centurione della Milizia) di passaggio dal comando e che certamente non mise nessuna incertezza nel farlo.
Si è detto che il carcere era già stato traslocato dalla zona, che secondo le supposizioni, i tedeschi potevano battere, e che quando l’ordine dell’esecuzione fu messo in atto la minaccia del rastrellamento non esisteva più.
Prova ne sia il fatto che il mattino successivo all’esecuzione (15 aprile) il triste convoglio del carcere generale mosse dal casermone di Gazzano per ritornare a Roncopianigi, d’ordine del comando unico “perché il pericolo era stato superato”.
Alla lunga fila degli sparuti prigionieri carichi di bagagli, non certo di loro proprietà, mancavano i diciannove che partiti con l’assicurazione che avrebbero passate le linee, dopo essere stati rafficati in massa sono ancore nel Vallone di Gazzano ad attendere di essere sepolti come si seppelliscono tutti i morti.
Bada: sono verità sacrosante di cui credo essere unica testimone (…)”.

La testimonianza di Marianna Azzolini è importante in quanto conferma le linee fondamentali della vicenda da un punto di vista drammaticamente privilegiato, quale quello di prigioniera dei partigiani. Dal racconto sembrerebbe comunque che la testimone non si trovasse nel carcere generale nel momento in cui avvenne lo spostamento, ma nella vicina Coriano, dove era una sorta di infermeria della guerriglia. Questa circostanza potrebbe averle evitato di finire nel gruppo delle vittime. Nello stesso tempo, le informazioni su come andarono i fatti deve averle apprese una volta finita l’operazione, probabilmente quando dall’infermeria sia stata portata di nuovo al carcere generale. Questo spiega la differenza di alcuni particolari rispetto alla ricostruzione in base ai documenti. E’ evidente, però, che deve essere apparso subito evidente il carattere ingiustificato della fucilazione di un numero così importante di prigionieri. Sul contrasto ideologico in seno al comando partigiano, è un dato di fatto, derivante da episodi passati, peraltro interessanti la stessa famiglia Azzolini, che i comandanti comunisti spingevano per l’eliminazione fisica del nemico politico e militare, anche in contrasto con le più elementari norme di guerra.

 

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13 Commenti

  1. Riconciliazione nazionale??? Benissimo! Uno riconosca che di strage a Cervarolo c’è ne stata una, l’altra è stata una forma di giustizia; adesso forse seduti nei nostri salotti potremo dire “primitiva”, ma in quel contesto tutto era “poco giusto e poco consono” o sbaglio??? O forse “attaccare” i paesi e uccidere i civili atteneva “alle più elementari norme di guerra”? Di esempi l’Italia è piena senza guardare solo Cervarolo. Se si vuole parlare di riconciliazione storica si faccia partendo dall’accettare la realtà storica, il resto sono chiacchiere! Comunque si ponga la questione, i reduci della repubblica di Salò non sono i partigiani, li divide un abisso! I primi combattevano per un idea di dittatura, di sopruso, di superiorità di uomini su altri uomini (ricordate le leggi razziali?? le guerre di colonizzazione?), di una visione del mondo dove la libertà era un’opzione discutibile e non necessaria; i secondi combatterono per stabilire l’idea che un uomo è uguale ad un altro uomo, nessuna superiorità, l’idea di un mondo dove la libertà era un diritto supremo di ogni persona e non un’opzione e la differenza come si può vedere è proprio abissale. Per mia fortuna (e non solo) hanno vinto i partigiani!!! Se poi mi si chiede la pietà per i morti non serve allora nessun comunicato “politico”, ai morti la pietà è doverosa, mi hanno insegnato, ma la differenza su come è morto un uomo e il perchè fa la differenza! Ora e sempre resistenza! Resistenza contro chi fa leva sulla pietà per i morti cercando di far passare un messaggio politico… No, signori, i morti son tutti uguali, le idee che hanno avuto da vivi è tutta un altra storia…

    (Monja Beneventi)

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  2. Condordo PIENAMENTE con Monja, penso non ci sia altro da aggiungere…

    (Mauro Pigozzi)

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  3. Sarebbe stato giusto inserire nel titolo “Nello spirito della riconciliazione nazionale non dimentichiamo le vittime della rappresaglia tedesca del 20 marzo 1944” la parola NAZIFASCISTA. Dopo quello che i tedeschi delle SS hanno fatto nelle nostre montagne non mi sorprende la punizione che è stata data a queste persone che sotto l’ideologia malata del nazifascismo hanno compiuto stragi allucinanti. Il rispetto per i morti ci deve essere come ci deve essere la volontà di ricordare cosa hanno comportato in quegli anni le dittature nazista e fascista.

    (Mattia Rontevroli)

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  4. …si vede che le elementari norme di guerra le hanno imparate a Pantano dove si tenevano gli interrogatori fascisti tramite “stiramento e tortura dell’acqua”. In quei luoghi i repubblichini furono maestri insuperati di barbarie e violenze.

    (Mattia Rontevroli)

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  5. Brava Monja, ogni altra parola risulterebbe semplicemente superflua.

    (Fabio Cerri)

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  6. Brava Monja, con questi non occorre accettare alcun tipo di confronto (purtroppo qualcuno l’ha fatto! …i famosi “ragazzi di Salò” di Violante memoria), basta solo ricordare che se avessero vinto loro…

    (Luigi Bizzarri)

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  7. La verità è indigesta, ma a piccole dosi pian piano va giù. Leggetela tutta questa storia.

    (Aldo Rico)

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  8. La verità può essere indigesta ma non tossica quanto una menzogna… Nessuno nega ad alcuno il diritto di piangere i propri morti, ma se non si vogliono creare giuste polemiche, allora ci si ritrova col parroco a dire due preghiere ai propri defunti senza crearne un fatto politico o avvisare la stampa; o per ricordare i propri cari serve un po’ di pubblicità? Esattamente, la storia va letta TUTTA e non solo questa storia…

    (Monja Beneventi)

    Bravo Mattia! Ma a molti fa più comodo “usare le lacrime” che fare i conti con la storia del nazi-fascismo, qui in Italia e anche qui sulle nostre montagne…

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  9. Brava Monja, condivido in tutto il tuo pensiero. Per il Sig. Aldo, vero le dosi vanno giù, come una volta andava giù l’olio di ricino!

    (Luca Marco Cagnoli)

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  10. Voglio solo aggiungere alla interessante discussione un punto di vista diverso. Alcuni giorni fa ho parlato della seconda guerra mondiale con un signore di novantacinque anni di Reggio Emilia. Era nel ’38 a Roma quando venne Hitler e senti’ con le sue orecchie la dichiarazione di guerra di Mussolini dal famoso balcone. E’ lucidissisimo- ha ancora la patente – e la guerra se la ricorda benissimo. Non era nè fascista nè partigiano. E come lui molti altri. Con mia grande sorpresa mi ha detto che nel Settembre del ’43 tantissime persone ” ….tirarono per aria il cappello per decidere da che parte stare…” . Mi ha fatto chiaramente capire che essere fascisti o comunisti dipendeva dall’educazione ricevuta…dal semplice seguire un amico o un fratello…da semplici episodi della vita che ti portavano a parteggiare per uno o per l’altro. Nella maggior parte dei casi senza davvero grandi riflessioni su cosa significasse stare da una parte o dall’altra.
    Ti ritrovavi molto spesso a dover scegliere senza capire le ragioni di quella scelta. Senza neanche volerla fare una scelta.
    E questo penso valga anche per i Tedeschi e per tutti coloro che hanno loro malgrado combattuto una guerra. Soprattutto anni fa.
    Forse le “valutazioni” diventerebbero da entrambe le parti decisamente più sfumate e a mio parere parecchio più umane ed oneste su ciò che è accaduto realmente.
    Grazie per l’attenzione.
    Matteo

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  11. Concordo,con te Matteo ,quando affermi che molti non avrebbero voluto fare una scelta ,ma a volte il destino o la vita ,che dir si voglia implica il fatto che ti trovi a scegliere ,più o meno consapevolmente e di solito si sceglie ,come tu fai rilevare a seconda dell’ educazione o di avvenimenti e episodi precedenti .Belle parole e vere ,ma ciò non toglie responsabilità alla scelta di seguire una strada o l’altra …è quello che demarca una linea di confine.Non concordo con te ,invece ,quando affermi ‘senza grandi riflessioni ‘ , non è così ,quando si tratta di decidere una strada ,puoi farlo inconsapevolmente ,ma quando si tratta di mettere a rischio la tua vita ,bhè le riflessioni sorgono spontanee.A contraddire poi le tue parole ci sono innumerevoli testi (lettere per esempio, dei condannati a morte ) dove dalle parole si evince una grande consapevolezza della scelta di combattere da una parte o dall’ altra .Non c’erano eroi o antieroi ,non era un fumetto o un film ,c’erano uomini con le loro paure ,le loro debolezze ,la loro educazione ,che proprio in virtù dell’ essere uomini e non burattini hanno scelto .Hanno scelto i fascisti ,i comunisti ,i cattolici ,certo hanno scelto in un contesto di guerra e lì vengono fuori il peggio e il meglio delle persone….
    Il tuo spunto alla discussione è interessante ,ma rischia di creare un certo relativismo , ovvero ,’ma si hanno scelto ma non erano consapevoli’ e quindi una sorta di limbo dove non ci sono colpevoli ne innocenti , non è così ,Hitler e Mussolini erano due uomini ,da soli, anche con le loro idee folli cosa mai avrebbero potuto fare da soli ????
    Ci sono stati altri uomini che gli hanno dato ,ascolto ,forza ,potere ,come ? Scegliendo di appoggiarli ,per tante ragioni ,ma lo hanno fatto .Come altri uomini hanno scelto di opporsi .
    In tutti i paesi ,in tutte le circostanze trovi sempre chi ‘tira a campare ‘,quelli che decidono di non scegliere e stare a guardare ,per poi salire all’ ultimo sul carro dei vincitori ,bene ,io di quelle persone non ho molta stima ,ma forse è un mio problema personale.La guerra non ha sfumature ha un solo colore quello del sangue e del dolore ,in poche parole come disse mia nonna che la guerra l’aveva vista “fa proprio schifo” e qui non occorre essere più umani e onesti ,occorre però riconoscere una realtà storica.

    Concludo ,perchè ho già tediato abbastanza , con una citazione :

    L’analfabeta politico

    Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico
    Egli non sente, non parla, né s’interessa
    degli avvenimenti politici.
    Egli non sa che il costo della vita,
    il prezzo dei fagioli
    del pesce, della farina, dell’affitto
    delle scarpe e delle medicine
    dipendono dalle decisioni politiche.
    L’analfabeta politico è così somaro
    che si vanta e si gonfia il petto
    dicendo che odia la politica.
    Non sa l’imbecille che
    dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
    il bambino abbandonato, l’assaltante
    e il peggiore di tutti i banditi
    che è il politico imbroglione,
    il mafioso, il corrotto,
    il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

    Bertoldt Brecht

    Questo vale per chi decide di non decidere mai …..

    (Monja Beneventi)

    Rispondi
  12. Concordo con te, Matteo, quando affermi che molti non avrebbero voluto fare una scelta, ma a volte il destino o la vita, che dir si voglia, implica il fatto che ti trovi a scegliere, più o meno consapevolmente e di solito si sceglie, come tu fai rilevare a seconda dell’educazione o di avvenimenti e episodi precedenti. Belle parole e vere, ma ciò non toglie responsabilità alla scelta di seguire una strada o l’altra… è quello che demarca una linea di confine. Non concordo con te, invece, quando affermi ‘senza grandi riflessioni’; non è così, quando si tratta di decidere una strada puoi farlo inconsapevolmente, ma quando si tratta di mettere a rischio la tua vita, beh, le riflessioni sorgono spontanee. A contraddire poi le tue parole ci sono innumerevoli testi (lettere, per esempio, dei condannati a morte) dove dalle parole si evince una grande consapevolezza della scelta di combattere da una parte o dall’altra. Non c’erano eroi o antieroi, non era un fumetto o un film ,c’erano uomini con le loro paure, le loro debolezze, la loro educazione, che proprio in virtù dell’essere uomini e non burattini hanno scelto. Hanno scelto i fascisti, i comunisti, i cattolici, certo hanno scelto in un contesto di guerra e lì vengono fuori il peggio e il meglio delle persone…
    Il tuo spunto alla discussione è interessante, ma rischia di creare un certo relativismo, ovvero ‘ma sì hanno scelto ma non erano consapevoli’, e quindi una sorta di limbo dove non ci sono colpevoli nè innocenti; non è così, Hitler e Mussolini erano due uomini, da soli, anche con le loro idee folli, cosa mai avrebbero potuto fare da soli???? Ci sono stati altri uomini che gli hanno dato ascolto, forza, potere, come? Scegliendo di appoggiarli, per tante ragioni, ma lo hanno fatto. Come altri uomini hanno scelto di opporsi.
    In tutti i paesi, in tutte le circostanze trovi sempre chi ‘tira a campare’, quelli che decidono di non scegliere e stare a guardare, per poi salire all’ultimo sul carro dei vincitori; bene, io di quelle persone non ho molta stima, ma forse è un mio problema personale. La guerra non ha sfumature, ha un solo colore, quello del sangue e del dolore; in poche parole, come disse mia nonna che la guerra l’aveva vista, “fa proprio schifo” e qui non occorre essere più umani e onesti, occorre però riconoscere una realtà storica.
    Concludo, perchè ho già tediato abbastanza.

    (Monja Beneventi)

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